Archivio degli articoli con tag: Burma

Sì, siamo tutti tornati tossendo e parecchi con la febbre, spossati e affranti da due voli , uno verso est, da Yangon a Hong Kong di tre ore e mezzo, superando, in più, un fuso orario e mezzo, dopo una mattinata di caldo opprimente immergendoci del fresco assassino dell’aria condizionata dell’aeroporto e dell’aereo. Il secondo volo – dopo quasi tre ore di attesa – da Hong Kong a Milano, quattordici ore consecutive nel gelo assoluto dell’aereo e tornando indietro di sette ore. Se a ciò si aggiunge lo stress de controlli di sicurezza, sempre diversi all’infuori dell’Unione europea (benedetta unione), il cambiarsi per passare da un paese tropicale agli zero gradi di Milano l’impresa lascia un po’ storditi.

Certo non è stata una cosa disperata – per restare sugli stessi luoghi – come “obiettivo Burma!!”, film del 1945 con Errol Flynn, ma non certo riposante. Capisco che con un volo più diretto  avremmo pagato di più, ma ricordavo la Cathay Pacific come una signora Aerolinea degna erede dei fondatori, lo statunitense Roy Farrell e l’australiano Sydney de Kantzow, entrambi ex membri dell’aviazione militare durante la seconda guerra mondiale. Ora è cinese al 100% con un customer care parecchio in discesa, personale che parla un inglese approssimativo e che ti falcia la gamba fuori posto con il carrello delle vivande.

Ma siamo qui per parlare di un bel viaggio. Se mi avete seguito, conoscete meglio di me le mie impressioni.

Cerco di riassumere e di dare – in conclusione – un quadro generale.

La Birmania, o Burma, o Myanmar è un Paese dalla Storia travagliata. [Chi volesse approfondire più cliccare qui]   Senza andare troppo indietro, nel 1885, come ci racconta nel bel libro “il Palazzo degli Specchi” lo scrittore indiano Amitav Gosh, preso a pretesto un carico di legno di teak, l’impero britannico sconfisse il regno birmano, deportandone il re Thebaw e distruggendo il suo Palazzo, nella capitale, allora Mandalay.,  e la Birmania diventò una provincia delle Indie britanniche. Rangoon, già allora faceva parte dell’impero britannico. Si distaccò slo nel 1937. Durante la seconda guessa mondiale, il territorio birmano fu al centro delle operazioni belliche. Dopo i successi iniziali, nel 1942 i giapponesi invasero la Birmania e i britannici furono espulsi dalla maggior parte del territorio. Il paese divenne perciò indipendente sotto la guida di Aung San.  (il padre di Aung San Suu Kyi). Tuttavia, il contrattacco inglese nel luglio 1945 fece tornare il paese in mano britannica, con l’aiuto dell’AFPFL (Lega per la Libertà delle Persone Antifasciste), guidato da Aung San, assassinato poi nel 1947.

Nel 1948 la Birmania trovò l’assetto territoriale definitivo, quasi Stato federale con parecchie minoranze, ma non quello politico. Nei mutamenti storici territoriali rientra anche parte del territorio dell’odierno Stato di Rakine (o Arakan), al confine con il Bangladesh ove vivono i Rohingya, minoranza musulmana e vessata dallo odierno governo. La loro origine è molto discussa: alcuni li ritengono indigeni dello stato di Rakhine, mentre altri sostengono che siano immigrati musulmani che, in origine, vivevano in Bangladesh e che, in seguito, si sarebbero spostati in Birmania durante il periodo del dominio britannico.

Comunque la Costituzione birmana del 1982 non li riconosce fra le 182 etnie birmane e, quindi, non hanno diritto alla cittadinanza.

Quello dei Rohingya, come ho già raccontato nel post “Il Myanmar, Aung San Suu Kyi e i Rohingya” è – per dirla con le parole della “Lady” un problema della Birmania che, come tutti i problemi di tutti gli Stati del mondo, potrà e dovrà essere risolto solo con la collaborazione di tutte le parti e la comprensione della comunità internazionale. Ricordo che, per il compromesso raggiunto con la giunta militare, questi ultimi hanno il 25% dei seggi garantiti in parlamento (sufficienti a bloccare qualsiasi legge “importante”) e nominano i ministri dell’interno, della difesa e delle frontiere, per cui Aung San Suu Kyi, alla quale la Costituzione vieta di accedere alle cariche di Presidente della Repubblica e di primo ministro, non ha alcuna competenza sulla questione Rohingya.

Abbiamo visitato solo il centro del Myanmar, quello turistico, dove stano sorgendo strutture turistiche adeguate ai costumi occidentali. Il resto è ancora isolato: poche le strade, insufficienti i collegamenti terrestri. Si preferisce l’aereo. Tre voli interni per coprire una superfice neppure troppo vasta. Capisco perché le etnie, tranne quella Bamar (birmana) siano rimaste isolate le une dalle altre e dal mondo per secoli. Isolati sulle montagne, visto che l’unica via facile di comunicazione è il fiume Irrawaddy.

Paese profondamente buddista, in cui il 99% degli abitati ha compiuto almeno un mese di noviziato, è fortemente influenza da questa filosofia/religione. Più di mezzo milione sono i monaci “effettivi” ed hanno un peso molto forte sulla popolazione che li venera come “esempi da seguire”. Ed un peso anche “politico” come ricorda la “rivoluzione zafferano” (dal colore rosso della tunica dei monaci), ossia le manifestazioni anti-governative che hanno coinvolto il Paese a partire dal 18 settembre 2007. La protesta, condotta con metodi non-violenti soprattutto dai monaci buddisti e da attivisti dell’opposizione democratica, aveva lo scopo di obbligare la giunta dittatoriale al potere ad un’apertura democratica ed al rispetto dei diritti umani.

Causa scatenante delle proteste fu l’improvviso aumento del prezzo della benzina e dei generi alimentari dovuto all’interruzione dei sussidi governativi, su suggerimento del Fondo Monetario Internazionale. Le proteste, soffocate dalla giunta militare con arresti e minacce, hanno ottenuto il sostegno unanime della stampa e della politica occidentale, ed hanno coinvolto l’opinione pubblica protagonista di sit-in in molte capitali

Ogni birmano che si rispetti DEVE compiere le “donazioni”, le offerte, in danaro, in generi alimentari, in manufatti, per il sostentamento dei monaci. I monaci non devono chiederle. Se bambini vestiti da monaci protendono verso di voi la loro ciotola chiedendo offerte, rifiutate: non sono monaci.

I veri monaci fanno “il giro delle offerte” la mattina presto, a piedi scalzi, lo sguardo in basso accettando le offerte spontanee.

La donazione è parte integrante del buddismo, serve sia ad acquistare meriti per elevare lo spirito e ad avvicinarsi al Nirvana, sia a testimoniare il distacco dalle cose terrene.

Come quasi tutti i popoli orientali, tranne i cinesi, i birmani sono – in genere – gentilissimi, molto attenti al prossimo ma, come succede sempre, quando la situazione cambia all’improvviso, spesso sono impreparati.

Il ritorno (quasi) della democrazia, l’apertura di strutture idonee, la riduzione dello spazio mondiale fruibile per il turismo causato dall’elevarsi del numero delle tensioni e dal terrorismo, ha spinto la Birmania verso un boom turistico che ha portato nel suo territorio milioni di stranieri ogni anno concentrati però solo in alcune zone: il sud per spiagge e mare, Bagan con la sua valle di templi, pagode e stupa, Mandalay, l’antica capitale, con i suo templi sull’Irrawaddy, il lago Inle con le divertenti gite in speedboat e i suoi villaggi s palafitte ed i suoi pescatori in bilico sulla barca con un piede solo, Yangon con al splendida pagoda Shwedagon. Il resto è ancora per spedizioni autosufficienti.

Insomma, un numero abbastanza ridotto di attrazioni, soprattutto se si esce dal campo pagode/monaci.

Ho sentito la popolazione soffocare sotto questo peso, comunque benvenuto perché porta soldi.

E meno male che il nostro viaggio, oltre alla semplice visita delle attrazioni comprendeva anche visite e “momenti di vicinanza” a monasteri, iniziative culturali, caritatevoli, o di miglioramento ambientale. Proprio la ridotta offerta di “attrazioni” sta producendo un danno enorme: ha trasformato il simbolo della Birmania, il monaco buddista, la persona, per tradizione schiva e rifuggente dalla mondanità in una attrazione turistica.

Non riesco a togliermi dagli occhi la vergognosa scena, tipo l’encierro, la corsa dei tori a Pamplona, che abbiamo visto al monastero Mahakandayo  dove migliaia di turisti (in stragrande maggioranza cinesi) superate le transenne, sgomitavano per piazzare l’obiettivo della reflex (vietata) in faccia ai milleseicento monaci che sfilavano a piedi scalzi e sguardo basso per ricevere la donazione del pasto. Purtroppo la vicinanza geografica permette anche a chi non è ancora maturo per viaggiare di offendere tradizioni quasi sacre di altri Paesi.

In ultimo una considerazione: mettete sempre una felpa in più in valigia. Ci avevano detto che avremmo trovato clima estivo, quindi abiti leggeri, tranne sul lago Inle dove potava fare un po’ di fresco. Tranne a Yangon, con il suo clima estivo, afoso e inquinato, abbiamo patito il freddo.

Se volete andare in Myanmar, sappiate che, specialmente nei nostri mesi invernali, troverete pieno. Il consiglio è quello – come abbiamo fatto noi- di prendere contatto con le numerose associazioni assistenziali per avere un contatto più vero e (ancora) autentico con la popolazione

La giornata non è bella. Su quale guida o libro avevo letto che fine dicembre, inizio gennaio era il periodo migliore per visitare il Myanmar perché il cielo è sempre limpido permettendo al sole di splendere incontrastato? Qui è sempre nuvolo e minaccia pure di piovere. E vabbè che è la stagione secca, ma l’aria pare fatta di sabbia. La maglietta messa la mattina se la sciacqui esce il caffelatte.
Vabbè, dopo la prima colazione a base, come al solito di zuppa di noodles, andiamo alla scoperta di questa città che la Lonely definisce brutta, sporca, inquinata dal traffico malefico.
Infatti.
Prima tappa il monastero di Shwenandaw, particolare perché ligneo. Le sue origini sono diverse dal culto. Era un’ala del palazzo reale, l’unica ad essere ancora in piedi proprio perché adibita al culto; il resto è stato bruciato alla caduta della monarchia. Molto buio e un po’ tetro custodisce le solite statue di Buddha con le mani nelle solite diverse posizioni che ognuna ha un suo significato particolare, ma io non mi ricordo mai quale, perdendomi fra mano col palmo in fuori, col palmo in dentro, con le dita a corna, con le dita incrociate, con il pugno chiuso ed il pollice all’insù. No, ma forse quest’ultima non è una posizione da Buddha classico; mi sarò confuso con uno che si stava facendo un selfie.
Molto bello l’esterno, completamente ricoperto di guglie e metope con altorilievi lignei raffiguranti divinità a me sconosciute. Il monastero è, comunque a forma di pagoda, con le coste spioventi del tetto ricche di statue (tutte in legno) di draghi ed altri esseri protettori.Di corsa poi a visitare, indovinate un po’, un’altra pagoda. Diciamo che il Myanmar è come la canzone di Mina: “Pagode, pagode, pagode, soltanto pagode per noi….”
Ma la pagoda Kuthodaw è veramente particolare (come tutte le pagode). Nasconde un libro di 11.022.750 parole in 16.000 pagine in cui sono racchiusi gli insegnamenti del buddismo. Ma o non ho capito quello spiegato dalla guida o questo libro era così nascosto che non l’ho neppure visto.
Più coinvolgente il suono di una grande campana percossa con tre colpi dai fedeli devoti. Un suono profondo che ti entra dentro.
Nella pagoda due coppie di sposi in costumi tradizionali si fanno scattare le foto di rito. Abbiamo chiesto se il matrimonio era stato celebrato oggi ma la loro risposta ci ha stupito. Sì sarebbero sposati una coppia fra tre mesi, l’altra fra quattro. Qui si usa così. Sì anticipano parecchio.
Finalmente, poi, qualcosa che non è una pagoda, bensì una scuola buddista, la Phaung Daw Oo Monastic Education Affiliated High School che raccoglie e istruisce gratuitamente, sostenendosi con donazioni, ben novemila studenti.
Abbiamo incontrato la direttrice, donna risoluta e in gamba e il fondatore, un monaco bonario che ha esordito “fatemi qualsiasi domanda, ma non chiedetemi quanti anni ho” . Anche lì abbiamo lasciato un piccolo obolo.
La direttrice ci ha spiegato il funzionamento della scuola e dell’annesso piccolo ospedale. Chi può, paga una piccolissima quota, chi non può, non paga nulla. E qui non c’è l’ ISEE. Ci si fida sulla parola. Mentire per un buddista implica perdere tutti i meriti acquisiti, come a Monopoli andare in prigione senza passare dal via. La dinamica donna ci ha dato il suo indirizzo per Email pregando di scrivere agli alunni (in inglese) per stimolarli ad imparare la lingua.
Per la prima volta, nella scuola, abbiamo notato le novizie donna, cartucce nella loro tunica rosa, ma anche esse rapate a zero.
Abbiamo avuto una scuola, dobbiamo ricambiare con due pagode nella zona chiamata Min Gun o Mingun.
Le raggiungiamo dopo una “crociera” di circa un’ora sul mitico fiume Irrawady che richiama tigri e impero britannico navigando su battelli che forse ricordano ancora quell’epoca. Piacevole la gita sul fiume, peccato che faceva un po’ freddino.
La prima detta “la pagoda incompiuta” (ma dovrebbe chiamarsi pagoda lesionata) una sorta di piramide Maya di mattoni bruni piena di profondissime ferite inferte dal terremoto del 1834. È una piramide piena, senza stanze interne. Interesse zero.
La seconda, al contrario, la Pagoda Myatheindian sembra una torta di panna candida. Grande, imponente, circolare. Sì, sembra proprio appena decorata da un fine pasticciere con innumerevoli volute di bianca panna posate sulla bianca glassa. Bella da ammirare seduti di fronte sorbendo con la cannuccia il succo di un cocco fresco.
Assistiamo ammirati al gioco della palla di bambù. Cinque giocatori in cerchio palleggiano con una palla formata da listelli di bambù curvati.
Maradona è nessuno. Tre palleggi di piede, uno di ginocchio, uno di tacco e passaggio al compagno a fianco che fa lo stesso. La palla non cade mai a terra. Complimenti!
Prima del ristorante serale, siamo ancora in crisi di astinenza da pagode. Ci spariamo con il primo buio la Pagoda Kyauk Taw Gyi. Un immenso Buddha candido, uscito da un solo blocco di marmo ci guarda dall’alto dei suoi quasi sei metri. Stupendo della sua algida levigatezza.
Lungo i quattro lati tante statue bianche indovinate di chi? Ovviamente di Buddha, tutte uguali tranne che per la posizione delle mani che, come sappiamo ognuna ha un suo specifico significato. Che non conosco. Le ho fotografate, magari con un “manu”ale di buddismo riesco a capirci qualcosa.
Continua….

Inizio anno rilassato. Partenza in pullman quasi alle 10 per Mandalay. 4 ore di relax su strade, interrotte da un fortuito incontro con un’altra cerimonia di inizio di noviziato. Quello che vediamo è ancora il primo dei tre giorni di festa e i novizi sono ancora vestiti con ricchi abiti civili bianco e oro.
La famiglia deve essere ricca perché il corteo che li accompagna è numeroso e comprende carri e cavalli riccamente addobbati di nastri e piume colorati. Il corteo si muove lentamente, gira sulla strada asfaltata e si perde dietro i rossi dossi che la costeggiano.
Ora che ce lo hanno spiegato mi piace scommettere su quanto tempo il novizio riuscirà a convivere con le dure regole del buddismo: sveglia alle quattro, due ore di meditazione, colazione, ancora meditazione, studio, etc. Un mese, un anno…o forse per la vita.
Qualche foto ai novizi e alle ultime pagode (o, piuttosto, stupa) di Bagan e riprendiamo la strada.
Non sono moltissimi i chilometri da fare, ma la strada è pessima e le soste sono l’obbligo.
Visitiamo un laboratorio artigianale che produce sottilissime lamine d’oro.
Il procedimento è solo meccanico: si tratta di battere l’oro finché non diventa una lamina spessa uno o due decimi di millimetro. Ma per garantirne la linearità e la omogeneità non basta il pesante martello. Sul piano di battuta in ferro viene posta una base di bambù che attutisce il colpo e un pezzo di pelle di cervo per favorire il rimbalzo. Ci spiegano che a fare appiattire la lamina non è tanto il peso del colpo di martello quanto il calore prodotto dallo sfregamento.
Non so perché ma, come tante altre mi sembra una recita per turisti.
Soliti souvenir: orecchini in foglia d’oro, Buddha ricoperto di foglia d’oro, foglie ricoperte di foglia d’oro, etc…
Tanto traffico, la visita alla Pagoda è rinviata a domani.
Albergo grattacielo in una città, Mandalay, che la Lonely sostiene di essere brutta (vedremo), piena di traffico e di smog (abbiamo visto). Brutto palazzone squadrato di dodici piani senz’anima. Anche il bar posto sulla terrazza è privo di attrattive. Ci sostiamo per lo aperitivo. Cena. Nanna.
Ma il viaggio continua …

Il proverbio dice Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi. Ma un proverbio non è il Verbo. Quest’anno mi andava di fare quello che ho sempre odiato. Forse per appurare se fosse, poi, giusto odiarlo.
Diciamo che ho sempre odiato i viaggi nei periodi canonici (Pasqua, Natale, ferragosto) quando l’affollamento e i prezzi sono alle stelle. Ho sempre odiato i viaggi intruppati con sconosciuti, tranne quelli con Avventure nel mondo quando organizzavo anche io, insieme al Coordinatore, il viaggio e le sue tappe. Oppure i viaggi in solitario o autoorganizzato con pochi amici.
Però, mi hanno parlato molto bene di questa Onlus “Viaggi solidali” di Torino che organizza progetti per il terzo mondo e coinvolge i turisti in questi progetti e destina ad essi una parte della quota di viaggio. Il viaggio, poi, comprende anche visite ai progetti stessi. In alcuni viaggi, non questo, purtroppo, si soggiorna anche nelle case dei locali, favorendo sia la reciproca conoscenza, sia un sostegno economico agli ospitanti.
Perché proprio il Myanmar?
Tante ragioni. Voglia di fare qualcosa di diverso a Natale, per esempio. Poi, alcuni Paesi tropicali devono esser visitati in pieno inverno, la loro stagione secca, pena tanta pioggia.
Poi il Myanmar, sì la Birmania, o la mitica Burma dell’impero britannico, ha una storia strana. Molto buddista, ma governata con pugno di ferro per anni dai militari. La precarietà dei diritti umani. La storia affascinante della “Signora” figlia di un eroe nazionale che ha preferito rimanere per anni “agli arresti domiciliari”, non andare a dare l’ultimo saluto all’amato marito, pur di essere sicura di rimanere nel suo Paese, diventando simbolo vivente della resistenza al regime che le avrebbe fatto ponti d’oro affinché lasciasse il Paese nel quale, però, le avrebbero impedito di tornare.

Questa signora, delicata di aspetto, sempre con un fiore fra i capelli, ma dentro costruita con l’acciaio, ora, non potendo essere capo dello stato, si è ritagliata, con la carica di “Consigliere di Stato”, il ruolo di leader del Paese che, comunque, continua ad avere un grosso peso da parte dei militari: hanno il 25% garantito dei seggi nel Parlamento e nominano sia il ministro della difesa sia quello dell’interno.
E, quasi come contrappasso, la “Signora”, la settimana scorsa è dovuta andare a difendere il suo Paese al tribunale internazionale dell’Aja, perché accusato di violazione di diritti umani, se non di persecuzioni verso una minoranza musulmana del Paese.
So che, negli ultimi anni, il Paese si è un po’ snaturato per il forte afflusso turistico con opere conservative delle attrazioni locali non sempre in linea con i canoni del restauro ripristinatorio.
Cerco di partire senza preconcetti, vedere, conoscere, (tentare di) capire.
Come al solito, su questo blog, WiFi degli alberghi permettendo, chi vorrà, potrà seguire non tanto il mio viaggio, quanto le mie impressioni, le mie sorprese, le mie riflessioni. Parto fra tre giorni.
A presto

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