E va bene, la Meloni de la Garbatella ce l’ha fatta https://youtu.be/EZ4mEq3x6wY Ha il suo Governo. Ho qui davanti la lista dei ministri e cerco di capirci qualcosa.
Il Governo Meloni
Non so, spero tanto che si compia ancora il miracolo della funzione che plasma chi la esercita.
Vedremo fra un mese.
Due cose mi hanno colpito La prima è il “ministero della sovranità alimentare”. Il nome è copiato dalla Francia dove c’è il Ministère de l’Agriculture et de la Souveraineté alimentaire. Ma con che contenuti? Si limiterà a difendere il nostro parmigiano dal “parmesan” spacciato per italiano? Mah, la cosa si complica perché c’è anche un ministero per il made in Italy. Vedremo.
L’altra cosa che mi lascia perplesso è la nomina di un prefetto in servizio come ministro dell’interno. Non è la prima volta: ricordo Porpora nel Governo Dini e Luciana Lamorgese nei governi Conte II e Draghi. Ma erano situazioni particolari: due governi erano tecnici e un prefetto ci stava benissimo. Nel Conte II si trattava di ridare un pochino di dignità ad un Dicastero sfregiato dalle mattane, politiche e di mohjto, di Salvini. Qui si tratta di un governo politico che per sua stessa natura è di parte. I prefetti sono stimati per il loro ruolo di garanzia e di imparzialità, poco consono ad un ministero che fa capo ad una parte politica. Nulla contro la persona, funzionario bravo, capace ed efficiente. Ma è proprio la funzione del prefetto che mal si concilia con la funzione di un ministro politico. Ne ho scritto su questo blog anche il 29 settembre scorso: https://sergioferraiolo.wordpress.com/2022/09/29/un-prefetto-al-viminale/ Se poi mi si dice che è stato messo lì, visti i rapporti col leghista, per accontentare Salvini a cui questo ministero al quale tiene tanto e che gli è stato precluso, peggio mi sento. Spero tanto, no, sono sicuro che il nuovo ministro dell’interno non si dimenticherà di essere (stato) un prefetto. Vediamo che accade.
Chi frequenta internet lo sa benissimo. Quasi tutti le edizioni online dei quotidiani hanno (o avevano) una graduale forma di fruizione: Potevi leggere gratis un certo numero limitato di articoli, praticamente tutti i titoli della cronaca o di gossip; ma, spesso, dopo il titolo e quattro/cinque righe, ti appariva la scritta “contenuto riservato agli abbonati”; potevi – pagando un certo canone (sui 9 euro al mese) – aver accesso ad un maggior numero di articoli online; infine, pagando una cifra superiore, potevi aver accesso all’intero quotidiano in versione integrale e in formato .pdf.
Non dimentichiamo che la visione gratuita di qualche articolo è gratuita per il lettore, ma remunerativa per il giornale che riceve il canone per le numerosissime (ed invasive) inserzioni pubblicitarie presenti sulle pagine online e sugli articoli cd. “clickbait” veri e propri articoli esca pieni zeppi di pubblicità. Numerosi siti (anche di informazione, come Open e Il Post) si reggono solo su questi introiti.
Tanto e vero che Repubblica.it, pagando una ulteriore somma aggiuntiva al canone di abbonamento, ti fa “sparire” la pubblicità, ma non gli articoli clickbait.
Tutto ciò fino a pochi giorni fa.
Da un paio di giorni appena apri il sito di Repubblica.it, o de La Stampa.it o del Corriere.it, subito un “cartello” ti impedisce di leggere i contenuti.
Il cartello dice:
“Ti segnaliamo che l’accesso ai nostri contenuti senza abbonamento è soggetto al consenso per l’utilizzo dei cookie. Se accetti i cookie potremo erogarti pubblicità personalizzata e, attraverso questi ricavi, supportare il lavoro della nostra redazione che si impegna a fornirti ogni giorno una informazione di qualità. Se, invece, vuoi rifiutar e il consenso o personalizzare le tue scelte, con la sola eccezione di cookie tecnici, devi acquistare uno dei nostri abbonamenti.”
Fuori da linguaggio “accattivante”, cosa significa questo?
Significa che, se vuoi leggere anche solo alcuni articoli gratuitamente (salvo ovviamente la gran parte riservata agli abbonati e, comunque, sorbendoti la pubblicità e i clickbait) devi dare il consenso a subire i cookie profilanti, ossia l’inserimento nel tuo computer di quei mini programmini che registrano la tua attività (quali siti visiti, quali pagine leggi, etc.) in modo da costruire un tuo profilo adatto a mostrarti pubblicità consona ai tuoi interessi.
Ovviamente non hai alcuna garanzia che questi profili non siano venduti ad altre società che li rivendono a loro volta; quindi il tuo profilo, la tua identità, il tuo modo di essere diventa prezzo per leggere “gratis” una piccola parte del giornale, ma diventa mezzo di entrare nella tua privacy.
Quindi, altro che giornale gratis. Il prezzo sei tu, la tua vita, le tue abitudini, la tua vita privata: se vai su un sito porno, lo sapranno, se vai sui siti di una squadra di calcio, conosceranno i tuoi interessi da tifoso, se vai su un sito di un certo partito, conosceranno i tuoi orientamenti politici, con tutti gli errori che ne conseguono. Se vai con frequenza sui siti di una certa religione, sei un fanatico, uno studioso, o un agente della polizia postale?
Avrei preferito un atteggiamento più limpido da parte degli editori: “il mio giornale è online solo a pagamento e senza cookie, io ti fornisco un servizio che tu paghi”.
Oppure, è il caso di Open e de “Il Post”, ti consentono di leggere gratuitamente il sito reggendosi solo sulle inserzioni pubblicitarie.
Non a caso oggi è obbligatorio per i siti che usano cookie indicare, oltre i tasti “accetto” o “non accetto” anche il tasto dove cliccare “continua senza accettare”.
Ho segnalato la cosa al Garante della Privacy, che (vedi qui) si è già attivato per esaminare questa iniziativa denominata “cookie wall”.
Attendiamo sviluppi. E, attenzione, di questa questione non leggerete mai nulla sui giornali e nulla sarà detto in TV. Visto che è una cosa voluta dagli editori (quasi tutti gli editori), nessun TG o giornale di proprietà di questi editori (o di editori amici: cane non mangia cane) ne parlerà mai.
P.S.: spesso mi chiamano “rompipalle” o, peggio, “cacacazzo”, ma sono del parere che il cittadino deve rimanere vigile di fronte ai soprusi. I mezzi ci sono, le Autorità di controllo, spesso imposte dall’Unione europea, ci sono, basta tampinarle un poco. E’ un piccolo sforzo, ma i risultati li dà. Posta certificata e firma digitale sono le armi del cittadino che vigila e denuncia. La posta certificata (PEC) deve essere obbligatoriamente messa a protocollo dalle autorità preposte che, se no provvede, se ne assume la responsabilità.
Nella sua continua metamorfosi, Giorgia Meloni ora si proclama europeista, assertrice dell’Unione europea che, però, vorrebbe più incisiva, autorevole ed attenta agli interessi delle “nazioni” che la compongono, citando ad esempio Polonia e Repubblica Ceka.
Se assumiamo a barometro gli interventi di Giorgia Meloni ai raduni del partito postfranchista spagnolo VOX, non possiamo negare che gli accenti del discorso dell’estate scorsa (link qui e qui) si siano piuttosto sfumati nel discorso di ieri (link qui).
Oltre le parole, però, Giorgia Meloni non si rende conto (oppure, finge di non rendersi conto) che il senso di quanto ha detto (Europa più incisiva, autorevole ed efficiente ma attenta agli interessi delle nazioni che la compongono) contiene una contraddizione insanabile che stravolge, se non chiarita, tutti i suoi discorsi sul tema.
Un qualsiasi consesso, che sia il consiglio di amministrazione di una multinazionale o una assemblea di condominio, può agire con efficienza e rapidità solo quando, rappresentando gli interessi non dei singoli azionisti o condòmini, ma della multinazionale o del condominio, parla con una voce sola senza lunghe e difficili intermediazioni con chi rappresenta gli interessi dei singoli componenti. Questi interessi, come ben comprende chi ha mai partecipato ad una semplice riunione di condominio, all’interno del consesso (multinazionale, condominio o Unione europea), tranne nel caso di una minaccia contingente esterna (vedi l’acquisto in comune dei vaccini anti COVID), non coincidono mai.
Vedi il caso del Price-cap sul gas il cui prezzo non è “fatto” da Putin, bensì dalla borsa di Amsterdam. Gli interessi degli Stati membri su questo tema divergono. Da una parte i Paesi che abbisognano di gas e che sono in crisi economica (vedi l’Italia) e che vogliono un tetto comune al prezzo del gas, dall’altra i Paesi che ci guadagnano (vedi Governo olandese che ricava vantaggi dalla Borsa del gas nel proprio Paese) o che si possono permettere di pagare, senza far “arrabbiare” Putin (vedi Germania che ha stanziato 200 miliardi, cosa impossibile per Paesi come l’Italia) e che, quindi, sono restii a fissare un prezzo massimo comune. Allora, quale sarà la voce unica ed autorevole dell’Unione europea? Non ci sarà. Sarà una vocina flebile frutto di contorcimenti e contrattazioni fra i singoli Stati.
Quello che frena l’azione dell’Europa è quella maledetta clausola dell’unanimità che vige all’interno del Consiglio europeo, massimo organo politico e decisionale dell’Unione. Basta il veto di uno Stato membro per bloccare qualsiasi iniziativa.
Uno Stato membro pone il veto – e spesso lo abbiamo visto proprio con Polonia e Repubblica Ceka – quando la decisione che si sta per assumere a vantaggio dell’intera Unione, confligge con il singolo interesse nazionale.
Giorgia Meloni dovrà decidersi: o europeista o nazionalista. Non può esistere una Unione europea nazionalista, se non nel senso di una Unione europea che faccia gli interessi dell’Unione e non dei singoli Stati membri.
E pur la nostra Costituzione, sulla quale Giorgia Meloni giurerà se Mattarella le affiderà il compito di formare il nuovo Governo, lo dice esplicitamente all’articolo 11: “[L’Italia] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Vedremo cosa farà la probabile Presidente del Consiglio dei ministri per sciogliere e risolvere questa contraddizione.
Oggi voglio tornare sul tema dei rifiuti solidi urbani. Sono stato qualche mese lontano da Roma e mi è sembrato che, altrove, il problema sia un po’ meno un problema.
Ma il ritorno nella Capitale ripropone il tema in tutta la sua attualità.
Le città – in un modo o nell’altro – si organizzano, ma il tema è sempre quello: a noi cittadini vengono imposti paletti ed incombenze, ma il costo della tassa su rifiuti continua a salire.
Ci sono città che hanno ancora il sistema di raccolta a cassonetti, altre sono passate al “porta a porta” seppur non sempre con le medesime modalità.
Ogni metodo di raccolta ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Ne scriverò poi.
Ma vediamo, nella pratica come si svolge la vita di un cittadino rispettoso delle norme e che “tiene a cuore” l’ecologia e la vita del pianeta.
Io sono single e come tutti i single spesso non mangio a casa. E questo, forse non si sa, per lo smaltimento rifiuti è un piccolo dramma.
Per i non romani ricapitolo la situazione nella Capitale. Tranne che in poche parti del centro storico, non c’è la raccolta differenziata porta a porta, ma i cassonetti per le strade.
Quello marrone per l’organico, con l’obbligo dei sacchetti superbiodegradabili; quello bianco per la carta; quello blu per la plastica (non tutta) e il metallo; quello grigio per i rifiuti non riciclabili; la campana verde per il vetro (ricordatevi di non mettere anche il sacchetto nella campana).
Sorvolo sullo scempio e sui cumuli di immondizia attorno ai cassonetti non svuotati per intrattenervi sul dramma del single (ossia una persona sola) che deve dividere i suoi (pochi) rifiuti ogni giorno in cinque sacchetti diversi. Eh, sì, ogni giorno: ho una casa molto piccola e non posso tenermi i sacchetti aperti, pena l’intervento dei Vigili del fuoco per la puzza che, dopo il primo giorno, promanerebbe, spargendosi per il quartiere.
Cominciamo dal facile.
Decido di prepararmi per cena una pasta con il sugo e un hamburger vegetale. A pranzo ero fuori, ho risolto con un tramezzino per i cui rifiuti se la vedrà il bar.
Allora, prendo il pentolino per il sugo, ci metto un po’ d’olio e uno spicchio d’aglio. Le parti scartate dell’aglio mi fanno aprire un sacchetto per l’organico biodegradabile. Mi accorgo di aver messo, forse, un po’ troppo olio e non so dove buttarlo. Nel lavello? Nel gabinetto? Pare sia vietato; bisognerebbe “conferirlo al consorzio obbligatorio olio esausto”. La legge vieta di smaltirlo nelle fogne. Ma a Roma non è previsto alcun servizio. Sono costretto a trasgredire.
Apro un barattolo di pomodori pelati. Beh, il contenitore è metallo, facile, apro un sacchetto per i rifiuti metallici, sciacquo il contenitore (acqua sprecata) e ce lo metto dentro. Vorrei condire il sugo con un po’ di capperi e di alici, così finisco quei due barattolini in vetro che ho nel frigo. Sì, li svuoto, e cerco di smaltirli. In quello che conteneva le alici c’è rimasto un dito d’olio. Non è fritto. Posso buttarlo nelle fogne? Chissà. Tutti e due son di vetro ma hanno l’etichetta di carta che dovrei staccare. Passo i due barattolini sotto l’acqua (che spreco!), ma l’etichetta sembra attaccata con una super colla. Ci rinuncio e li metto in un altro sacchetto per i rifiuti in vetro.
La pasta. L’acqua bolle e svuoto il pacco nella pentola. Mi rimane in mano una confezione vuota in plastica. Altro sacchetto, per la plastica. Ma sarà plastica riciclabile? Chissà.
Passo all’hamburger vegetale, prodotto biologico chiuso in una bolla di plastica rigida, a sua volta contenuta un involucro di carta. La carta va nella busta di carta che raccoglie altra carta. Poi, la solita domanda, la confezione a bolla di plastica dove va smaltita? Nella plastica riciclabile o nell’indifferenziata? Le scritte sulla confezione si dilungano sulle proprietà nutritive, sulle kilocalorie, ma non dicono dove gettarla.
Finisco di cenare e mi ricordo che l’indomani devo consegnare delle foto e dei documenti che ho sul computer ad un amico. Ho comprato una minuscola pennetta USB per la bisogna. Osservo la confezione: la pennetta sarà tre centimetri per uno. Ma è “affogata” in una bolla di plastica dura, a sua volta incollata su un cartoncino dove, per di più sono stampate, in minuscoli caratteri, le istruzioni d’uso. Quindi aprendo – con le forbici, con le mani non ce la faccio – la confezione perdo le istruzioni. Poco male, so come si usa la pennetta USB. Peccato, però, mi perdo l’indirizzo web del produttore che, leggo sui resti, mi avrebbe fatto scaricare gratuitamente un programmino per le immagini. Ma non divaghiamo. Ho fra le mani un rifiuto misto: resti della bolla di plastica saldamente incollati al cartoncino. Dove li butto? Uso la monetina?
Bel dilemma. Ci bevo sopra l’ultimo sorso di una bottiglia di vino che avevo in casa. Anche qui il problema di togliere l’etichetta di carta prima di smaltirla.
Sono stato solo due ore in casa e ho aperto cinque contenitori: per la plastica, per l’indifferenziata, per la carta, per il vetro, per l’organico e ho sempre il dubbio di aver diviso bene e il rimorso per l’olio fritto nello scarico.
I sacchetti di plastica che ho usato per i rifiuti, secondo me, contengono più plastica del contenuto, forse no perché ho usato una busta di carta per i rifiuti cartacei e una busta di mais per quelli organici, forse sì perché le altre buste son grosse, non ne ho altre. I sacchetti per l’immondizia sono ancora più grandi. Insomma, spesso mi sembra – fra acqua sprecata e sacchetti per i rifiuti – di inquinare più dei rifiuti che produco. Senza contare che i sacchetti per l’organico, come si dice a Roma sono una sòla. Sono fatti di amido di mais e non reggono a tutti i rifiuti organici: provate a metterci dei limoni spremuti o avanzi di pesce o di salsa di pomodoro: dopo poco tempo si squagliano letteralmente diffondendo i rifiuti nel bidoncino domestico. Se la tua città ha ancora i cassonetti, ti sbrighi e lo butti nel cassonetto dell’organic, ma se vivi in una città che raccoglie l’organico ogni 2/3 giorni non puoi usare i sacchetti di mais, pena l’impestamento di tutta la tua casa.
Ora i sacchetti sono pieni. Bisogna smaltirli. Il come dipende dalla tua città.
Se è attiva la raccolta porta a porta, dovrai portare al portone o mettere nel secchione condominiale il sacchetto corrispondente alla raccolta di quel giorno e tenerti gli altri sacchetti in casa “in attesa che venga quel giorno” in cui saranno raccolti. Devi avere almeno un balconcino dove accumularli, specialmente se sei una famiglia numerosa. Sacchetti ben chiusi, mi raccomando, perché la plastica, la carta con residui di cibo puzza. E puzza tanto.
Se invece ci sono ancora i cassonetti, devi scendere con due tre sacchetti e gettarli nel cassonetto corrispondente.
Ho scritto prima che ambedue i sistemi hanno pregi e difetti.
La raccolta porta a porta ha – come ho già scritto – il grave difetto di non permetterti di svuotare tutti i rifiuti nello stesso giorno e ti impone di possedere uno spazio per lo stoccaggio dei rifiuti in attesa che arrivi il giorno giusto. Non sia mai che, nel giorno dedicato ai rifiuti organici tu debba partire dopo pranzo: il sacchetto dove e quando lo getti? Rimarrà a casa tua fino al prossimo turno. Un po’ come, nel Monopoli, andare in prigione senza passare dal via. I cassonetti sono senz’altro più comodi, a patto che vengano svuotati e vengano svuotati da autocompattatori che rispettino la destinazione specifica dei rifiuti.
Vi racconto “una cosa di Roma”. Fino a qualche anno fa, gli autocompattatori erano autocarri con un equipaggio di tre persone: uno alla guida e due che posizionavano i cassonetti, provvedendo anche al “carico” dei sacchetti eventualmente caduti dai cassonetti.
Oggi no. L’autocompattatore conta il solo autista che, con l’ausilio di una telecamera, si posiziona a fianco del cassonetto prescelto e, tramite bracci meccanici, carica il cassonetto e lo svuota nell’ampio contenitore. Questo in teoria, perché i bracci meccanici non pare funzionino molto bene: non si contano i cassonetti che cadono da tre metri di altezza e i sacchetti che dai cassonetti non vanno a finire nell’autocompattatore, bensì si spargono per terra. Tanto che è necessario un secondo passaggio di autocarro più piccolo con cassone scoperto con equipaggio di due/tre persone con il compito di raccogliere i sacchetti sparsi (e gettati alla rinfusa nel cassone senza riguardo al contenuto) e di rialzare i cassonetti caduti e (molto) ammaccati.
Non ho finito. Non esiste un concetto univoco di cosa mettere nei sacchetti. Faccio qualche esempio. Qualche città continua a definire i rifiuti derivanti dagli alimenti come “organico”. Altri allargano il concetto di questi rifiuti allargandolo ai rifiuti “compostabili” senza comunque avere una definizione univoca. Faccio un esempio: la carta va conferita con la carta solo se è pulita. I contenitori per le pizze, tanto per fare un esempio, si possono conferire con la carta solo se non ci sono residui di pomodoro o mozzarella, se no vanno nel compostabile, ma solo se c’è l’apposita scritta.
La plastica. La plastica non va tutta nella plastica, ma solo i “contenitori”. Approfondendo la questione si scopre che la plastica riciclabile è solo quella per la quale i produttori pagano il contributo al consorzio per lo smaltimento. Questione di soldi, quindi. Infatti – fino a qualche tempo fa – forchette, coltelli e piatti di plastica – non si potevano inserire nello smaltimento “plastica”. Ora sì perché si sono aggiustati con il suddetto consorzio.
Meno male che c’è Sant’Indifferenziato. Secondo le varie “istruzioni per l’uso” distribuite dai Comuni non è ben chiaro cosa sia l’indifferenziato, se non la categoria residuale dopo aver escusso quella della carta, della plastica/metallo, dell’organico/compostabile e della carta. Ma cosa sia in concreto nessuno lo sa: oggetti i cui componenti di plastica e metallo non siano separabili? Oggetti i cui produttori non si siano “aggiustati” con il Consorzio? Molto pragmaticamente, gli utenti intendono che “indifferenziato” siano tutti i rifiuti non differenziati, ossia tutto insieme (grande valvola di sfogo).
Come si è visto non è un problema di semplice risoluzione, anzi, più si va avanti al grido “salviamo il pianeta” più il problema dei rifiuti si aggrava, con la risalita esponenziale della TARI e la sporcizia che regna per le strade.
Ma non c’è un altro modo? Una differenziazione a valle, per esempio? Una norma che intervenga sul Packaging, imponendo che esso non contenga plastica o altre sostanze inquinanti, che siano vietate le “bolle di plastica” usate per contenere le pennette USB in bella mostra sugli scaffali dei negozi?
Mi ricordo che, quando ero bambino, e in casa eravamo in cinque, non si riempiva più di un secchio al giorno con tutti i rifiuti. Mi ricordo che il latte era venduto in bottiglie di vetro con il “vuoto a rendere”, ossia dovevi riportare le bottiglie vuote se non volevi pagare il costo della bottiglia. Stesso discorso per l’acqua minerale, comunque appannaggio di pochi: si beveva l’acqua del rubinetto; le bottiglie di plastica semplicemente NON esistevano.
Le persone diversamente giovani ricorderanno che quello che ora fanno negozi “ecologici” era la normalità cinquanta anni fa: la pasta, i fagioli, praticamente ogni cosa, erano venduti a peso o a quantità, senza il rutilante packaging odierno. Meno contenitori meno rifiuti.
Lascio a voi queste note. Sarei felice di conoscere cosa ne pensiate.
E va bene, Giorgia, la donna e la mamma ha vinto. E ha vinto alla grande, spesso doppiando e triplicando i voti del suo maggio competitor, quel Salvini che, dopo il punto di svolta del Papetee, non si è più ripreso.
Verosimilmente avremo un governo presieduto per la prima volta da una donna e, per la prima volta, da oltre 70 anni da una fascista.
Colpa nostra: la Germania ha, da tempo, chiuso i conti con il suo passato nazista. Noi no. La nostra mania autoassolutoria si è aggrappata alla “Resistenza”, ampiamente foraggiata dagli angloamericani e alla seduta del 25 luglio 1943 che “celebrò” la caduta del fascismo. Ci siamo lavati la coscienza, dimenticando le leggi razziali e la cessazione dei diritti democratici.
Ma chi è Giorgia Meloni? La sua vita è ben descritta da Wikipedia (clicca qui). Non è proprio una sprovveduta: deputata dal 2006, vicepresidente della Camera dal 2006 al 2008, ministro per la gioventù dal 2008 al 2011. Politicamente proviene da Alleanza Nazionale per poi co-fondare Fratelli d’Italia nel 2012, Presidente del Gruppo Conservatori e riformisti europei dal 2020. Quindi, quando si dice che non ha alcuna esperienza politica si commette già un grosso errore.
Per non essere tacciato di nazionalismo riporto due articoli della Stampa estera. Il primo è di “Politico”, influente magazine on-line che parla molto della Meloni. (vedi qui).
MELONI IN DECODIFICA —Buongiorno da Roma, dove in ferie abbiamo riportato le elezioni italiane. Giovedì, abbiamo verificato un evento elettorale in una piccola città della Campania per un candidato che è stato spazzato via dall’ondata di destra. Venerdì, eravamo nella capitale a guardare una sonnolenta manifestazione dell’impotente Partito Democratico di centrosinistra italiano in Piazza del Popolo. In mancanza di un messaggio chiaro, la sinistra divisa ha fatto ricorso principalmente all’avvertimento sui pericoli di conferire potere alla nuova destra.
Domenica, dall’altra parte della città, presso l’esclusivo Parco dei Principi Grand Hotel, che fungeva da quartier generale della campagna di GIORGIA MELONI, abbiamo visto i giovani attivisti Meloni scioccati abbracciarsi increduli per ciò che avevano ottenuto nell’elezione del governo più di destra d’Italia dai tempi di BENITO MUSSOLINI.
“È un sogno“, ha detto a Reuters un fondatore del partito Fratelli d’Italia di Meloni nella sala conferenze dell’hotel mentre Meloni, 45 anni, è salito sul palco lunedì mattina presto.
I confronti con Trump ci sono se li cerchi. Lo slogan della sua campagna era “pronti a risollevare l’Italia”, che si traduce come “pronto a far rivivere l’Italia” e fa eco al “rendere di nuovo grande l’America” di Trump. Proprio come agli eventi Trump, i giornalisti sono stati costretti a indossare le credenziali per la stampa con lo slogan del candidato in evidenza e a digitare una password Wi-Fi che era un grido al candidato. E, come Trump, Meloni ha creato un personaggio turbolento sui social media: il giorno delle elezioni, mentre era pronta a diventare la prima donna primo ministro d’Italia, ha pubblicato un video suggestivo in cui teneva due meloni davanti al petto e dichiarava: ” Ho detto tutto”. Ha ricevuto milioni di visualizzazioni.
Il movimento conservatore internazionale adiacente a Trump ha celebrato la sua vittoria. L’uomo forte ungherese VIKTOR ORBAN ha pubblicato una foto dei due insieme. STEVE BANNON, che la pubblicizza da anni, si è rallegrato del suo spettacolo con MATT SCHLAPP, che ha ospitato Meloni al CPAC all’inizio di quest’anno.
Ma i confronti con Trump vanno solo così lontano. La Meloni, a differenza dei suoi compagni di destra, MATTEO SALVINI, sicofante di Putin, e SILVIO BERLUSCONI, che ha recentemente affermato che Putin “voleva solo sostituire Zelensky con un governo fatto di persone perbene”, è stato un convinto difensore dell’Ucraina e oppositore di Aggressione russa. È pro-NATO e ha abbandonato gran parte del suo euroscetticismo mentre cercava di calmare le paure dell’establishment europeo.
Nonostante lo shock per la Meloni che si è seduta al tavolo del G-7, della NATO e dell’UE, sarebbe difficile trovare qualcosa che ha detto sul globalismo, sull’immigrazione o quasi su qualsiasi altra questione che anima la destra populista globale questo è più controverso di quello che è stato detto dall’ultimo presidente americano. Ciò non significa che non debba essere profondamente preoccupante che il suo partito abbia radici neofasciste e abbracci il simbolo della fiamma tricolore associato a Mussolini.
Ma in termini di questioni che gli Stati Uniti si preoccupa — mantenere intatta la coalizione anti-Putin e mantenere Roma come forza costruttiva all’interno dell’UE — Meloni o è già a bordo o difficilmente farà scalpore. L’Italia fa affidamento su miliardi di dollari in aiuti dell’UE e la maggior parte degli analisti qui ritiene che da solo ridurrà qualsiasi retrocessione anti-Europa.
Altri sostengono che se l’aumento dei prezzi dell’energia quest’inverno produrrà un contraccolpo contro le sanzioni russe, l’abile politicamente Meloni riadatterà rapidamente le sue opinioni. Ma gli osservatori qui affermano che ciò significa che potrebbe essere più propenso a concentrarsi su questioni domestiche: è contraria ai diritti dell’aborto ed è ostile alle comunità LGBT e di immigrati.
Essendo l’Italia, un probabile risultato è un governo di breve durata in cui le già evidenti fessure tra Meloni, Salvini e Berlusconi si approfondiscono, il governo ottiene poco e gli elettori rimangono disillusi e vanno a caccia del prossimo salvatore [con conseguente nuovo governo istituzionale n.d.r.].
Come sta andando tutto questo alla Casa Bianca? Jonathan Lemire stamattina ha un eccellente rapporto su come la vittoria di Meloni “è stata accolta con profonda, anche se privata, preoccupazione all’interno dell’amministrazione del presidente JOE BIDEN”.
“Biden aiuta preoccupato che Meloni possa iniziare a mettere in discussione l’impegno dell’Italia [verso l’Ucraina], sostenendo che le risorse della nazione dovrebbero essere utilizzate in patria, in particolare se l’Europa sprofonda in una recessione questo inverno”, scrive Jon. “Se un importante attore del G-7 inizia ad appoggiarsi a Kiev per trovare una soluzione negoziata alla guerra, invece di finanziare la sua resistenza, c’è la possibilità che altre nazioni possano seguire l’esempio e la determinazione del continente potrebbe indebolirsi”.
ROMA — È successo qui, di nuovo. A quasi 100 anni dalla marcia su Roma, domenica l’Italia ha votato in una coalizione di destra guidata da un partito discendente direttamente dal regime fascista di Benito Mussolini.
Questo è, per usare un eufemismo, preoccupante. Eppure la preoccupazione più pervasiva non è che il partito Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ripristinerà il fascismo in Italia, qualunque cosa significhi. È che un governo da lei guidato trasformerà l’Italia in una “autocrazia elettorale”, sulla falsariga dell’Ungheria di Viktor Orban. Durante la campagna elettorale, il Partito Democratico di centrosinistra – principale oppositore di Fratelli d’Italia – ha invocato ossessivamente l’Ungheria come destino dell’Italia sotto la sig. La regola di Meloni. La gara, hanno ripetuto, era tra democrazia e autoritarismo.
Alla fine, l’angosciato “allarme per la democrazia” dei Democratici non è riuscito a convincere gli elettori: in una prima resa dei conti, il partito ha preso il 19 per cento contro il 26 per cento dei Fratelli d’Italia. Ci sono molte ragioni per questo. Uno è sicuramente che l’immagine che hanno disegnato della sig. Meloni, da aspirante tiranno che prendeva con l’ascia la democrazia italiana e inaugurava un’era di illiberalismo, non era convincente. Nonostante tutto il radicalismo retorico e l’estremismo storico del suo partito, resta il fatto che non opererà in circostanze di sua scelta. Legata all’Unione Europea e vincolata dal sistema politico italiano, la Sig. Meloni non avrà molto spazio di manovra. Non potrebbe trasformare Roma in Budapest nemmeno volendo.
Il maggior baluardo contro l’autocrazia in Italia si può riassumere in una parola: Europa. La nostra fragile economia – destinata a crescere, nel migliore dei casi delineato dal Fondo monetario internazionale, solo dello 0,7 per cento nel 2023 – dipende fortemente dalle istituzioni europee. Al di là della solita rete di legami economici, il Paese è il più grande beneficiario di un fondo di risanamento guidato dalla Commissione europea destinato a disperdere nei prossimi quattro anni oltre 200 miliardi di euro, o 195 miliardi di dollari, in sovvenzioni e prestiti. Fondamentalmente, questo aiuto per salvare l’economia, senza il quale il paese potrebbe finire in recessione, è condizionato al rispetto delle norme democratiche. Qualsiasi passo lungo un percorso simile a quello di Orban metterebbe in pericolo l’intera economia italiana, sicuramente un divieto per il nuovo governo.
Giocare secondo le regole europee non sarebbe una grande concessione come potrebbe sembrare. Del resto Brothers of Italy negli anni ha progressivamente temperato i suoi istinti euroscettici. Nel 2014 la sig. Meloni ha annunciato che “è giunto il momento di dire all’Europa che l’Italia deve lasciare l’eurozona”. Il partito, ha promesso, avrebbe perseguito “un ritiro unilaterale” dall’unione monetaria e nel 2018 ha sponsorizzato un disegno di legge per rimuovere i riferimenti al blocco dalla Costituzione italiana. Tuttavia, man mano che la prospettiva del potere si avvicinava, quegli obiettivi caddero dall’agenda del partito. “Non credo che l’Italia abbia bisogno di lasciare l’eurozona e credo che l’euro rimarrà”, ha detto la sig. Meloni ha concesso l’anno scorso.
Giorgia Meloni potrebbe essere il prossimo primo ministro italiano.
Anche sulla politica estera, la sig.a Meloni è allineato con la vista dominante sul continente. Precedentemente amica del presidente russo Vladimir Putin – ha chiesto al governo italiano di ritirare il suo sostegno alle sanzioni sulla scia dell’annessione russa della Crimea nel 2014 e si è congratulata con il sig. Putin sulla sua indubbia rielezione fraudolenta nel 2018: dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, si è reinventata come tedoforo dell’atlantismo e convinta sostenitrice della NATO. Ora è una delle principali sostenitrici di un tetto massimo di prezzo del gas a livello europeo, l’arma economica più potente del continente contro Mr. Putin (e un provvedimento, per inciso, finora osteggiato dall’Ungheria). Che siano opportunistiche o sincere, queste mosse segnalano quanto sia pronta la signora. Meloni deve occupare una posizione convenzionale, favorevole all’Europa, placando allo stesso modo partner internazionali e investitori.
Poi c’è il paese stesso. Tanto per cominciare, la coalizione di destra – che comprende anche Lega e Forza Italia – non ha raggiunto la maggioranza di due terzi in Parlamento che le avrebbe consentito di modificare la Costituzione senza ricorrere al voto popolare. Sig.ra. Il sogno di Meloni di trasformare la democrazia parlamentare italiana in un sistema presidenziale, che i critici hanno visto come il primo passo verso una pericolosa estensione del potere esecutivo, è già escluso.
Anche per noi italiani Giorgia Meloni non è un personaggio chiaro.
Basta confrontare l’ormai celebre discorso della Meloni del 13 giugno 2022 al raduno per supportare il partito spagnolo di destra VOX dove la nostra Meloni ha parlato contro la cd. teoria gender, contro i matrimoni omosessuali, contro le famiglie arcobaleno (Qui il link, e anche qui) con la Meloni istituzionale, moderata e propositiva dell’intervista a Mentana di venerdì 23 settembre 2022 (qui il link) In quest’ultima intervista, e non solo io, se non conoscessi il passato della Meloni, l’avrei votata subito, tanto le sue parole mi son sembrate misurate ed adatte all’attuale quadro politico. Senza alcun dubbio è stata la migliore fra i leader politici che ho ascoltato nella stessa “maratonamentana” come Letta (fatuo e inconcludente), Calenda (focalizzato solo sul ritorno di Draghi), Conte (pieno di bugie)
Insomma è un bel rebus. Forse la cosa più importante sono le persone di cui si circonderà, tecnici come Crosetto o balordi nostalgici di un partito fascista che gli stessi non hanno mai conosciuto.