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Dallas, 22 novembre come oggi. 57 anni fa.

Un corteo, un’auto scoperta, una coppia di successo, non solo politico.

Un uomo, un presidente di una grande nazione, lanciato verso la riconferma del mandato.

Tre pallottole.

Un sogno spezzato.

Manca qualcosa?

Sì, la verità.

Io non capisco, non capisco proprio. I dati sul Coronavirus oggi sono da tragedia: 37.809 nuovi casi, 446 morti, terapie intensive al collasso. Malati messi fra i banchi delle chiese. Molto peggio della scorsa primavera.

Eppure le Regioni continuano a battagliare contro il Governo. Proprio le stesse Regioni che, meno di un anno fa pretendevano l’autonomia più completa e differenziata, ora, in barba alla legge sul Servizio Sanitario nazionale, pretendono che sia il Governo centrale a prendere le odiose decisioni di chiusura. Non solo questo, le Regioni pretendono che, a fronte di situazioni oggettivamente diverse fra le Regioni, il Governo debba attuare misure omogenee, uguali per tutte le regioni, in modo da non poter distinguere fra Regioni “buone” o “cattive”.

A me sembra troppo. Sembra una speculazione politica sulla pelle di noi cittadini. Una battaglia che, in questo momento di tragedia, non ha alcun fondamento.

Ovviamente Lega e Fratelli d’Italia soffiano sul fuoco. Senza fare proposte concrete, bombardano il governo di accuse assurde. Lo hanno dileggiato durante tutta l’estate al grido “IL COVID è clinicamente morto!”, “Basta Stato di emergenza” e, ora, accusano il Governo di non prendere misure univoche e stringenti.

Maledetta sia la riforma del Titolo V della Costituzione che, con la modifica dell’art. 117 dà allo Stato e alle Regioni la competenza concorrente in materia sanitaria. Oggi le Regioni se ne approfittano per pretendere autonomia quando fa loro comodo e per scaricare sul Governo centrale le responsabilità quando si tratta di prendere decisioni impopolari.

È un balletto che deve finire. Quando la pandemia sarà finita, bisognerà porre mano alla nuova riforma dell’art. 117 della Costituzione e porre un punto fermo alla competenza fra Stato e Regioni per evitare questi orrendi balletti.

Invito tutti i lettori a riconsiderare chi votare alle prossime elezioni regionali. Di questi buffoni ne abbiamo piene le tasche.

Oggi è il clic day per ottenere il bonus bici e monopattino deciso a maggio. I nostri politici hanno dimostrato tutto il loro sadismo. Invece di considerare la spesa per la bici come detrazione fiscale da indicare nella dichiarazione dei redditi, sistema collaudato e sicuro, hanno preferito la lotteria.

Da stamattina si doveva accedere al sito del ministero dell’ambiente, muniti dello scontrino fiscale in formato elettronico e IBAN da caricare.

Hanno trovato, bisogna essere proprio bravi, il sistema per creare la fila sul web. Infatti tanti utenti (i fortunati che sono riusciti a entrare) si sono trovati davanti un avviso che li informa che “davanti a te ci sono 345.876 persone. Non andare via per non perdere la posizione acquisita”. Quindi cinque o sei ore di attesa.

E quando, dopo aver trascurato affari, lavoro, famiglia, finalmente diventi il primo della fila, ecco l’acme della perfidia: devi autenticare la tua identità con SPID.

Purtroppo oggi SPID non funziona, travolto dall’impennata delle richieste. Tutto inutile. Devi rinunciare. In prigione senza passare dal via!

Mica è finita.

Prendiamo un qualsiasi tizio che non ha mai acquistato una bicicletta e che neppure sa che oggi si può richiedere il bonus, ma ha necessità di entrare, che so, nel sito del Comune di Roma, nel sito dell’Agenzia delle entrate, nel sito dell’Inps per svolgere le sue pratiche. Ormai molto si può fare on line.

Peccato che in questi siti sì ci identifichi con SPID e se SPID è crollato a causa degli acquirenti di biciclette e monopattini, è crollato anche per chi vuole entrare nel sito dell’INPS, dell’agenzia delle entrate o del Comune di Roma. Quindi niente, non si entra da nessuna parte.

Vorrei sapere se i responsabili di Poste (provider SPID) e di SOGEI (responsabile sito del ministero dell’Ambiente) pagheranno mai per questo casino.

Secondo me, no.

Secondo voi?

Viviamo tempi a dir poco complessi che ci spingono a comportamenti fino a 10 mesi fa molto, molto inusuali. Siamo improvvisamente (cosa sono 10 mesi al confronto di una intera vita?) arrivati alla situazione descritta da Isaac Asimov nel suo romanzo “il sole nudo”  in cui i protagonisti vivevano perennemente “distanziati” e provavano fastidio, se non disgusto e paura nel contatto diretto con altre persone.

Quante volte, oggi, se incontri qualcuno per strada, e ti fermi a parlare ti distanzi, eviti il contatto ravvicinato e ti sistemi bene la mascherina? Talvolta il contatto diretto ti dà fastidio, ti senti più  tuo agio nei contatti con Skype, Zoom o Meet. Eppure, eppure hai nostalgia dell’incontrarsi, del baciarsi sulle guance nel contatto fisico diretto.

Purtroppo il tempo non è una costante, ma una variabile: dipende dallo stato d’animo. Oggi ho girato la pagina del calendario. Un calendario che produco ogni anno con le migliori fotografie dell’anno precedente. Ebbene, la foto di novembre è di neppure 10 mesi addietro, ma mi sembra lontanissima, come se, nei dici mesi trascorsi fossero successe tante e tante cose. Eppure, tranne il Covid, non è successo niente. Niente? È successa una cosa che ha dell’incredibile: i contatti umani sono, per dirla con un eufemismo, fortemente diminuiti, Non si ci abbraccia più, il classico “Sali da me a mangiare” o “sali da me per un bicchiere” è cessato. Se mai si ci vede, attraverso le mascherine, in un luogo poco affollato. E non si ci tocca, non si ci bacia.

Passerà, tutte le cose brutte, guerre, pestilenze, carestie, sono passate. Per chi sopravviverà, per chi riuscirà a ritrovare il mondo “giusto”, si ricordi che questo NON è il nostro mondo. Siamo fatti per essere sociali, per baciarci, per toccarci, per abbracciarci. Finirà, quando non lo so, ma finirà.

In questa ultima parte, dopo la storia del numero dei parlamentari nella Costituzione, delle ragioni addotte (e smentite) dai promotori sull’asserito risparmio, e del presunto troppo elevato numero di parlamentari italiani rispetto agli altri Paesi descritti nei post precedenti, cercherò di spiegare i “guasti nascosti” che la riduzione dei parlamentari porterebbe al sistema costituzionale italiano.

Il primo problema che la riforma proposta porta al sistema è l’aumento del deficit di rappresentatività. Se in Italia gli elettori alla data del referendum sono 51.559.898 (fonte Viminale) significa che ora c’è un deputato per ogni 81.000 elettori e un senatore per ogni 163.000 elettori. Se dovesse vincere il Sì ci sarà un deputato per ogni 128.000 elettore e un senatore per ogni 257.000 elettori. Questo è un dato di fatto. La nostra è una democrazia rappresentativa che si rispecchia nel Parlamento e, con la possibile vittoria del SI’, il Parlamento sarebbe molto meno rappresentativo del corpo elettorale. Tenete a mente questi numeri perché ci torneremo.

Molti studi hanno dimostrato che non cambiando il sistema elettorale (infatti il referendum cambia solo il numero dei parlamentari) ci sarebbero molte distorsioni all’interno delle circoscrizioni e dei collegi con regioni che eleggeranno un numero di parlamentari, in rapporto all’elettorato, inferiore a quello eletto in altre regioni. Per farla facile, ci sarebbero regioni che conteranno più di altre regioni. Bisognerebbe correggere subito questa distorsione: non è possibile che lo stesso numero di elettori di una regione elegga un minor numero di rappresentanti. Non entro nel merito di questi tecnicismi, pur importanti, ma voglio evidenziare un altro aspetto, secondo me, molto più grave.

In Italia, in pratica, non c’è un sistema elettorale o, meglio, cambia ad ogni consultazione: Mattarellum, porcellum, rosatellum ed, ora, un innominato sistema proporzionale con sbarramento che, comunque, stenta a vedere la luce e giace, come proposta indefinita presso le Commissioni parlamentari.

Tutti questi sistemi elettorali hanno un punto in comune e neppure quello in gestazione se ne differenzia: le liste sono bloccate, ossia l’elettore deve supinamente votare la scheda che gli sottopone il partito, non può scegliere il candidato che verrà eletto a seconda dei voti ricevuti dal partito in ragione del posto in lista ricevuto sempre dal partito. In pratica noi votiamo il partito e, in seconda battuta, i candidati scelti dai Segretari dei partiti. Per questo si dice che, da noi, i parlamentari sono nominati e non scelti dall’elettorato. Quindi, non solo i candidati vengono scelti dai partiti, ma anche le chances di elezione sono determinate dal posto in lista e non dalle preferenze ricevute. Quindi la diminuzione dei parlamentari non è affatto una garanzia di avere un Parlamento formato da Deputati e Senatori più competenti e seri.

Non ti riconosci nella lista: fattene una tu, vien detto. Pare facile, ma già ora, per diventare deputato, bisogna farsi conoscere da 81.000 elettori. Se dovesse vincere il SI’, per essere eletti bisognerebbe farsi conoscere da 128.000 elettori. Sempre più difficile, quasi impossibile, senza il contributo della macchina organizzativa del partito.

Ma non è finita. C’è un altro aspetto, forse ancora più grave. Una volta eletti – ora – i parlamentari sono “ostaggi” dei partiti, non avendo – come abbiamo visto – alcuna possibilità di farsi eleggere senza l’aiuto di questi ultimi. Il ricatto l’abbiamo visto più volte: il Segretario di partito dice al deputato: “o voti come ti dico o non ti ricandido”. Su 630 deputati e 315 senatori abbiamo assistito talvolta a fiere ribellioni di parlamentari che anteponevano la loro coscienza alla disciplina di partito. Su 400 deputati e 200 senatori tale possibilità sarà molto, molto più difficile: i ribelli saranno emarginati, non avranno la possibilità di costituire gruppi autonomi  (i Regolamenti di Camera e Senato non sono oggetto del Referendum) e saranno “dimenticati” alle successive elezioni.

Aumenterà a dismisura il potere delle Segreterie dei partiti. Un piccolo manipolo di potenti, senza problemi, potrà governare una Assemblea ridotta di numeri e, quindi, di potere.

Dalla democrazia rappresentativa passeremo ad una oligarchia di Segretari di partito di cui il Parlamento sarà solo il coro. E i “paletti”, le riforme di contorno promesse, la riforma dei Regolamenti parlamentari, la riforma elettorale? Boh, forse, dico forse, ci penseranno. Dopo. Chissà. Forse…

Senza contare che, in assenza di riforme concorrenti, il peso dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica (tre per regione) aumenta di molto rispetto a quello dei Parlamentari “ridotto” dalla legge tagliaparlamentari in aperto spregio al “peso” voluto dall’articolo 83 della Costitzione.

E questi sono pericoli che non voglio correre.

Alla fine di questa disamina, abbiamo visto:

  • che il numero dei Parlamentari, più o meno, è sempre quello fissato dai Padri costituenti,
  • che il risparmio può essere assimilato ad ogni legislatura ad una tazza di caffè per ogni italiano (salvo che per la prima, dove il risparmio se lo è già mangiato il costo del Referendum),
  • che il taglio lineare dei parlamentari non produce, di per sé una maggiore efficienza del Parlamento, le cui cause sono da ricercarsi altrove e che, anzi, il taglio dei parlamentari potrebbe accentuare le disfunzioni;
  • che il numero dei parlamentari è in linea con le democrazie più simili alla nostra in Europa e nel mondo
  • che la riduzione dei parlamentari potrebbe produrre gravissime disfunzioni alla rappresentatività dell’elettorato, delle Regioni e produrrebbe sicuramente un amento del peso dei Delegati regionali rispetto al Parlamento nell’elezione del Presidente della Repubblica.

E, allora, perché dovremmo votare Sì? Solo per compiacere un partito che sta scomparendo, fa queste battaglie contro la casta solo per sentirsi vivo, solo per riempire qualche minuto dei telegiornali?

Avete visto in questi ultimi giorni che gli altri partiti si disinteressano molto del problema, non perché sia un problema poco interessante o poco importante, ma non possono dire “votate NO” così, dopo che, per calcoli politici assolutamente differenti nelle 4 votazioni al disegno di legge costituzionale hanno votato prima no o poi sì o prima Sì e poi No.

Spero che il corpo elettorale, come sempre succede, si riveli più intelligente dei politici che li governano.

sergioferraiolo

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