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Il terzo giorno del 2020 inizia proprio bene, con una visita con ampie caratteristiche di novità rispetto ai giorni precedenti: visitiamo la pagoda Mahamuni!

La sua caratteristica è quella di avere, nella stanza centrale, una grande statua di un Buddha seduto. Di qui non ci sarebbe nulla di nuovo, anzi, alla prima occhiata, ci si chiede il perché della visita, considerando anche che la grande statua è avvolta da impalcature sulle quali si affaccendano diversi uomini. A rispettosa distanza i soliti fedeli che pregano. Ma non è una statua di Buddha in restauro, come si potrebbe pensare. Le persone sull’impalcatura (solo uomini; alle donne è vietato lo ingresso) non hanno in mano cazzuola, pennello o altri attrezzi, bensì una sottilissima foglia d’oro che, con il gesto di privarsene per abbandonare le cose terrene, appiccicano sul Buddha. Le foglie d’oro saranno spesse un decimo di millimetro e larghe non più di un paio di centimetri, ma questa storia va avanti da anni e ormai la statua, osservata dai fedeli solo con TV a circuito chiuso, comincia a perdere la nitidezza dei lineamenti sotto il carico del metallo prezioso. Provo a salire la scala che porta alla camera più interna e all’ impalcatura, ma l’assenza nelle mie mani dell’obolo d’oro mi fa ricacciare indietro.

Dopo la Pagoda è la volta del monastero Mahakandayo. Un monastero con 1.600 monaci che occupa l’area di un piccolo paese. L’occasione è la quotidiana processione di tutti i monaci che vanno a ricevere, nella propria ciotola, il pugno di riso, il biscotto o la minestra che costituisce il pasto del giorno.
Ho appena citato la ciotola che è una delle poche cose che un monaco buddista può possedere.
Le altre sono i due pezzi della tonaca, la cintura, il rasoio, un ago (il monaco veste di roba usata, serve per ricucirla), una coperta. Stop.
Ma lo spettacolo è allucinante: i poveri monaci sfilano fra migliaia di turisti (al 99% cinesi) che, nonostante il divieto, urlano, spingono, si accalcano per fotografare la processione. Non generalizzo, ma la massa di maleducati cinesi è veramente respingente. Almeno questi neo ricchi asiatici hanno tolto a noi italiani il poco invidiabile primato del turista caciarone, maleducato e urlante. Ce ne andiamo quasi subito, amareggiati e sconfortati per l’umiliazione a cui sono sottoposti i monaci in uno dei momenti più solenni della giornata, il pasto composto dalle offerte dei donatori. Sfilare fra due ali di folla che cerca di cacciarti l’obiettivo della fotocamera nell’occhio per avere un ricordo “tipico” non è piacevole.

I cinesi non ci abbandonano anche nella visita successiva. Evidentemente i giri dei tour operatori sono sempre gli stessi. Il piccolo pullman ci ci dice sulla sponda piatta e fangosa dell’Irrawady, in un luogo estremamente sporco e pieno di baracche bar/ristorante. Qual è l’attrazione? Pagoda? Monastero? No. Stavolta è un lunghissimo ponte, l’U Bein bridge, che congiunge , con una lunghezza di quasi un kilometro e mezzo le due sponde dell’Irrawwady anche al massimo della sua portata durante la stagione delle piogge. Ora il fiume è basso, poco profondo, lasciando ai lati larghe rive fangose. Il ponte si regge su due file parallele di grossi tronchi di legno di teak depredati dal palazzo reale dopo la deposizione dell’ultimo re. Sono centinaia di tronchi, il che fa dubitare di quello che mi avevano detto sulla distruzione con incendio del palazzo reale.
Tutti i cinesi del pasto dei monaci ora sono qui. Sono tanti, troppi. Deve essere l’ultima infornata dei nuovi ricchi. Urlano, berciano, sputano, sgomitano.
Non ne avevo mai visti tanti. Sarà forse perché si sentono in diritto di stare qui? Una targa sul ponte, scritta in cinese e inglese e non con i tondi caratteri birmani, ricorda che la Cina ha donato tutti i lampioni a energia solare della zona.

Della ennesima manifattura seta e cotone e dell’ennesimo monastero, questa volta femminile, non è il caso di dar conto tranne per citare il vero culto che la popolazione ha per Aung San Suu Kyi: la sua immagine è onnipresente in fotografie incorniciate, in manifesti, in calendari, più e più volte nello stesso locale. Il problema, mi hanno confessato, è legato ad una possibile sua successione. La Lady ha oggi 73 anni e, nel panorama politico birmano, non esiste alcuna persona che abbia almeno un briciolo del suo carisma e dell’autentico amore della popolazione.

Ma dobbiamo correre all’aeroporto: Yangon ci aspetta di nuovo.

Continua…..

Un piccolo volumetto, adatto ai bambini in età prescolare o in scuola primaria, che illustra con le immagini un luogo lontano dall’Italia, il Ladakh.

Montagne, strade tortuose, monasteri, monaci tibetani sono i protagonisti di questo volumetto pieno di fotografie.

fotolibro Ladakh

 

L’ho già postata, lo so. Ma questa foto mi piace tanto. Nepal. Himalaya.

montagna in Nepal

Nella pratica buddista il mandala indica un diagramma circolare costituito, di base, dall’associazione di diverse figure geometriche e simboleggia la creazione dell’universo partendo dal centro.

Tralasciando il significato simbolico, è stupefacente la pazienza dei monaci che “creano” il mandala. Su un disegno abbozzato a matita, fanno cadere minuscoli grani di polvere colorata. Utilizzano una piccola cannuccia d’argento (come forma simile ad una penna Bic senza punta e contenitore di inchiostro) che riempiono di polvere. Poi, sfregandola con uno stelo, provocano la caduta del singolo grano di polvere sul punto predeterminato.

Per i mandala più grandi di circa due metri di diametro ci vuole un continuo lavoro di più di una settimana.

Visto però che il vero mandala è solo un concetto filosofico e quello disegnato ne è solo una umana rappresentazione, dopo qualche giorno viene distrutto, a simboleggiare la caducità delle cose umane.

La foto è stata scattata in un monastero del Ladakh

making Mandala

 

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