Questo post non è molto semplice, ma da giorni, i media continuano a parlare di migranti, di ONG, di porto sicuro, di zone SAR spesso a sproposito facendo confusione fra le diverse norme che regolano la materia ed aumentando la confusone in chi ascolta.

Comprendo che – vista la complessità delle norme – un quotidiano, un servizio TV non possa scendere negli aridi particolari di convenzioni internazionali, ma a chi dare ascolto, alle ONG o al Governo?

              Qui sembra di essere nel film “il giorno della marmotta”, imprigionati in un loop temporale che ci riporta a quattro anni fa, con le navi ONG respinte dai nostri porti, il divieto di barco, la Carola Rakete che forza il blocco, una nave mandata in altro Paese (allora fu la Spagna) i migranti che, alla fine sbarcano tutti. I nomi delle navi cambiano, sostanza e le leggi del mare sono sempre le stesse.

E tre anni fa, per un mio libro [qui il link: https://www.amazon.it/dp/1080713832 ] feci una ricerca sulle fonti che regolano il soccorso in mare e lo sbarco. Le norme, sia pur complicate, non sono cambiate. Cerco di presentarle nel modo più chiaro possibile.

Anticipo le conclusioni per chiarezza. Le norme in materia sono praticamente tutte di derivazione ONU, l’Unione europea centra poco e nulla. Sono frutto di convenzioni internazionali e necessariamente, per trovare l’accordo di più di cento Paesi non sono un esempio di chiarezza. Se sono estremamente chiare sull’obbligo generalizzato di soccorso, non lo sono altrettanto sull’obbligo di indicazione del porto sicuro se la nave che interviene non batte la stessa bandiera del Paese ove intende operare lo sbarco o se la nave non è coordinata da un Paese nella zona SAR di competenza.

Come al solito, per chi volesse approfondire, ogni documento citato ed ogni avvenimento è linkato (in colore blu) alla fonte: chi volesse, può farsi, scaricando i documenti, una biblioteca delle fonti.

La normativa internazionale sul soccorso e sullo sbarco.

La legge nazionale (Codice della Navigazione) non detta particolari norme, tranne quella più volte ripetuta dell’obbligo di soccorso (artt. 69 e 70). Forse più utile la noma contenuta nell’art. 4 “Le navi italiane in alto mare e gli aeromobili italiani in luogo o spazio non soggetto alla sovranità di alcuno Stato sono considerati come territorio italiano”. Insomma i migranti/naufraghi che salgono in acque internazionali su nave italiana, sono già sul territorio italiano.  Ma qui il casus belli non sono le navi battenti bandiera italiana.

La materia del soccorso è comunque regolata da Convenzioni internazionali. So, per esperienza, che quanti più contraenti partecipano alla negoziazione di un testo, questo si annacqua e si complica sempre di più per soddisfare le diverse e spesso opposte esigenze dei partecipanti.

Una volta si predicava il mare come territorio libero da leggi, ma dopo il Titanic qualcosa si mosse e, nel 1914, la prima Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (nota anche semplicemente come SOLAS, acronimo di Safety of life at sea) fu firmata a Londra. Successive modifiche furono apportate nel 1948 e nel 1960 .Una nuova versione della convenzione fu approvata nel 1974, entrando in vigore nel 1980, sotto l’egida dell’IMO, agenzia delle Nazioni Unite.

Già la Convenzione SOLAS al Cap. V, regola 10 (pag. 143 del link) stabiliva che “Il comandante di una nave in navigazione che riceve un segnale da qualsiasi provenienza indicante che una nave o un aereo o loro natanti superstiti si trovano in pericolo, è obbligato a recarsi a tutta velocità all’assistenza delle persone in pericolo informandole, se possibile, di quanto sta facendo. Se non può farlo, o, nelle circostanze speciali in cui si trova, giudica non ragionevole né necessario andare in loro soccorso, egli deve riportare sul giornale di bordo le ragioni che lo hanno indotto a recarsi a soccorrere le persone in pericolo.”

La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare (cd. Convenzione di Montego Bay) o UNCLOS, acronimo del nome in inglese United Nations Convention on the Law of the Sea, fu approvata nel 1982 ed entrò in vigore nel 1990. Fu recepita dall’Unione europea nel 1998 (per l’atto di recepimento e il testo della convenzione clicca qui). La Convenzione di Montego Bay all’art. 98 (pag. 27 della G.U delle Comunità europee in questo link) stabilisce che “1. Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri: a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo; b) proceda quanto più velocemente possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa; c) presti soccorso, in caso di abbordo, all’altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all’altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e quale è il porto più vicino presso cui farà scalo. 2. Ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati adiacenti tramite accordi regionali

Queste Convenzioni stabiliscono gli obblighi di ricerca e soccorso (SAR), ma nulla stabiliscono circa il destino e lo sbarco dei naufraghi imbarcati. Il perché è molto semplice: il fenomeno dei boat people e del loro salvataggio (tranne l’episodio vietnamita del 1976) specialmente da parte di Nazioni riottose alla loro accoglienza, è recente e limitato al tratto del Mediterraneo Libia – Italia.

La Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo  di Amburgo (cd. Convenzione SAR, acronimo di search and rescue) fu siglata ad Amburgo il 27 aprile 1979 ed entrò in vigore il 22 giugno 1985 (qui il testo sottoscritto nel 1979) (e qui il testo in italiano, da pag.32 del link all’Atto Senato di Ratifica). E’ un accordo internazionale elaborato dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), volto a tutelare la sicurezza della navigazione mercantile, con esplicito riferimento al soccorso marittimo. (qui il testo completo vigente, a pag. 426).

Molte le novità riguardanti il soccorso: nelle definizioni, ad esempio, si anticipa allo “stato di pericolo” l’obbligo di soccorso; ma, soprattutto, il mare viene diviso in zone SAR per le quali ogni Paese è responsabile delle operazioni di soccorso ed è tenuto al suo coordinamento; viene anche stabilito che un “centro di coordinamento” che ha notizia di una situazione di pericolo, ma non sa se il centro di coordinamento competente sia stato allertato o abbia iniziato le operazioni di soccorso, deve predisporre i mezzi per intervenire.

La convenzione fu modificata due volte: la prima volta nel 1998 con la risoluzione MSC.70 (69) e la seconda volta nel 2004 con la risoluzione MSC.153 (78) e con la risoluzione MSC.155 (78)

Con queste modifiche, oltre a ribadire l’obbligo del soccorso in caso di naufragio, esteso stavolta anche al caso di “pericolo di naufragio” (“distress”), viene esplicitamente stabilito che le persone salvate devono essere sbarcate in un “posto sicuro” (place of safety) e che il coordinatore delle operazioni, ossia il titolare della zona SAR in cui è avvenuto l’evento, deve indicare (ovviamente sul suo territorio) il porto di sbarco più appropriato.

Su questo ultimo punto bisogna aggiungere che Malta non ha mai voluto sottoscrivere  (vedasi nota a pagina 435 del link) i Capitoli II, III e IV della Risoluzione emendativa MSC.155(78) per cui non si è mai impegnata, come Ente coordinatore delle operazioni di soccorso, ad indicare il porto di sbarco sul suo territorio.

Su tale punto una interessante riflessione del Consiglio Nazionale forense che riassume la ingarbugliata questione del “place of safety” delle Convenzioni internazionali e la mancata sottoscrizione di alcuni Paesi, fra i quali Malta, delle ultime norme della Convenzione di Amburgo.

Successivamente alla Convenzione SAR, l’IMO, in collaborazione con l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO), ha predisposto il Manuale internazionale di ricerca e soccorso aero marittimo, noto come Manuale IAMSAR (International Aeronautical and Maritime Search and Rescue Manual).

Lo stato di tutte le Convenzioni sulla salvaguardia della navigazione e delle vite in mare può essere trovato sul sito dell’IMU, cliccando qui.

Sugli obblighi che competono agli Stati sul soccorso in mare è interessante il parere del Prof. Umberto Leanza, uno di maggiori esperti della materia e a lungo consulente del Ministero degli esteri, raccolto da un suo intervento del 2015.

Questo è il quadro normativo, da cui discendono parecchie conseguenze e si comprendono molte situazioni passate e presenti.

Conseguenze pratiche nell’attuazione delle Convenzioni

L’Italia, con l’operazione  Mare nostrum ,  (dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014)  voluta dal Governo dopo il naufragio e la morte di oltre 360 migranti il 3 ottobre 2013 davanti Lampedusa e fino all’Operazione  Sophia del 2015, ha assunto, per sua volontà, il ruolo di coordinatore dei soccorsi e quindi, per la Convenzione di Amburgo, al nostro Paese è sempre toccato l’obbligo di indicare il porto sicuro. Ricordo che l’operazione Sophia fu, per la prima volta, una operazione dell’Unione europea la cui terza fase, ingresso in territorio libico e creazioni di hot spot in loco, non è stata mai attuata per l’assenza di un interlocutore credibile in Libia e la conseguente mancanza di risoluzione ONU che autorizzasse l’ingresso di forze estranee in territorio di un altro Paese.

Nel 2017 fu stipulato fra Italia e Libia un accordo di “cooperazione” in materia migratoria. In cambio di aiuti economici e di forniture militari, la Libia, allora guidata dal primo ministro del Governo di Riconciliazione Nazionale libico Fayez al-Sarraj, si impegnava a pattugliare la sua immensa zona SAR, a soccorrere i naufraghi partiti dal proprio territorio e a ricondurli indietro. La Libia diveniva così coordinatore della sua Zona SAR, con tutti gli obblighi connessi. L’accordo fu fortemente criticato perché riconduceva i migranti nei lager libici ove erano soggetti ad ogni tipo di vessazioni tanto da far dichiarare la Libia “Paese non sicuro” per lo sbarco dei migranti da arte dei paesi EU. L’accordo fu rinnovato automaticamente nel febbraio 2020 per tre anni

Malta spesso non risponde alle richieste di soccorso; quando lo fa, forte della non sottoscrizione della modifica MSC.155(78) che impone l’indicazione del porto sicuro allo Stato coordinatore, porta viveri e soccorso alle imbarcazioni in difficoltà ma non fa sbarcare i profughi sul proprio territorio, tranne i feriti, malati e i soggetti fragili (che rientrano nella nozione di soccorso). Malta ha, dalla sua, l’estensione veramente ridotta del suo territorio. (superficie 316 Kmq e densità 1.318 ab./Kmq contro i 302.000Kmq. e 199 ab/Kmq. dell’Italia.) Insomma l’effetto dello sbarco di 1000 migranti/naufraghi in Italia è comparabile con quello di 1 a Malta.

Dopo Sophia è cominciato il “ritiro” entro le nostre acque territoriali delle imbarcazioni italiane della Guardia di Finanza, militari e delle Capitanerie di porto, una volta, con “mare nostrum” sempre impegnate in operazioni SAR in alto mare, per “non essere coinvolte” in salvataggi che avrebbero comportato l’attribuzione di Paese coordinatore al nostro Paese. Si è tornati alla situazione antecedente a “Mare nostrum”, quando i mezzi di soccorso partivano dai nostri porti solo dopo essersi assicurati che la competenza non fosse di qualcun altro e che il naufragio era prossimo.

Come si vede, da tutto questo quadro restano fuori le ONG che, con le loro navi, battono il Mediterraneo alla ricerca di possibili naufragi. Molto si è detto sul loro ruolo, da angeli salvatori a complici di trafficanti.

Restano fuori perché, semplicemente, dalle convenzioni internazionali il caso di soggetti privati, non coordinati da uno Stato titolare di zona SAR, salvo l’obbligatorietà del soccorso, non è contemplato nelle competenze sulla indicazione del porto di sbarco. Un buco normativo.

Personalmente, e lo dice anche la magistratura, non penso ad un accordo trafficanti-ONG, ma checché ne dica Roberto Saviano, la presenza delle navi ONG, senza regole, entro i confini delle acque territoriali libiche un effetto lo ottiene. Se gli scafisti sanno che, poche miglia al largo c’è una nave che accoglie i migranti senza far domande, magari permettendo loro di riprendersi i motori ed i telefoni satellitari e di usare invece delle barche in legno gli economici gommoni made in Cina acquistati su Ali Baba; se sanno che la traversata deve durare 5 miglia invece delle 180 che separano la Libia da Lampedusa, si attrezzano diversamente e molto più economicamente.

Per ricondurre le ONG sotto l’egida del coordinamento fra Stati, dettata dalla Convenzione di Amburgo, l’allora ministro dell’interno Marco Minniti, varò un Regolamento che, pena l’esclusione dalle operazioni di soccorso le ONG dovevano sottoscrivere. Tredici i punti:

  • Non entrare nelle acque libiche, “salvo in situazioni di grave ed imminente pericolo” e non ostacolare l’attività della Guardia costiera libica.
  • Non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali di identificazione.
  • Non fare comunicazioni per agevolare la partenza delle barche che trasportano migranti.
  • Attestare l’idoneità tecnica per le attività di soccorso. In particolare, viene chiesto alle ong anche di avere a bordo “capacità di conservazione di eventuali cadaveri”.
  • Informare il proprio Stato di bandiera quando un soccorso avviene al di fuori di una zona di ricerca ufficialmente istituita.
  • Tenere aggiornato il competente Centro di coordinamento marittimo sull’andamento dei soccorsi.
  • Non trasferire le persone soccorse su altre navi, “eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo (Mrcc) e sotto il suo coordinamento anche sulla base delle informazioni fornite dal comandante della nave”.
  • Informare costantemente lo Stato di bandiera dell’attività intrapresa dalla nave.
  • Cooperare con il competente Centro di coordinamento marittimo eseguendo le sue istruzioni.
  • Ricevere a bordo, su richiesta delle autorità nazionali competenti, “eventualmente e per il tempo strettamente necessario”, funzionari di polizia giudiziaria che possano raccogliere prove finalizzate alle indagini sul traffico.
  • Dichiarare le fonti di finanziamento alle autorità dello Stato in cui l’ONG è registrata.
  • Cooperazione leale con l’autorità di pubblica sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti.
  • Recuperare, “una volta soccorsi i migranti e nei limiti del possibile”, le imbarcazioni improvvisate ed i motori fuoribordo usati dai trafficanti di uomini.

Solo alcune ONG accettarono gli impegni. Le altre continuarono la loro attività sentendosi vincolate – a loro dire – solo dall’obbligo di salvataggio in mare, restando lo sbarco un “problema di altri”.

D’altronde hanno poca scelta. Se il punto di raccolta è vicino alle coste libiche, in assenza di uno Stato coordinatore, i Paesi papabili “sarebbero” Libia, Tunisia, Malta e Italia.

La Libia non è più un Paese sicuro. La Tunisia è un paese sicuro per i vacanzieri e per i tunisini ma non lo è per i migranti/naufraghi. Quello Stato non ha una completa normativa sull’asilo e spesso le persone sbarcate vengono restituite alla Libia. Di Malta abbiamo detto. “Rimarrebbe” l’Italia.

Ho usato due volte il condizionale perché secondo la lettera delle Convenzioni, Malta e Italia, non essendo Paesi coordinatori e non essendo avvenuto il naufragio nelle rispettive zone SAR, hanno gli stessi obblighi di indicare il porto sicuro di Grecia, Spagna e Francia.

Purtroppo qui tutti gli attori hanno qualche ragione e, purtroppo, i conseguenti bracci di ferro vengono giocati sulla pelle dei naufraghi/migranti, persone che spesso non hanno mai sentito parlare di SAR, porto sicuro, Convenzione di Amburgo, SOLAS etc.

Insomma, per farla breve, Una nave ONG non coordinata da nessun titolare di zona SAR, salva, perché ha l’obbligo giuridico di farlo, persone in procinto di naufragare in zona SAR libica, può rifiutarsi di cedere queste persone ai libici perché la Libia non è un “place of safety”? Secondo me sì, per salvaguardare la concatenazione di eventi (“ricerca” – “salvataggio” – “sbarco in luogo sicuro”).

Ma, una volta prese le persone a bordo, dove deve dirigersi, in assenza di un Ente coordinatore? In un porto sicuro, sembrerebbe dalla lettura delle Convenzioni. Ma le Convenzioni delegano l’ente coordinatore ad indicare il porto sicuro che, in questo caso non c’è.  D’altronde, scartando la Libia perché è ormai un “non Stato” ben poco sicuro, scartando la Tunisia perché essa è porto sicuro per i turisti e per i tunisini ma non per gli altri profughi che, se partiti dalla Libia, spesso alla Libia verranno restituiti dalla Autorità tunisine, scartando Malta che non ha sottoscritto gli accordi del 2004 sullo sbarco dei migranti, secondo le ONG non resterebbe che l’Italia…. E se l’Italia vieta l’accesso sanzionando Capitano ed armatore per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina?

Mi sovviene che le convenzioni internazionali ratificate hanno un rango sovraordinato a quello delle leggi. E mi sovviene che l’articolo 51 del codice penale dispone  che: ”L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità” e che l’art. 54, sempre del Codice penale, dispone che “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”.

Per quanto riguarda il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, rilevo che, prima di comminare le pene, il reato abbisogna di una sentenza definitiva di un magistrato che lo acclari come tale.

In tutto questo l’Europa? Ma non esiste una unica Europa. La Commissione ci ha provato con le Decisioni del 2015, il Parlamento europeo ci ha provato con l’approvazione di una ottima revisione del Regolamento di Dublino. Chi bara, e bara pesantemente, è il Consiglio, ossia l’insieme dei Capi di Stato e di Governo degli Stati membri che, puntualmente, chiusa con 6 miliardi di Euro alla Turchia la rotta balcanica, ritiene che il problema riguardi solo l’Italia e che, quindi, non sia un problema.

Devo dire però, per verità di narrazione, che circola sui tavoli di Bruxelles un documento denominato “COMMISSION STAFF WORKING DOCUMENT For the Council Shipping Working party IMO -Union submission to be submitted to the 7th session of the Sub-Committee on Navigation, Communication and Search and Rescue (NSCR 7) of the IMO in London from 15-24 January 2020 setting out a preliminary draft structure and proposal for a revision of the Guidelines on places of refuge for ships in need of assistance, annexed to resolution A.949 (23)” laddove a pagina 26, (appendice 1 alla sezione 4) si dice che:”Deciding which coastal State’s competent authority to be in the lead. If a PoR is requested when no SAR operation has taken place, the deciding factor should be the Maritime Assistance Service (MAS) declared by the state in whose area of jurisdiction the shipis located. If there is no MAS declared, in the first instance the State with jurisdiction over the waters in 27which the ship is located (eg. through a declared EEZ) should co-ordinate the PoRrequest unless and until an agreement has been reached to transfer coordination to another coastal state”.

Quindi, se la mia traduzione è esatta, quando non c’è una zona SAR di riferimento, il PoR (Place of Refuge) viene spostato allo Stato che ha ricevuto la relativa richiesta e nella cui zona SAR si trova la nave. Pertanto il vuoto normativo sarebbe colmato.

Sinceramente non so se e quando questa “proposta” diventerà norma cogente, o se lo sia già diventata.

Conclusioni

Come abbiamo visto, se il soccorso è un obbligo, più controverso è chi debba indicare il porto sicuro. Una indicazione gravida di conseguenze. Se uno Stato membro acconsente allo sbarco dei migranti si assume la responsabilità di vagliare le domande di protezione internazionale, di accogliere chi ha diritto alla protezione (Regolamento di Dublino) e di espellere chi non ne ha diritto. Ed è proprio quest’ultimo il punto nodale. Se gli Stati EU accettano la redistribuzione dei migranti eligibili per la protezione internazionale non altrettanto accettano chi non ne ha diritto. Le espulsioni sono difficili, non solo per l’Italia (vedi il mio post sulla difficoltà delle espulsioni). Ma questa è un’altra storia che racconterò un’altra volta.

Ricordo che una panoramica complessiva del fenomeno può esser trovata nel mio libro “L’Unione europea, l’immigrazione e l’asilo: Dal Vento di Tampere alla Sea Watch” disponibile su Amazon sia in versione Ebook sia in versione cartacea a questo link https://www.amazon.it/dp/1080713832.

E va bene, la Meloni de la Garbatella  ce l’ha fatta
https://youtu.be/EZ4mEq3x6wY
Ha il suo Governo.
Ho qui davanti la lista dei ministri e cerco di capirci qualcosa.

Il Governo Meloni


Non so, spero tanto che si compia ancora il miracolo della funzione che plasma chi la esercita.


Vedremo fra un mese.


Due cose mi hanno colpito
La prima è il “ministero della sovranità alimentare”. Il nome è copiato dalla Francia dove  c’è il Ministère de l’Agriculture et de la Souveraineté alimentaire.
Ma con che contenuti? Si limiterà a difendere il nostro parmigiano dal “parmesan” spacciato per italiano?
Mah, la cosa si complica perché c’è anche un ministero per il made in Italy.
Vedremo.


L’altra cosa che mi lascia perplesso è la nomina di un prefetto in servizio come ministro dell’interno.
Non è la prima volta: ricordo Porpora nel Governo Dini e Luciana Lamorgese nei governi Conte II e Draghi.
Ma erano situazioni particolari: due governi erano tecnici e un prefetto ci stava benissimo. Nel Conte II si trattava di ridare un pochino di dignità ad un Dicastero sfregiato dalle mattane, politiche e di mohjto, di Salvini.
Qui si tratta di un governo politico che per sua stessa natura è di parte. I prefetti sono stimati per il loro ruolo di garanzia e di imparzialità,  poco consono ad un ministero che fa capo ad una parte politica.  Nulla contro la persona, funzionario bravo, capace ed efficiente. Ma è proprio la funzione del prefetto che mal si concilia con la funzione di un ministro politico.
Ne ho scritto su questo blog anche il 29 settembre scorso:
https://sergioferraiolo.wordpress.com/2022/09/29/un-prefetto-al-viminale/
Se poi mi si dice che è stato messo lì, visti i rapporti col leghista, per accontentare Salvini a cui questo ministero al quale tiene tanto e che gli è stato precluso, peggio mi sento.
Spero tanto, no, sono sicuro che il nuovo ministro dell’interno non si dimenticherà di essere (stato) un prefetto.
Vediamo che accade.

Chi frequenta internet lo sa benissimo. Quasi tutti le edizioni online dei quotidiani hanno (o avevano) una graduale forma di fruizione: Potevi leggere gratis un certo numero limitato di articoli, praticamente tutti i titoli della cronaca o di gossip; ma, spesso, dopo il titolo e quattro/cinque righe, ti appariva la scritta “contenuto riservato agli abbonati”; potevi – pagando un certo canone (sui 9 euro al mese) – aver accesso ad un maggior numero di articoli online; infine, pagando una cifra superiore, potevi aver accesso all’intero quotidiano in versione integrale e in formato .pdf.

Non dimentichiamo che la visione gratuita di qualche articolo è gratuita per il lettore, ma remunerativa per il giornale che riceve il canone per le numerosissime (ed invasive) inserzioni pubblicitarie presenti sulle pagine online e sugli articoli cd. “clickbait” veri e propri articoli esca pieni zeppi di pubblicità. Numerosi siti (anche di informazione, come Open e Il Post) si reggono solo su questi introiti.

Tanto e vero che Repubblica.it, pagando una ulteriore somma aggiuntiva al canone di abbonamento, ti fa “sparire” la pubblicità, ma non gli articoli clickbait.

Tutto ciò fino a pochi giorni fa.

Da un paio di giorni appena apri il sito di Repubblica.it, o de La Stampa.it o del Corriere.it, subito un “cartello” ti impedisce di leggere i contenuti.

Il cartello dice:

Ti segnaliamo che l’accesso ai nostri contenuti senza abbonamento è soggetto al consenso per l’utilizzo dei cookie. Se accetti i cookie potremo erogarti pubblicità personalizzata e, attraverso questi ricavi, supportare il lavoro della nostra redazione che si impegna a fornirti ogni giorno una informazione di qualità. Se, invece, vuoi rifiutar e il consenso o personalizzare le tue scelte, con la sola eccezione di cookie tecnici, devi acquistare uno dei nostri abbonamenti.”

Fuori da linguaggio “accattivante”, cosa significa questo?

Significa che, se vuoi leggere anche solo alcuni articoli gratuitamente (salvo ovviamente la gran parte riservata agli abbonati e, comunque, sorbendoti la pubblicità e i clickbait) devi dare il consenso a subire i cookie profilanti, ossia l’inserimento nel tuo computer di quei mini programmini che registrano la tua attività (quali siti visiti, quali pagine leggi, etc.) in modo da costruire un tuo profilo adatto a mostrarti pubblicità consona ai tuoi interessi.

Ovviamente non hai alcuna garanzia che questi profili non siano venduti ad altre società che li rivendono a loro volta; quindi il tuo profilo, la tua identità, il tuo modo di essere diventa prezzo per leggere “gratis” una piccola parte del giornale, ma diventa mezzo di entrare nella tua privacy.

Quindi, altro che giornale gratis. Il prezzo sei tu, la tua vita, le tue abitudini, la tua vita privata: se vai su un sito porno, lo sapranno, se vai sui siti di una squadra di calcio, conosceranno i tuoi interessi da tifoso, se vai su un sito di un certo partito, conosceranno i tuoi orientamenti politici, con tutti gli errori che ne conseguono. Se vai con frequenza sui siti di una certa religione, sei un fanatico, uno studioso, o un agente della polizia postale?

Avrei preferito un atteggiamento più limpido da parte degli editori: “il mio giornale è online solo a pagamento e senza cookie, io ti fornisco un servizio che tu paghi”.

Oppure, è il caso di Open e de “Il Post”, ti consentono di leggere gratuitamente il sito reggendosi solo sulle inserzioni pubblicitarie.

Non a caso oggi è obbligatorio per i siti che usano cookie indicare, oltre i tasti “accetto” o “non accetto” anche il tasto dove cliccare “continua senza accettare”.

Ho segnalato la cosa al Garante della Privacy,  che (vedi qui) si è già attivato per esaminare questa iniziativa denominata “cookie wall”.

Questo il comunicato del Garante della privacy:

Negli ultimi giorni diverse testate giornalistiche on line, siti web e aziende operanti su Internet nel settore televisivo, hanno messo in campo sistemi e filtri, che condizionano l’accesso ai contenuti alla sottoscrizione di un abbonamento (il cosiddetto paywall) o, in alternativa, al rilascio del consenso da parte degli utenti all’installazione di cookie e altri strumenti di tracciamento dei dati personali (il cosiddetto cookie wall).

L’Autorità, anche a seguito di alcune segnalazioni, sta esaminando tali iniziative alla luce del quadro normativo attuale, anche al fine di valutare l’adozione di eventuali interventi in materia.

Roma, 18 ottobre 2022

Attendiamo sviluppi. E, attenzione, di questa questione non leggerete mai nulla sui giornali e nulla sarà detto in TV. Visto che è una cosa voluta dagli editori (quasi tutti gli editori), nessun TG o giornale di proprietà di questi editori (o di editori amici: cane non mangia cane) ne parlerà mai.

P.S.: spesso mi chiamano “rompipalle” o, peggio, “cacacazzo”, ma sono del parere che il cittadino deve rimanere vigile di fronte ai soprusi. I mezzi ci sono, le Autorità di controllo, spesso imposte dall’Unione europea, ci sono, basta tampinarle un poco. E’ un piccolo sforzo, ma i risultati li dà. Posta certificata e firma digitale sono le armi del cittadino che vigila e denuncia. La posta certificata (PEC) deve essere obbligatoriamente messa a protocollo dalle autorità preposte che, se no provvede, se ne assume la responsabilità.

Non facciamo come la rana messa in pentola in acqua fredda che pian piano sale di temperatura, non se ne accorge e rimane lessa senza protestare. Protestiamo: facciamo argine ai soprusi.

Nella sua continua metamorfosi, Giorgia Meloni ora si proclama europeista, assertrice dell’Unione europea che, però, vorrebbe più incisiva, autorevole ed attenta agli interessi delle “nazioni” che la compongono, citando ad esempio Polonia e Repubblica Ceka.

Se assumiamo a barometro gli interventi di Giorgia Meloni ai raduni del partito postfranchista spagnolo VOX, non possiamo negare che gli accenti del discorso dell’estate scorsa  (link qui e qui) si siano piuttosto sfumati nel discorso di ieri (link qui).

Oltre le parole, però, Giorgia Meloni non si rende conto (oppure, finge di non rendersi conto) che il senso di quanto ha detto (Europa più incisiva, autorevole ed efficiente ma attenta agli interessi delle nazioni che la compongono) contiene una contraddizione insanabile che stravolge, se non chiarita, tutti i suoi discorsi sul tema.

Un qualsiasi consesso, che sia il consiglio di amministrazione di una multinazionale o una assemblea di condominio, può agire con efficienza e rapidità solo quando, rappresentando gli interessi non dei singoli azionisti o condòmini, ma della multinazionale o del condominio, parla con una voce sola senza lunghe e difficili intermediazioni con chi rappresenta gli interessi dei singoli componenti. Questi interessi, come ben comprende chi ha mai partecipato ad una semplice riunione di condominio, all’interno del consesso (multinazionale, condominio o Unione europea), tranne nel caso di una minaccia contingente esterna (vedi l’acquisto in comune dei vaccini anti COVID), non coincidono mai.

Vedi il caso del Price-cap sul gas il cui prezzo non è “fatto” da Putin, bensì dalla borsa di Amsterdam. Gli interessi degli Stati membri su questo tema divergono. Da una parte i Paesi che abbisognano di gas e che sono in crisi economica (vedi l’Italia) e che vogliono un tetto comune al prezzo del gas, dall’altra i Paesi che ci guadagnano (vedi Governo olandese che ricava vantaggi dalla Borsa del gas nel proprio Paese) o che si possono permettere di pagare, senza far “arrabbiare” Putin (vedi Germania che ha stanziato 200 miliardi, cosa impossibile per Paesi come l’Italia) e che, quindi, sono restii a fissare un prezzo massimo comune. Allora, quale sarà la voce unica ed autorevole dell’Unione europea? Non ci sarà. Sarà una vocina flebile frutto di contorcimenti e contrattazioni fra i singoli Stati.

Quello che frena l’azione dell’Europa è quella maledetta clausola dell’unanimità che vige all’interno del Consiglio europeo, massimo organo politico e decisionale dell’Unione. Basta il veto di uno Stato membro per bloccare qualsiasi iniziativa.

Uno Stato membro pone il veto – e spesso lo abbiamo visto proprio con Polonia e Repubblica Ceka – quando la decisione che si sta per assumere a vantaggio dell’intera Unione, confligge con il singolo interesse nazionale.

Giorgia Meloni dovrà decidersi: o europeista o nazionalista. Non può esistere una Unione europea nazionalista, se non nel senso di una Unione europea che faccia gli interessi dell’Unione e non dei singoli Stati membri.

E pur la nostra Costituzione, sulla quale Giorgia Meloni giurerà se Mattarella le affiderà il compito di formare il nuovo Governo, lo dice esplicitamente all’articolo 11: “[L’Italia] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Vedremo cosa farà la probabile Presidente del Consiglio dei ministri per sciogliere e risolvere questa contraddizione.

Oggi voglio tornare sul tema dei rifiuti solidi urbani. Sono stato qualche mese lontano da Roma e mi è sembrato che, altrove, il problema sia un po’ meno un problema.

Ma il ritorno nella Capitale ripropone il tema in tutta la sua attualità.

Le città – in un modo o nell’altro – si organizzano, ma il tema è sempre quello: a noi cittadini vengono imposti paletti ed incombenze, ma il costo della tassa su rifiuti continua a salire.

Ci sono città che hanno ancora il sistema di raccolta a cassonetti, altre sono passate al “porta a porta” seppur non sempre con le medesime modalità.

Ogni metodo di raccolta ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Ne scriverò poi.

Ma vediamo, nella pratica come si svolge la vita di un cittadino rispettoso delle norme e che “tiene a cuore” l’ecologia e la vita del pianeta.

Io vivo a Roma. E, questo, si sa, per lo smaltimento dei rifiuti è un grosso dramma.

Io sono single e come tutti i single spesso non mangio a casa. E questo, forse non si sa, per lo smaltimento rifiuti è un piccolo dramma.

Per i non romani ricapitolo la situazione nella Capitale. Tranne che in poche parti del centro storico, non c’è la raccolta differenziata porta a porta, ma i cassonetti per le strade.

Quello marrone per l’organico, con l’obbligo dei sacchetti superbiodegradabili; quello bianco per la carta; quello blu per la plastica (non tutta) e il metallo; quello grigio per i rifiuti non riciclabili; la campana verde per il vetro (ricordatevi di non mettere anche il sacchetto nella campana).

Sorvolo sullo scempio e sui cumuli di immondizia attorno ai cassonetti non svuotati per intrattenervi sul dramma del single (ossia una persona sola) che deve dividere i suoi (pochi) rifiuti ogni giorno in cinque sacchetti diversi. Eh, sì, ogni giorno: ho una casa molto piccola e non posso tenermi i sacchetti aperti, pena l’intervento dei Vigili del fuoco per la puzza che, dopo il primo giorno, promanerebbe, spargendosi per il quartiere.

Cominciamo dal facile.

Decido di prepararmi per cena una pasta con il sugo e un hamburger vegetale. A pranzo ero fuori, ho risolto con un tramezzino per i cui rifiuti se la vedrà il bar.

Allora, prendo il pentolino per il sugo, ci metto un po’ d’olio e uno spicchio d’aglio. Le parti scartate dell’aglio mi fanno aprire un sacchetto per l’organico biodegradabile.  Mi accorgo di aver messo, forse, un po’ troppo olio e non so dove buttarlo. Nel lavello? Nel gabinetto? Pare sia vietato; bisognerebbe “conferirlo al consorzio obbligatorio olio esausto”. La legge vieta di smaltirlo nelle fogne. Ma a Roma non è previsto alcun servizio. Sono costretto a trasgredire.

Apro un barattolo di pomodori pelati. Beh, il contenitore è metallo, facile, apro un sacchetto per i rifiuti metallici, sciacquo il contenitore (acqua sprecata) e ce lo metto dentro. Vorrei condire il sugo con un po’ di capperi e di alici, così finisco quei due barattolini in vetro che ho nel frigo. Sì, li svuoto, e cerco di smaltirli. In quello che conteneva le alici c’è rimasto un dito d’olio. Non è fritto. Posso buttarlo nelle fogne? Chissà. Tutti e due son di vetro ma hanno l’etichetta di carta che dovrei staccare. Passo i due barattolini sotto l’acqua (che spreco!), ma l’etichetta sembra attaccata con una super colla. Ci rinuncio e li metto in un altro sacchetto per i rifiuti in vetro.

La pasta. L’acqua bolle e svuoto il pacco nella pentola. Mi rimane in mano una confezione vuota in plastica. Altro sacchetto, per la plastica. Ma sarà plastica riciclabile? Chissà.

Passo all’hamburger vegetale, prodotto biologico chiuso in una bolla di plastica rigida, a sua volta contenuta un involucro di carta. La carta va nella busta di carta che raccoglie altra carta. Poi, la solita domanda, la confezione a bolla di plastica dove va smaltita? Nella plastica riciclabile o nell’indifferenziata? Le scritte sulla confezione si dilungano sulle proprietà nutritive, sulle kilocalorie, ma non dicono dove gettarla.

Finisco di cenare e mi ricordo che l’indomani devo consegnare delle foto e dei documenti che ho sul computer ad un amico. Ho comprato una minuscola pennetta USB per la bisogna. Osservo la confezione: la pennetta sarà tre centimetri per uno. Ma è “affogata” in una bolla di plastica dura, a sua volta incollata su un cartoncino dove, per di più sono stampate, in minuscoli caratteri, le istruzioni d’uso. Quindi aprendo – con le forbici, con le mani non ce la faccio – la confezione perdo le istruzioni. Poco male, so come si usa la pennetta USB. Peccato, però, mi perdo l’indirizzo web del produttore che, leggo sui resti, mi avrebbe fatto scaricare gratuitamente un programmino per le immagini. Ma non divaghiamo. Ho fra le mani un rifiuto misto: resti della bolla di plastica saldamente incollati al cartoncino. Dove li butto? Uso la monetina?

Bel dilemma. Ci bevo sopra l’ultimo sorso di una bottiglia di vino che avevo in casa. Anche qui il problema di togliere l’etichetta di carta prima di smaltirla.

Sono stato solo due ore in casa e ho aperto cinque contenitori: per la plastica, per l’indifferenziata, per la carta, per il vetro, per l’organico e ho sempre il dubbio di aver diviso bene e il rimorso per l’olio fritto nello scarico.

I sacchetti di plastica che ho usato per i rifiuti, secondo me, contengono più plastica del contenuto, forse no perché ho usato una busta di carta per i rifiuti cartacei e una busta di mais per quelli organici, forse sì perché le altre buste son grosse, non ne ho altre. I sacchetti per l’immondizia sono ancora più grandi.  Insomma, spesso mi sembra – fra acqua sprecata e sacchetti per i rifiuti – di inquinare più dei rifiuti che produco. Senza contare che i sacchetti per l’organico, come si dice a Roma sono una sòla. Sono fatti di amido di mais e non reggono a tutti i rifiuti organici: provate a metterci dei limoni spremuti o avanzi di pesce o di salsa di pomodoro: dopo poco tempo si squagliano letteralmente diffondendo i rifiuti nel bidoncino domestico. Se la tua città ha ancora i cassonetti, ti sbrighi e lo butti nel cassonetto dell’organic, ma se vivi in una città che raccoglie l’organico ogni 2/3 giorni non puoi usare i sacchetti di mais, pena l’impestamento di tutta la tua casa.

Ora i sacchetti sono pieni. Bisogna smaltirli. Il come dipende dalla tua città.

Se è attiva la raccolta porta a porta, dovrai portare al portone o mettere nel secchione condominiale il sacchetto corrispondente alla raccolta di quel giorno e tenerti gli altri sacchetti in casa “in attesa che venga quel giorno” in cui saranno raccolti. Devi avere almeno un balconcino dove accumularli, specialmente se sei una famiglia numerosa. Sacchetti ben chiusi, mi raccomando, perché la plastica, la carta con residui di cibo puzza. E puzza tanto.

Se invece ci sono ancora i cassonetti, devi scendere con due tre sacchetti e gettarli nel cassonetto corrispondente.

Ho scritto prima che ambedue i sistemi hanno pregi e difetti.

La raccolta porta a porta ha – come ho già scritto – il grave difetto di non permetterti di svuotare tutti i rifiuti nello stesso giorno e ti impone di possedere uno spazio per lo stoccaggio dei rifiuti in attesa che arrivi il giorno giusto. Non sia mai che, nel giorno dedicato ai rifiuti organici tu debba partire dopo pranzo: il sacchetto dove e quando lo getti? Rimarrà a casa tua fino al prossimo turno. Un po’ come, nel Monopoli, andare in prigione senza passare dal via. I cassonetti sono senz’altro più comodi, a patto che vengano svuotati e vengano svuotati da autocompattatori che rispettino la destinazione specifica dei rifiuti.

Vi racconto “una cosa di Roma”. Fino a qualche anno fa, gli autocompattatori erano autocarri con un equipaggio di tre persone: uno alla guida e due che posizionavano i cassonetti, provvedendo anche al “carico” dei sacchetti eventualmente caduti dai cassonetti.

Oggi no. L’autocompattatore conta il solo autista che, con l’ausilio di una telecamera, si posiziona a fianco del cassonetto prescelto e, tramite bracci meccanici, carica il cassonetto e lo svuota nell’ampio contenitore. Questo in teoria, perché i bracci meccanici non pare funzionino molto bene: non si contano i cassonetti che cadono da tre metri di altezza e i sacchetti che dai cassonetti non vanno a finire nell’autocompattatore, bensì si spargono per terra. Tanto che è necessario un secondo passaggio di autocarro più piccolo con cassone scoperto con equipaggio di due/tre persone con il compito di raccogliere i sacchetti sparsi (e gettati alla rinfusa nel cassone senza riguardo al contenuto) e di rialzare i cassonetti caduti e (molto) ammaccati.

Non ho finito. Non esiste un concetto univoco di cosa mettere nei sacchetti. Faccio qualche esempio. Qualche città continua a definire i rifiuti derivanti dagli alimenti come “organico”. Altri allargano il concetto di questi rifiuti allargandolo ai rifiuti “compostabili” senza comunque avere una definizione univoca. Faccio un esempio: la carta va conferita con la carta solo se è pulita. I contenitori per le pizze, tanto per fare un esempio, si possono conferire con la carta solo se non ci sono residui di pomodoro o mozzarella, se no vanno nel compostabile, ma solo se c’è l’apposita scritta.

La plastica. La plastica non va tutta nella plastica, ma solo i “contenitori”. Approfondendo la questione si scopre che la plastica riciclabile è solo quella per la quale i produttori pagano il contributo al consorzio per lo smaltimento. Questione di soldi, quindi. Infatti – fino a qualche tempo fa – forchette, coltelli e piatti di plastica – non si potevano inserire nello smaltimento “plastica”. Ora sì perché si sono aggiustati con il suddetto consorzio.

Meno male che c’è Sant’Indifferenziato. Secondo le varie “istruzioni per l’uso” distribuite dai Comuni non è ben chiaro cosa sia l’indifferenziato, se non la categoria residuale dopo aver escusso quella della carta, della plastica/metallo, dell’organico/compostabile e della carta. Ma cosa sia in concreto nessuno lo sa: oggetti i cui componenti di plastica e metallo non siano separabili? Oggetti i cui produttori non si siano “aggiustati” con il Consorzio? Molto pragmaticamente, gli utenti intendono che “indifferenziato” siano tutti i rifiuti non differenziati, ossia tutto insieme (grande valvola di sfogo).

Come si è visto non è un problema di semplice risoluzione, anzi, più si va avanti al grido “salviamo il pianeta” più il problema dei rifiuti si aggrava, con la risalita esponenziale della TARI e la sporcizia che regna per le strade.

Ma non c’è un altro modo? Una differenziazione a valle, per esempio? Una norma che intervenga sul Packaging, imponendo che esso non contenga plastica o altre sostanze inquinanti, che siano vietate le “bolle di plastica” usate per contenere le pennette USB in bella mostra sugli scaffali dei negozi?

Mi ricordo che, quando ero bambino, e in casa eravamo in cinque, non si riempiva più di un secchio al giorno con tutti i rifiuti. Mi ricordo che il latte era venduto in bottiglie di vetro con il “vuoto a rendere”, ossia dovevi riportare le bottiglie vuote se non volevi pagare il costo della bottiglia. Stesso discorso per l’acqua minerale, comunque appannaggio di pochi: si beveva l’acqua del rubinetto; le bottiglie di plastica semplicemente NON esistevano.

Le persone diversamente giovani ricorderanno che quello che ora fanno negozi “ecologici” era la normalità cinquanta anni fa: la pasta, i fagioli, praticamente ogni cosa, erano venduti a peso o a quantità, senza il rutilante packaging odierno. Meno contenitori meno rifiuti.

Lascio a voi queste note. Sarei felice di conoscere cosa ne pensiate.

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