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Oggi il Governo ha varato un doppio decreto legge su “sicurezza” e “immigrazione”. (nell’articolo è riportato anche il testo).

Nelle intenzioni di Salvini, principale autore del provvedimento esso servirà a scongiurrare nuovi arrivi di “migranti economici” e a dare una “stretta” sui facili riconoscimenti di “asilo” e “protezione sussidiaria”, abolendo quasi del tutto il permesso di soggiorno per “motivi umanitari“.

Viene ridotto lo SPRAR, gioiell  per l’assistenza dei richiedenti protezione e si rende il procedimento di riconoscimento della protezione un percorso ad ostacoli con il dichiarato scopo di ridurre in modo significativo il mumero dei “protetti”.

E qui sorge il grosso problema di questo decreto, al netto delle supposte incostituzionalità.

Già ora, e lo dice pure Salvini, la massa di richiedenti protezione è composta in gran parte da migranti economici, che non ne hanno diritto. Infatti, come si può vedere da dati dello stesso Ministero dell’interno, i dinieghi di proezione delle Commissioni territoriali sfiorano il 60%. Con l’applicazione del Decreto Salvini è ipotizzabile che essi salgano al 75%. E’ in questa percentuale il vero problema. Il 75% dei richiedenti protezione continuerà a vagare per il nostro Paese, probabilmente finendo preda, quando va bene, del lavoro nero e, quando va male della criminalità.

Infatti il vero ostacolo alla normalizzazione del sistema (chi ha diritto viene accolto, chi non ha diritto torna a casa) è l’assoluta assenza della seconda parte della frase precedente. Dall’Italia non esce nessuno. Nessuno viene espulso. Se ne rende conto anche Salvini quando dice “Di questo passo per espellere tutti ci vorranno 80 anni!” . E che le espulsioni siano molto difficili lo dimostra il caso dei tunisini espellendi che tornano liberi perché l’aereo è rotto. O i 74 agenti per scortare 29 migranti. E, si badi bene, i due casi sopracitati si riferiscono a migranti della Tunisia, Paese con il quale c’è l’accordo di riammeissione che funziona meglio, ma non più di 80 alla settimana, sennò il ministro della religione prtesta e fomenta il fondamentalismo.

Il problema dei rimpatri non è solo italiano.

Lo scrissi su questo blog il 7 febbraio scorso e ne riproduco il testo, da cui facimente si può capire perché il Decreto Salvini aumenterà il numero di irregolari e perché i nostri partner europei sono disponibili ad acogliere solo migranti che hanno già avuto la protezione e non una massa indistrinta di profughi/migranti.

“Ieri, 6 febbraio, a Radio anch’io su Radio 1 (qui il podcast della trasmissione) è stata dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

È intervenuta Emma Bonino che ha detto cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le ha rimproverato di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa ha detto di tanto trasgressivo Emma Bonino? Ha detto la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, pur senza dare i numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (200.000 nel 2017).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369 (fonte: Ministero dell’interno)

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 un numero di poco inferiore. Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato posto rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali (il concorso si sta concludendo in questi giorni), istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, nel 2017, hanno visto diminuire di oltre il 25% gli sbarchi.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano oltre il 60% delle domande. Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti propongono appello, in quanto ciò, fino ad ora, gli assicurava almeno altri 18/24 mesi di permanenza “legale” in Italia

Molti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza.

Ma anche se io conosco nome e nazionalità di uno straniero da rimpatriare, non posso rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

 

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi ha detto a “Radio anch’io” Emma Bonino. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono cn le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

 

Se la Destra di Berlusconi e Salvini sa fare di meglio, si accomodi. Certo, durante il periodo di governo della Destra, il numero di clandestini calò in modo impressionante, ma non certo per le espulsioni.

Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri…”

Se non si crea un canale regolare di immigrazione per far sfogare in maniera legittima la fortissima pressione proveniente dal sud del mondo, è inevitabile un’ascesa dei numeri dei clandestini che – per sopravvivere – lavorerranno in nero o saranno facile preda della criminalità.

 

Sono molto preoccupato per una frase che sta tornando di moda: io sono eletto dal popolo e, quindi, sono superiore a qualsiasi carica non elettiva.

La mia memoria di vecchietto va a Craxi e Berlusconi che, pure, adottavano una tattica simile.

Salvini, come eletto dal popolo, diffida i magistrati, non eletti, ad indagare su di lui. Di Maio, di fronte ai warning delle agenzie di rating, pomposamente afferma che lui, fra le agenzie di rating e gli italiani, sta con gli italiani che lo hanno eletto; Maurizio Belpietro – a Otto e mezzo  del 13 settembre scorso – giudica offensivo il richiamo di Draghi, non eletto, al Governo italiano, eletto dal popolo. E, ancora, L’Europa non può giudicare le Nazioni, a proposito del voto del Parlamento europeo sull’operato del Governo Orban.

Se io sono eletto e ho il consenso – questo è il senso – sono al di sopra delle regole e posso fare quello che voglio.

Ragionamento molto pericoloso perché ci sono regole poste proprio affinché chi ha il potere non infranga le regole del gioco democratico. E queste regole sono state poste non da terzi, ma dagli stessi attori della democrazia, in atti o Trattati di rango superiore come la Costituzione.

Bene ha fatto Mattarella a ricordare che è stata la Costituzione a volere che i magistrati non siano eletti, proprio per non essere costretti a promettere o schierarsi in competizioni elettorali.

I Capi di Stato e di Governo, loro eletti e rappresentanti del popolo, sottoscrissero il Trattato dell’Unione europea che stabilisce le modalità di nomina del Presidente della Banca Centrale europea e i suoi compiti, compiti che oggi Mario Draghi ha esercitato richiamando l’Italia all’osservanza delle regole imposte da quel Trattato liberamente sottoscritto e accettato.

Lo stesso Trattato con le sue regole che l’Ungheria ha accettato quando, per sua richiesta ha voluto entrare nell’Unione europea. Ben ha fatto, quindi, il Parlamento europeo, organo anch’esso eletto direttamente dal popolo europeo, a stigmatizzare il distacco del governo di Orban da quelle regole.

Se entri nel gioco politico democratico devi accettarne le regole, se non le rispetti, entri nella pericolosa deriva che porta forse alla democratura, forse alla dittatura e, certamente, non potrai pretendere il rispetto degli altri partner che con tali regole ancora giocano.

Gli esponenti di spicco di questo Governo, poi, pretendono la sudditanza in nome della loro elezione da parte del “popolo sovrano”. Ma – forse – non considerano una cosa, una cosa importantissima. Salvini e Di Maio sono stati eletti sì, ma sono stati eletti come parlamentari al pari di Brunetta, di Renzi, della Bonino, della Gelmini. Nessun elettore ha dato loro l’investitura per governare così come lo stanno facendo. anzi, a voler essere onesti l’elettore leghista ha dato il suo consenso a Salvini perché mai governasse con Di Maio. L’elettore cinquestelle ha dato il suo consenso a Di Maio perché mai governasse con Salvini. L’attuale Governo ha dunque tradito gli elettori che hanno votato i singoli parlamentari e si regge su un programma ben diverso da quello presentato agli elettri PRIMA delle elezioni ed, in molte parti, con esso contrastante.

PRIMA delle elezioni i cinquestelle tuonavano contro la flat tax e i leghisti contro il reddito di cittadinanza.

Forse proprio loro non dovrebbero parlare di legittimazione popolare.

Quello che mi dà ai nervi, nelle dichiarazioni dei nostri politici non è la propugnazione delle proprie tesi, seppur poggianti su basi molto, molto esili. Quello che veramente mi indigna sono le falsità e le bugie che – al solito – hanno le gambe corte.

Cosa è successo? E’ successo che oggi il nostro  Presidente del Consiglio dei ministri è andato al Senato (qui il resoconto stenografico) per riferire sul caso del “divieto di sbarco” ai profughi raccolti dalla nave “Diciotti”.

Come al solito – prassi costante di questo Governo  –  l’indicazione di un nemico per sgravarsi di ogni  responsabilità. Il nemico, ovviamente è l’Europa.

Conte afferma: “Stiamo registrando segnali di avvicinamento nel segno di una comune, speriamo sempre maggiore, consapevolezza degli Stati membri che se non si lavorasse ad un simile meccanismo non solo non si darebbe coerente attuazione alle decisioni prese dall’ultimo Consiglio europeo, ma si verrebbe meno all’impegno, alla solidarietà e all’equa ripartizione di responsabilità che sono specificamente previsti dagli articoli del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.”

Quindi accusa l’Europa per una supposta mancanza di solidarietà per non aver accolto e redistribuito i migranti raccolti dalla nave Diciotti. Più volte ho rimarcato la negligente mancanza di solidarietà europea, ma la solidarietà – purtroppo – si attua non tanto sulla base di astratti articoli del Trattato, bensì su norme cogenti e vincolanti.

E queste norme, che nel 2015 erano, per decisioni della Commissione, cogenti e vincolati, prese sotto la spinta e le richieste del Governo italiano di allora, sono adesso molto, molto facoltative.

Infatti, nel Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno 2018, che vede la partecipazione – per l’Italia – del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i Capi di Stato e di governo dell’Unione europea decidono , all’unanimità  che: “Nel territorio dell’UE coloro che vengono salvati, a norma del diritto internazionale, dovrebbero essere presi in carico sulla base di uno sforzo condiviso e trasferiti in centri sorvegliati istituiti negli Stati membri, unicamente su base volontaria;

Non risulta agli atti alcuna opposizione o riserva italiana al mutamento della redistribuzione dei migranti da obbligatoria a volontaria.

Perché, allora, Conte dice il falso?

 

Poi sempre nell’audizione odierna, se la prende con Malta che non ha accolto i profughi migranti. Vero, Malta spesso fa la furba. Ma ha il diritto dalla sua parte. Malta non ha mai firmato il protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Amburgo del 1979 che, oltre al soccorso, impone anche l’accoglienza dei “salvati”.  Quindi, per le convenzioni internazionali che regolano la materia, Malta è obbligata al soccorso ma non all’accoglienza.

Furba, dicevo, ma un motivo c’è. Malta si estende su 315 chilometri quadrati, circa un millesimo dell’Italia che si estende su 301.000 chilometri quadrati. Il calcolo è semplice. Se, come dice Salvini, 200.000 profughi sul territorio italiano mettono in crisi il nostro Paese, la crisi, per Malta, inizia dopo 200 profughi accolti.

Senza parole.

Di Maio contro Salvini. Salvini contro Di Maio. La Lega non vuole il “decreto dignità” che i Cinquestelle vogliono assolutamente. Ma i Cinquestelle vogliono chiudere la TAV Torino-Lione che la Lega giudica opera essenziale.

Salvini alza la testa con dichiarazioni fasciste e, subito, Fico smorza i toni ergendosi a paladino della democrazia. Toninelli diffida chiunque a firmare alcunché sulla TAV e Salvini subito interviene dicendo che lo stop non è in programma.

La lega vuole chiudere i porti? Fico si fa garante della solidarietà.

I media impazziscono. A seconda della parte rappresentata dalla proprietà e dal Direttore tifano oggi per la Lega, domani per i Cinquestelle. Ed il consenso aumenta.

Un tizio, Belzebù mi pare, diceva che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Il sospetto mi viene. Ma non è che queste “presunte divisioni” fra i due partiti siano preordinate e studiate a tavolino per giocare al “poliziotto buono e al poliziotto cattivo”?

Dice Wikipedia: “Il poliziotto cattivo adotta un atteggiamento aggressivo nei confronti del soggetto, con commenti sprezzanti, giochetti e suscitando in generale un senso di antipatia. A questo punto interviene il poliziotto buono, apertamente amichevole, comprensivo in modo da suscitare simpatia nell’interrogato che viene spesso anche difeso dalle prepotenze del poliziotto cattivo. Il soggetto è dunque spinto a collaborare dal senso di gratitudine verso il poliziotto buono e dalla paura di una reazione negativa del poliziotto cattivo. La tecnica, se conosciuta, è facilmente riconoscibile, ma rimane utile contro soggetti giovani, impauriti o sprovveduti. L’utilizzo della tecnica comporta però un certo grado di rischio, se infatti è riconosciuta dal soggetto esso può considerarsi offeso e insultato e rendere meno probabile una sua collaborazione. La tecnica, per poter essere ben attuata in un contesto lavorativo complesso, richiede la partecipazione di un addetto esperto in gestione delle risorse umane oltre a un manager diretto superiore del dipendente ‘oggetto’ del colloquio”.

La piattaforma Russeau (o chi c’è dietro) o, forse (per tentare un po’ di complottismo), Putin, non avrebbero difficoltà a disegnare il gioco.

Ovviamente fra Lega e Cinquestelle le parti si invertono continuamente e, alternativamente Di Maio e Salvini giocano la parte del poliziotto buono e di quello cattivo.

L’interrogato, in questo caso, è il cittadino che, istintivamente si trova a “tifare” per la “parte avversa” alla parte di Governo che fa la proposta che non gli piace. Ma il cittadino, in ogni caso, “tifa per il Governo” e il consenso alla coalizione giallo-verde aumenta.

Le opposizioni (ma esistono?) continuano a comportarsi come i capponi di Renzo (non Renzi) e a beccarsi a vicenda o correndo al soccorso di quella parte di Governo in quel momento meno distante dalle sue idee.

Bella tattica. Chapeau!!

Ieri, 24 luglio, improvvisamente, l’hashtag #crocifisso è balzato in testa alle tendenze di Twitter e, anche oggi, non è da meno. Ora si posiziona al terzo posto. Mi sembra strano e cerco di capire cosa sia successo.

Leggendo i tweet, riesco a capire che Barbara Saltamartini, deputata della Lega, avrebbe presentato una proposta di legge che imporrebbe l’esposizione del crocifisso nelle scuole e negli uffici.

Come sapete, bazzico abbastanza con leggi e proposte di legge e mi vado a fare una ricerca sul sito del Parlamento.

Effettivamente apprendo che il 26 marzo 2018 (quindi neppure dopo 10 gg dalla prima riunione del Parlamento), l’on. Saltamartini ha presentato alla Camera dei Deputati il progetto di legge n. 387, recante “Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e negli uffici delle pubbliche amministrazioni” (qui il testo).

Già la data della presentazione mi suona strana (la proposta è stata assegnata alla I Commissione solo il 26 giugno 2018 e l’esame non è ancora cominciato) e così mi vado a vedere cosa è successo nella scorsa legislatura. Scopro quello che già sapevo. Nella scorsa legislatura, il 5 settembre 2016, i Deputati della Lega Simonetti, Saltamartini (sempre lei) ed altri, presentarono alla Camera dei deputati il progetto di legge 4005 recante “Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e negli uffici delle pubbliche amministrazioni” il testo (clicca qui), identico a quello presentato dalla Saltamartini in questa legislatura non fu mai neppure discusso in Commissione.

Quindi, la proposta di legge che ha fatto impazzire Twitter è una di quelle proposte di legge che vengono riproposte “in automatico” ad ogni inizio di legislatura quando ancora non si sa chi andrà al governo.

Le elucubrazioni su Salvini e i crocifissi nei porti e le disquisizioni dei twitteristi sono quindi campate in aria e qualche giornalista ci ha “inzuppato il pane”.

Ma che dice il testo presentato dalla Saltamartini in questa legislatura ed identico al precedente? E molto breve e lo riproduco tutto:

PROPOSTA DI LEGGE n. 387

d’iniziativa dei deputati
SALTAMARTINI, FEDRIGA, CASTIELLO, GRIMOLDI, GUIDESI

Disposizioni concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole e negli uffici delle pubbliche amministrazioni

Presentata il 26 marzo 2018

  Onorevoli Colleghi! — Le ripetute polemiche relative alla presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche, documentate dalla stampa e dai mezzi di comunicazione nazionali, hanno profondamente ferito il significato non solo religioso del Crocifisso, ma anche e soprattutto quale «simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente da una specifica confessione religiosa», così come già aveva autorevolmente sostenuto il Consiglio di Stato, nel parere n. 63, espresso in data 27 aprile 1988. «La Costituzione repubblicana», continuava il Consiglio di Stato, «pur assicurando pari libertà a tutte le confessioni religiose, non prescrive alcun divieto all’esposizione nei pubblici uffici di un simbolo che, come quello del Crocifisso, per i princìpi che evoca, fa parte del patrimonio storico».
Con la sentenza n. 556 del 2006, il Consiglio di Stato non solo ha riproposto molte delle deduzioni già presenti nel parere del 1988, ma si è spinto ben oltre, fino ad affermare che l’esposizione obbligatoria del Crocifisso nelle aule scolastiche pubbliche non è più considerata semplicemente inidonea a ledere il principio supremo della laicità dello Stato, ma costituisce una raffigurazione evocativa dei valori che quello stesso principio racchiude. I giudici di Palazzo Spada giungono a tale conclusione confermando che il principio di laicità deve trasporsi sul piano giuridico secondo formule attente alla tradizione culturale e ai costumi della vita di ciascun popolo.
Il parere del Consiglio di Stato, che ha avuto come oggetto le norme del regio decreto 30 aprile 1924, n. 965, e del regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297, afferma che le suddette disposizioni, relative all’esposizione del Crocifisso nelle scuole, non sono state modificate per effetto della revisione dei Patti Lateranensi. Nel nuovo assetto normativo in materia, derivante dall’accordo, con protocollo addizionale, intervenuto tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, con il quale sono state apportate modificazioni al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, nulla viene stabilito relativamente all’esposizione del Crocifisso.
Non si ritiene che l’immagine del Crocifisso nelle aule scolastiche, o più in generale negli uffici pubblici, nelle aule dei tribunali e negli altri luoghi nei quali il Crocifisso o la Croce si trovano ad essere esposti, possa costituire motivo di costrizione della libertà individuale a manifestare le proprie convinzioni in materia religiosa.
Risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso di introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso; esso, al contrario, rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo.
Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i princìpi su cui si fonda la nostra società.
Rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro Paese.
Pur prendendo atto dell’odierna aconfessionalità e neutralità religiosa dello Stato, nonché della libertà e della volontarietà dei comportamenti individuali, i fatti da ultimo registrati evidenziano come si renda necessaria l’emanazione di un provvedimento che assicuri che non vengano messi in discussione i simboli e i valori fondanti della nostra comunità.

PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.
(Princìpi).

  1. Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa.

Art. 2.
(Finalità).

  1. Nel rispetto degli articoli 7, 8 e 19 della Costituzione, la presente legge disciplina l’esposizione del Crocifisso in tutti gli uffici della pubblica amministrazione secondo le modalità degli articoli 3 e 4, al fine di testimoniare, facendone conoscere i simboli, il permanente richiamo del Paese al proprio patrimonio storico-culturale che affonda le sue radici nella civiltà e nella tradizione cristiana.

Art. 3.
(Esposizione del Crocifisso).

  1. Nelle aule delle scuole di ogni ordine e grado e delle università e accademie del sistema pubblico integrato d’istruzione, negli uffici delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e negli uffici degli enti locali territoriali, nelle aule nelle quali sono convocati i consigli regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, negli stabilimenti di detenzione e pena, negli uffici giudiziari e nei reparti delle aziende sanitarie e ospedaliere, nelle stazioni e nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti, nelle sedi diplomatiche e consolari italiane e negli uffici pubblici italiani all’estero, è fatto obbligo di esporre in luogo elevato e ben visibile l’immagine del Crocifisso.
2. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le rispettive amministrazioni sono tenute a emanare la disciplina di attuazione della disposizione di cui al comma 1.
3. Gli organi costituzionali adottano le disposizioni necessarie per l’attuazione dei princìpi della presente legge nell’ambito della rispettiva autonomia.
4. I consigli regionali adottano le disposizioni necessarie per l’attuazione dei princìpi della presente legge secondo le rispettive disposizioni regolamentari.

Art. 4.
(Sanzioni).

  1. Chiunque rimuove in odio ad esso l’emblema della Croce o del Crocifisso dal pubblico ufficio nel quale sia esposto o lo vilipende, è punito con l’ammenda da 500 a 1.000 euro.
2. Alla medesima sanzione di cui al comma 1 soggiace il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che rifiuti di esporre nel luogo d’ufficio l’emblema della Croce o del Crocifisso o chiunque, investito di responsabilità nella pubblica amministrazione, ometta di ottemperare all’obbligo di provvedere alla collocazione dell’emblema della Croce o del Crocifisso o all’obbligo di vigilare affinché il predetto emblema sia esposto nei luoghi d’ufficio dei suoi sottoposti, ai sensi della presente legge.

Art. 5.
(Entrata in vigore).

  1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 

Non entro nel merito della questione che mi suscita scarso interesse. Sono laico e non credente, ma riconosco che il crocifisso fa comunque parte della nostra cultura e storia. Ognuno la pensa come vuole, ma mi limito ad osservare alcune cose.

L’esposizione del crocifisso, in luogo elevato e ben visibile, in un’aula scolastica, in un’aula giudiziaria, in un Ufficio pubblico, significa che l’istruzione, la giustizia, la pubblica amministrazione, sono impartiti secondo i principi dettati dalla confessione religiosa rappresentata dal crocifisso. E questo, in uno Stato laico, non è ammissibile in quanto va contro i principi costituzionali della non discriminazione religiosa (art.3), della distinzione fra Stato e Chiesa cattolica (art. 7) e della libertà religiosa (art.8).

La proposizione di una tale proposta di legge indica, nei presentatori, la paura dell’altro e la presunzione di far valere erga omnes i propri valori.

Ma, come la mettiamo con i milioni di cittadini italiani (non parlo di stranieri) che non abbracciano la religione cattolica e sono ugualmente titolari degli stessi diritti di non discriminazione degli italiani di religione cattolica? Per fare un esempio, lo studio del Pew Center, riportato dal demografo Massimo Livi Bacci, stima che in Italia gli islamici siano quasi un milione in più dello stock dei migranti, quindi quel milione saranno cittadini italiani.

Alle stesse conclusioni perviene Fabrizio Ciocca nel saggio “La comunità islamica più numerosa in Italia? Quella Italiana.in cui stima che oltre un milione di cittadini italiani siano di religione musulmana.

Non sono particolarmente favorevole alla religione musulmana, come a qualsiasi religione, ma ritengo che cittadini italiani di religione musulmana, buddista, taoista etc, debbano avere gli stessi diritti e non essere discriminati da un simbolo religioso “esposto in alto ed in maniera ben visibile”.

Tutto l’impianto della proposta di legge, secondo me, è errato e va oltre quello che si propone e non mi stupirei che la “relazione” sia tratta dalla difesa italiana ad una sentenza, poi riformata, della Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU), quando il 27 luglio 2006, una cittadina italiana, la Signora Soile Lautsi adisce la CEDU per chiedere la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche considerandolo un ostacolo all’educazione laica che impartisce ai figli. La CEDU dà ragione alla signora Lautsi (qui la sentenza), ma la Grande Chambre (organo di appello) ribalta la decisione di primo grado (qui la sentenza).

Si trattava, quindi, di opporsi alla rimozione del crocifisso, cosa ben diversa da imporne l’affissione. In sintesi, non mi posso dolere della presenza del crocifisso, ma mi dà molto fastidio che questo simbolo religioso sia imposto.

Del resto anche le norme di legge che nella proposta di legge si vorrebbero ancora vigenti e che impongono la presenza del crocifisso sono alquanto “strane” ed anteriori ai “patti lateranensi” del 1929, in piena vigenza dello “statuto albertino” che all’art. 1 disponeva: “La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi.”

Le norme richiamate sono il R.D. 30 aprile 1924, n. 965 “Ordinamento interno delle Giunte e dei Regi istituti di istruzione media” che all’articolo 118 dispone “Ogni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula, l’immagine del Crocifisso e il ritratto del Re” e il R.D.26 aprile 1928 n. 1297 . che, all’articolo 119 rinvia ad una tabella (allegato C) l’elenco degli “arredi scolastici” per ogni tipo di classe. Nell’allegato C, insieme al ritratto del re, alle carte geografiche, al cestino per la carta, alla lavagna, è indicato anche il crocifisso. Il crocifisso come arredo scolastico, quindi.

Norme di fatto superate dal mutamento dei rapporti fra Stato e Chiesa del Concordato del 1929, del mutamento della forma costituzionale dello Stato italiano che non riconosce più alla Chiesa cattolica il “privilegio” dell’unica religione e dal nuovo concordato del 1984.

Ma il parere del Consiglio di Stato, citato nella relazione alla proposta di legge, afferma che tutti questi avvenimenti non hanno mutato la “tabella C” che disciplina gli arredi scolastici e la proponente “si allarga” chiedendo l’affissione del crocifisso anche nei porti , nelle aule giudiziarie, nelle aule dei consigli comunali, provinciali (ci sono ancora?) e regionali, negli ospedali etc.

Ecco, questo è il quadro della situazione attuale, forse diverso da quello che i twittatori di ieri e di oggi immaginano. Ognuno è libero di pensarla come crede. Io ho solo fornito gli elementi di riflessione. Personalmente, ripeto, la presenza del crocifisso non mi disturba, mi disturba, e molto, l’obbligo della sua affissione “in luogo elevato e ben visibile”, come a sovrintendere l’attività che si svolge nell’aula scolastica o giudiziaria.

Ritengo, comunque, che ora gli italiani abbiano problemi ben più importanti a cui dar retta.

Permettetemi una ultima riflessione, da laico agnostico qual sono: non ho mai capito perché i cattolici preferiscano il dolore del crocifisso alla gioia e alla gloria della resurrezione simboleggiata dalla croce nuda nelle chiese dei protestanti.

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