Ma come è cominciato tutto ciò? Viviamo in una atmosfera
intrisa di rancore ed odio. Non facciamo altro che cercare il “nemico”. Anche
nella quotidianità. Può essere l’auto avanti a noi che esita al semaforo per
provocare un concerto di clacson risentiti. Può essere la signora anziana che
rallenta la fila alla cassa del supermercato.
Oppure sentiamo un disperato bisogno di affermazione
calpestando le regole. Buttando spazzatura indifferenziata nel cassonetto dell’organico
oppure posteggiando in seconda fila per andare al bar: rivalsa! Rivalsa contro
cosa? Non lo sappiamo. Vediamo sempre più il nostro prossimo se non come
nemico, come rivale e concorrente. Ma rivale per cosa?
Quello che si vede è la caccia al diverso, indicato come “responsabile
del malcontento”: può essere il cittadino italiano al quale viene assegnata una
casa popolare, ma solo perché è di etnia rom scatena la rivolta delle
periferie. Ma può essere anche una bambina dall’impermeabile giallo che ci
ricorda i nostri sbagli ambientali e che la Terra sta perdendo la pazienza.
Ma come è cominciato tutto ciò? Dove e quando si è accesa la
scintilla così ben alimentata a fini elettorali e politici?
Ci è sfuggito quel momento? Dove e quando è iniziato tutto?
Qual è stato l’avvenimento, il fatto rimasto silente per un pezzo,
ingrandendosi di nascosto, fino a scoppiare solo ora?
Io una idea ce l’avrei. Forse sbaglio, forse no. So che prendendo
quel momento come inizio, mi attirerò le critiche di molti. Perché è un evento
che, in sé, fa molto onore all’Italia, ma fu pessimamente gestito.
Mi riferisco a quello che accadde dopo il 3 ottobre 2013. Quel
giorno – era un giovedì – una imbarcazione, carica di migranti, si rovesciò a
poche miglia da Lampedusa. Morirono in 366, ma alcuni superstiti
raccontarono che sul barcone erano in oltre 500.
Non era la prima volta che migranti morivano in un
naufragio, ma il numero dei morti e la vicinanza alle coste italiane fecero la
differenza.
Era l’ottobre del 2013, da pochi mesi era in carica il Governo
Letta alle prese con il difficile compito di allontanare lo spettro del default
italiano, già intrapreso da Monti. Le
elezioni politiche del febbraio 2013 non è che avessero fornito un risultato
molto chiaro. Tanto poco chiaro che ricordiamo fatti “strani” come le
consultazioni “in streaming” con i Cinquestelle e Bersani e l’inusuale
richiesta di tutti i partiti al Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, di farsi rieleggere perché il Parlamento non trovava un accordo sul
suo successore. Sergio Mattarella fu, infatti eletto il 3 febbraio 2015.
Situazione confusa e Governo molto debole. Il Governo Letta,
infatti, fu quasi un altro governo di solidarietà nazionale, con la
partecipazione di molte, e diverse fra loro, forze politiche per trovare i
numeri della necessaria maggioranza: Partito Democratico, Popolo della Libertà
(con scissione nel novembre 2013 con la componente alfaniana NDC che rimase nel
Governo), Scelta Civica, Popolari per l’Italia, Unione di Centro, Radicali e
indipendenti (per la
composizione clicca qui).
Ottobre, poi, è un mese in cui il Parlamento è impegnato
nella difficile composizione e approvazione della “legge
di stabilità” che, per uscire dalla crisi portava nuove tasse.
Insomma, un panorama cupo. Ci voleva qualcosa che
risollevasse gli animi, qualcosa di positivo, qualcosa che facesse battere all’unisono
i cuori degli italiani; qualcosa che, dopo le frustate dell’Unione europea, i
rischi di default come la Grecia, ci facesse dire “COME SIAMO BRAVI!”
Il 5 ottobre 2013, era un sabato, a Palazzo Chigi si svolse
una riunione con i massimi vertici del Governo accompagnati da una telefonata
dal Vaticano al cattolico Letta di “far qualcosa” per frenare le morti in mare.
E la soluzione, bella, originale, piena di “amore” per il
prossimo fu trovata: non aspetteremo più i migranti sulle nostre coste, li
andremo a cercare in alto mare. La linea di soccorso si spostava dalle nostre
coste in mare aperto, alla ricerca dei barconi dei migranti. Lì nacque l’idea
di “Mare
nostrum”, una operazione navale, condotta dall’Italia in solitario, per
mostrare all’Europa come manifestare solidarietà concreta a chi fugge da guerre
e persecuzioni.
Più di 100.000 persone furono salvate dalle nostre navi
prima che, dopo un anno, l’operazione divenisse europea.
Un’operazione che ci fa onore e che, all’inizio, sollevò i
previsti e cercati entusiasmi: l’Italia, Paese circondato dal Mediterraneo, da
solo, offre le sue navi e i suoi uomini per salvare i profughi.
Sono convinto ancora della bontà e della necessità di Mare
nostrum: non si possono lasciare morire in mare le persone, anche se queste
intendono entrare, non invitare, nel nostro Paese.
Ma se le operazioni di soccorso furono un grande successo,
altrettanto non si può dire per ciò che venne dopo i soccorsi. L’accoglienza
non fu all’altezza. Per diversi motivi.
Innanzitutto i numeri: se nel 2013 le persone sbarcate/salvate
furono 42.925, nel 2014 furono 170.100, nel 2015 furono 153.842, nel 2016
furono 181.436, nel 2017 furono 119.310. (fonte:
ISMU su dati Ministero interno).
- L’insufficiente numero degli organi deputati a
riconoscere chi, fra gli sbarcati/salvati avesse diritto alla protezione.
Numero ampliato solo successivamente.
- L’aiuto pari a zero dell’Unione europea che si
trincerò dietro le convenzioni internazionali, come i Trattati
IMO e il “famigerato”
quarto protocollo del 2004 (mai sottoscritto da Malta) che impone a chi
coordina le operazioni di soccorso (sempre l’Italia, sia per Mare nostrum , sia
per le successive Triton
e Sophia in
ambito UE) di indicare il porto di sbarco (ovviamente sul suo territorio).
- La nazionalità degli sbarcati: la maggior parte
proveniva da Paesi che non rispondevano ai criteri stabiliti dall’Unione
europea per il riconoscimento della protezione internazionale o per la rilocazione
prevista da due
Decisioni UE e questa:
essere di una nazionalità che abbia almeno il 75% dei riconoscimenti di
protezione. Questo requisito era appannaggio sol dei siriani, irakeni, eritrei.
E negli sbarchi/salvataggi le
nazionalità predominanti erano, e sono, nigeriani, marocchini, tunisini,
ivoriani, etc.
- La estrema difficoltà a “rimandare a casa” chi
non ha diritto alla protezione internazionale: le espulsioni sono molto molto
difficili: necessitano di un “riconoscimento diplomatico” delle autorità del Paese
di origine. E queste Autorità ben di rado collaborano, e non solo in Italia.
- L’uso, un po’ “disinvolto” del permesso
umanitario, permesso nazionale, non UE, spesso dato a chi, pur non avendo
diritto alla protezione internazionale, appariva una “brava persona” suscettibile
di integrazione o, al contrario di praticamente impossibile espulsione [Grande
cuore italico]
I richiedenti asilo ed i “denegati” non espulsi cominciarono
ben presto ad essere “visibili”. A costituire un panorama frequente nelle
città. Spesso silenzioso, ma talvolta rumoroso, facile preda della malavita e
di chi è pronto ad istillare odio indicando il “diverso” come “nemico”.
Sommando gli arrivi ben si comprende come, questa massa di stranieri
possa ingenerare un senso di “altro da sé” nella popolazione italiana.
Si è speso pochissimo per la necessità fondamentale, ossia l’integrazione
e gli ultimi provvedimenti del Governo gialloverde hanno “tagliato” ancora di
più il sistema di integrazione che funzionava, ossia lo SPRAR,
trasformando questi stranieri in clandestini in mezzo ad una strada ed
aumentando, forse ad arte, la percezione di paura della popolazione verso chi è
“diverso”.
Eppure, secondo i demografi, l’Italia avrebbe un disperato
bisogno di nuove braccia da lavoro. La popolazione invecchia e la parte
produttiva della popolazione diminuisce sempre più. Situazione analoga in
Germania, che, però, nel 2015 ha accolto un milione di persone spendendo
parecchio per la loro integrazione cercando di formare “nuovi tedeschi”. Noi
no.
Noi non abbiamo saputo far di meglio che indicare questi “nuovi
arrivati” come il “pericolo pubblico”, fonte di tutti i mali del nostro Paese.
Mero calcolo elettorale, ma molto ben riuscito.
E, ormai, si vedono gli effetti. Ultimo, ieri, festa della
Repubblica. Ho visto la consueta sfilata in TV. So per certo che molti italiani
di pelle nera sono nell’esercito e, specialmente, nei gruppi sportivi. So per
certo che tantissime classi scolastiche elementari e medie sono piene di bambini
di colore. Ebbene, ieri – posso sbagliare, ma è quello che ho visto – nessun
militare di pelle nera ha sfilato, nessun bambino di pelle nera era nelle
classi ricevute da Mattarella sul palco durante la sfilata. Un segno dei tempi.
Forse, ma un segno molto brutto.
Non so se mi avete seguito. Ho cercato di dimostrare come un
gesto bellissimo e rivolto alla solidarietà verso chi, nel mondo, è stato meno
fortunato, possa trasformarsi, per impreparazione nel gestirlo e per criminali
calcoli politici, in un terremoto del panorama istituzionale italiano, ormai
composto solo di litigiosità, di continua ricerca del “nemico”, di confusione e
di inadeguatezza al ruolo rivestito.
Vediamo che accade. Vediamo oggi il Presidente del Consiglio
Conte cosa dirà.