Uno dei punti chiave per la formazione del nuovo governo è l’approvazione
o meno del disegno di legge costituzionale che riduce drasticamente il numero
dei parlamentari.
Il disegno di legge attende solo l’ultima (la quarta)
approvazione dall’Aula della Camera ove è calendarizzata per il 9 settembre.
Il Disegno di legge (n. 214 al
Senato e n.1585
alla Camera) prevede (qui il testo)
che il numero dei deputati scenda da 630 a 400 ed il numero dei senatori da 315
a 200.
La
motivazione, posta dai presentatori, a base della proposta è la seguente: “Coerentemente
con quanto previsto dal programma di governo, si intende pertanto riportare al
centro del dibattito parlamentare il tema della riduzione del numero dei
parlamentari, con il duplice obiettivo di aumentare l’efficienza e la
produttività delle Camere e, al contempo, di razionalizzare la spesa pubblica.
In tal modo, inoltre, l’Italia potrà allinearsi agli altri Paesi europei, che
hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitato.”
Quindi efficienza e riduzione della spesa, ma a
scapito della funzione più importante, direi quasi sacra, della
rappresentatività del popolo italiano.
Beh, io non sono per nulla d’accordo e vi spiego perché.
Riduzione della spesa: ben poca cosa. Si ridurrebbe
solo la spesa per gli stipendi dei parlamentari, una goccia nel mare dei costi
della politica. Non si ridurrebbero i costi delle strutture del Parlamento che
rimarrebbero identiche. Pensate voi che si licenzierebbero funzionari,
commessi o si ridurrebbero gli Uffici solo perché sono diminuiti i
parlamentari? Non penso proprio.
Efficienza: l’efficienza del Parlamento è bassa, lo
sappiamo, ma la colpa non è certo nel numero dei parlamentari, bensì va
ricercata nei regolamenti delle due Camere. Un esempio? Come sapete i disegni
di legge vanno prima discussi delle Commissioni parlamentari competenti per
materia e, poi, una volta approvate da queste Commissioni, affrontano di nuovo
l’iter di approvazione in Aula con, ancora una volta, proposizione di
emendamenti, discussione etc.
I lavori fra Aula e Commissioni non sono coordinati: capita
spesso che le Commissioni (formate dagli stessi parlamentari che potrebbero o
dovrebbero esser presenti in Aula) lavorino in contemporanea con l’Aula o che i
lavori delle Commissioni debbano essere interrotti per il contemporaneo
succedersi di votazioni in Aula. Sarebbe più facile organizzare il lavoro per
sessioni. Ad esempio, nelle prime tre settimane del mese si riuniscono solo le
Commissione, nell’ultima solo l’Aula. Il contrasto svanirebbe nel nulla.
Oppure, un’altra proposta semplice semplice per aumentare
l’efficienza: il disegno di legge viene discusso ed approvato in Commissione di
merito (ove, si presume, siedano parlamentari competenti nella materia
trattata) e l’Aula sarà chiamata solo ad approvarla o a bocciarla senza
iniziare di nuovo il percorso di merito.
Quindi non è il numero dei parlamentari ad intralciare il
lavoro, bensì i regolamenti delle Camere.
Anche il confronto, tanto sbandierato, con gli altri Paesi
europei non dà cifre molto dissimili: In virtù della Costituzione attuale, in
Italia abbiamo 945 parlamentari, di cui 630 deputati e 315 senatori. A
questi, in realtà, vanno aggiunti i senatori a vita (al massimo 5) e i
senatori di diritto a vita, cioè i presidenti emeriti della Repubblica e
quelli nominati dal Presidente della Repubblica. Ciò significa che, senza
includere nel calcolo i senatori a vita, nel nostro Paese abbiamo 1,6 membri
del Parlamento per ogni 100mila abitanti.
In Francia per ogni 100mila abitanti ci sono 1,4 parlamentari,
in Germania 0,9, in Spagna 1,3 e in Polonia 1,4. In numeri assoluti, a fronte
dei nostri 945 parlamentari, il Parlamento tedesco contempla 699 membri e
quello francese 925.
Cifre, quindi, simili. Anche se bisogna considerare che la
Germania è uno Stato federale ed ogni Land ha già il suo Parlamento. Discorso
analogo per un altro esempio preso a modello da chi vuole ridurre i
Parlamentari: gli USA. Negli Stati Uniti d’America, il Senato è composto da 200
membri e la Camera
dei rappresentanti da un massimo di 435 membri. Anche gli Stati uniti sono
uno stato federale con i suoi propri organi di governo e le due Camere sono
chiamate ad esprimersi solo su limitati argomenti.
La nota negativa, troppo negativa, che la riduzione
del numero dei parlamentari pone è la drastica caduta di rappresentatività
del Parlamento. E la rappresentatività de popolo italiano è la massima
funzione del Parlamento sancita dall’art.1 della Costituzione: “La
sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione.” Ossia tramite il Parlamento.
Ed il Parlamento DEVE essere il più rappresentativo
possibile. In Italia, gli
elettori per la Camera, alle ultime politiche erano 46.505.350.
Quindi un deputato alla Camera ogni 73.818 elettori. Sempre alle ultime
politiche de 2018,
gli elettori per il Senato (età maggiore di 25 anni) erano 42.780.033,
quindi un senatore ogni 135.809 elettori.
Ora, in un Paese che si rispetti, il candidato deve
raccogliere, con l’aiuto del suo partito, il consenso del maggior numero di
elettori, per cui, prima di tutto, deve farsi conoscere dal maggior numero
possibile di persone.
Se la riforma proposta andasse in porto ci sarebbe un
deputato ogni 116.263 elettori ed un senatore ogni 213.900 elettori.
Il mio ragionamento sarà pure una grande semplificazione,
perché esistono le circoscrizioni, i collegi etc., ma il risultato ed il senso
del ragionamento non cambia. Pensate voi sia più facile per un candidato alla
Camera farsi conoscere da 73.818 elettori o da 116.263 elettori?
E’ chiaro che, per il singolo candidato, l’impresa si fa
molto più difficile ed aumenta a dismisura il ruolo del Partito che, con la sua
organizzazione sul territorio, può facilmente supportare un candidato piuttosto
che un altro. E’ poi facilissimo da comprendere che questa riforma sbarra la
strada a qualsiasi candidato indipendente.
Se, poi, come purtroppo succede ora, le liste sono
bloccate, senza voto di preferenza, ben si comprende come, riducendo il numero
dei parlamentari non si persegue il disegno di razionalizzarne il lavoro e di
ridurre le spese, bensì di aumentare a dismisura il ruolo e l’importanza dei
partiti politici.
Questo è il vero effetto della riforma proposta dal
cosiddetto Governo del Cambiamento: aumentare a dismisura il potere dei partiti
sugli eletti, candidando e supportando solo quelli fedeli alla oligarchia dei
segretari di partito.
Perdonatemi, ma io non ridurrei il numero dei parlamentari
ed otterrei gli stessi risultati con una profonda revisione (a costo zero) dei
regolamenti di Camera
e Senato.
Ai partiti non la dò vinta.