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Nella sua continua metamorfosi, Giorgia Meloni ora si proclama europeista, assertrice dell’Unione europea che, però, vorrebbe più incisiva, autorevole ed attenta agli interessi delle “nazioni” che la compongono, citando ad esempio Polonia e Repubblica Ceka.

Se assumiamo a barometro gli interventi di Giorgia Meloni ai raduni del partito postfranchista spagnolo VOX, non possiamo negare che gli accenti del discorso dell’estate scorsa  (link qui e qui) si siano piuttosto sfumati nel discorso di ieri (link qui).

Oltre le parole, però, Giorgia Meloni non si rende conto (oppure, finge di non rendersi conto) che il senso di quanto ha detto (Europa più incisiva, autorevole ed efficiente ma attenta agli interessi delle nazioni che la compongono) contiene una contraddizione insanabile che stravolge, se non chiarita, tutti i suoi discorsi sul tema.

Un qualsiasi consesso, che sia il consiglio di amministrazione di una multinazionale o una assemblea di condominio, può agire con efficienza e rapidità solo quando, rappresentando gli interessi non dei singoli azionisti o condòmini, ma della multinazionale o del condominio, parla con una voce sola senza lunghe e difficili intermediazioni con chi rappresenta gli interessi dei singoli componenti. Questi interessi, come ben comprende chi ha mai partecipato ad una semplice riunione di condominio, all’interno del consesso (multinazionale, condominio o Unione europea), tranne nel caso di una minaccia contingente esterna (vedi l’acquisto in comune dei vaccini anti COVID), non coincidono mai.

Vedi il caso del Price-cap sul gas il cui prezzo non è “fatto” da Putin, bensì dalla borsa di Amsterdam. Gli interessi degli Stati membri su questo tema divergono. Da una parte i Paesi che abbisognano di gas e che sono in crisi economica (vedi l’Italia) e che vogliono un tetto comune al prezzo del gas, dall’altra i Paesi che ci guadagnano (vedi Governo olandese che ricava vantaggi dalla Borsa del gas nel proprio Paese) o che si possono permettere di pagare, senza far “arrabbiare” Putin (vedi Germania che ha stanziato 200 miliardi, cosa impossibile per Paesi come l’Italia) e che, quindi, sono restii a fissare un prezzo massimo comune. Allora, quale sarà la voce unica ed autorevole dell’Unione europea? Non ci sarà. Sarà una vocina flebile frutto di contorcimenti e contrattazioni fra i singoli Stati.

Quello che frena l’azione dell’Europa è quella maledetta clausola dell’unanimità che vige all’interno del Consiglio europeo, massimo organo politico e decisionale dell’Unione. Basta il veto di uno Stato membro per bloccare qualsiasi iniziativa.

Uno Stato membro pone il veto – e spesso lo abbiamo visto proprio con Polonia e Repubblica Ceka – quando la decisione che si sta per assumere a vantaggio dell’intera Unione, confligge con il singolo interesse nazionale.

Giorgia Meloni dovrà decidersi: o europeista o nazionalista. Non può esistere una Unione europea nazionalista, se non nel senso di una Unione europea che faccia gli interessi dell’Unione e non dei singoli Stati membri.

E pur la nostra Costituzione, sulla quale Giorgia Meloni giurerà se Mattarella le affiderà il compito di formare il nuovo Governo, lo dice esplicitamente all’articolo 11: “[L’Italia] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Vedremo cosa farà la probabile Presidente del Consiglio dei ministri per sciogliere e risolvere questa contraddizione.

 E va bene, Giorgia, la donna e la mamma ha vinto. E ha vinto alla grande, spesso doppiando e triplicando i voti del suo maggio competitor, quel Salvini che, dopo il punto di svolta del Papetee, non si è più ripreso.

 Verosimilmente avremo un governo presieduto per la prima volta da una donna e, per la prima volta, da oltre 70 anni da una fascista.

Colpa nostra: la Germania ha, da tempo, chiuso i conti con il suo passato nazista. Noi no. La nostra mania autoassolutoria si è aggrappata alla “Resistenza”, ampiamente foraggiata dagli angloamericani e alla seduta del 25 luglio 1943 che “celebrò” la caduta del fascismo. Ci siamo lavati la coscienza, dimenticando le leggi razziali e la cessazione dei diritti democratici.

Ma chi è Giorgia Meloni? La sua vita è ben descritta da Wikipedia (clicca qui). Non è proprio una sprovveduta: deputata dal 2006, vicepresidente della Camera dal 2006 al 2008, ministro per la gioventù dal 2008 al 2011. Politicamente proviene da Alleanza Nazionale per poi co-fondare Fratelli d’Italia nel 2012, Presidente del Gruppo Conservatori e riformisti europei dal 2020. Quindi, quando si dice che non ha alcuna esperienza politica si commette già un grosso errore.

Per non essere tacciato di nazionalismo riporto due articoli della Stampa estera. Il primo è di “Politico”, influente magazine on-line che parla molto della Meloni. (vedi qui).

Traduco (con Google translator) un interessante articolo di Politico sulla Meloni e su cosa la Meloni possa significare per l’America.

MELONI IN DECODIFICA —Buongiorno da Roma, dove in ferie abbiamo riportato le elezioni italiane. Giovedì, abbiamo verificato un evento elettorale in una piccola città della Campania per un candidato che è stato spazzato via dall’ondata di destra. Venerdì, eravamo nella capitale a guardare una sonnolenta manifestazione dell’impotente Partito Democratico di centrosinistra italiano in Piazza del Popolo. In mancanza di un messaggio chiaro, la sinistra divisa ha fatto ricorso principalmente all’avvertimento sui pericoli di conferire potere alla nuova destra.

Domenica, dall’altra parte della città, presso l’esclusivo Parco dei Principi Grand Hotel, che fungeva da quartier generale della campagna di GIORGIA MELONI, abbiamo visto i giovani attivisti Meloni scioccati abbracciarsi increduli per ciò che avevano ottenuto nell’elezione del governo più di destra d’Italia dai tempi di BENITO MUSSOLINI.

È un sogno“, ha detto a Reuters un fondatore del partito Fratelli d’Italia di Meloni nella sala conferenze dell’hotel mentre Meloni, 45 anni, è salito sul palco lunedì mattina presto.

I confronti con Trump ci sono se li cerchi. Lo slogan della sua campagna era “pronti a risollevare l’Italia”, che si traduce come “pronto a far rivivere l’Italia” e fa eco al “rendere di nuovo grande l’America” ​​di Trump. Proprio come agli eventi Trump, i giornalisti sono stati costretti a indossare le credenziali per la stampa con lo slogan del candidato in evidenza e a digitare una password Wi-Fi che era un grido al candidato. E, come Trump, Meloni ha creato un personaggio turbolento sui social media: il giorno delle elezioni, mentre era pronta a diventare la prima donna primo ministro d’Italia, ha pubblicato un video suggestivo in cui teneva due meloni davanti al petto e dichiarava: ” Ho detto tutto”. Ha ricevuto milioni di visualizzazioni.

Il movimento conservatore internazionale adiacente a Trump ha celebrato la sua vittoria. L’uomo forte ungherese VIKTOR ORBAN ha pubblicato una foto dei due insieme. STEVE BANNON, che la pubblicizza da anni, si è rallegrato del suo spettacolo con MATT SCHLAPP, che ha ospitato Meloni al CPAC all’inizio di quest’anno.

Ma i confronti con Trump vanno solo così lontano. La Meloni, a differenza dei suoi compagni di destra, MATTEO SALVINI, sicofante di Putin, e SILVIO BERLUSCONI, che ha recentemente affermato che Putin “voleva solo sostituire Zelensky con un governo fatto di persone perbene”, è stato un convinto difensore dell’Ucraina e oppositore di Aggressione russa. È pro-NATO e ha abbandonato gran parte del suo euroscetticismo mentre cercava di calmare le paure dell’establishment europeo.

Nonostante lo shock per la Meloni che si è seduta al tavolo del G-7, della NATO e dell’UE, sarebbe difficile trovare qualcosa che ha detto sul globalismo, sull’immigrazione o quasi su qualsiasi altra questione che anima la destra populista globale questo è più controverso di quello che è stato detto dall’ultimo presidente americano. Ciò non significa che non debba essere profondamente preoccupante che il suo partito abbia radici neofasciste e abbracci il simbolo della fiamma tricolore associato a Mussolini.

Ma in termini di questioni che gli Stati Uniti si preoccupa — mantenere intatta la coalizione anti-Putin e mantenere Roma come forza costruttiva all’interno dell’UE — Meloni o è già a bordo o difficilmente farà scalpore. L’Italia fa affidamento su miliardi di dollari in aiuti dell’UE e la maggior parte degli analisti qui ritiene che da solo ridurrà qualsiasi retrocessione anti-Europa.

Altri sostengono che se l’aumento dei prezzi dell’energia quest’inverno produrrà un contraccolpo contro le sanzioni russe, l’abile politicamente Meloni riadatterà rapidamente le sue opinioni. Ma gli osservatori qui affermano che ciò significa che potrebbe essere più propenso a concentrarsi su questioni domestiche: è contraria ai diritti dell’aborto ed è ostile alle comunità LGBT e di immigrati.

Essendo l’Italia, un probabile risultato è un governo di breve durata in cui le già evidenti fessure tra Meloni, Salvini e Berlusconi si approfondiscono, il governo ottiene poco e gli elettori rimangono disillusi e vanno a caccia del prossimo salvatore [con conseguente nuovo governo istituzionale n.d.r.].

Come sta andando tutto questo alla Casa Bianca? Jonathan Lemire stamattina ha un eccellente rapporto su come la vittoria di Meloni “è stata accolta con profonda, anche se privata, preoccupazione all’interno dell’amministrazione del presidente JOE BIDEN”.

“Biden aiuta preoccupato che Meloni possa iniziare a mettere in discussione l’impegno dell’Italia [verso l’Ucraina], sostenendo che le risorse della nazione dovrebbero essere utilizzate in patria, in particolare se l’Europa sprofonda in una recessione questo inverno”, scrive Jon. “Se un importante attore del G-7 inizia ad appoggiarsi a Kiev per trovare una soluzione negoziata alla guerra, invece di finanziare la sua resistenza, c’è la possibilità che altre nazioni possano seguire l’esempio e la determinazione del continente potrebbe indebolirsi”.

E qui c’è l’articolo del New York Times sulla Meloni. (sempre tradotto con Google traslator: chi conosce bene la lingua di Shakespeare, clicchi sul link)

ROMA — È successo qui, di nuovo. A quasi 100 anni dalla marcia su Roma, domenica l’Italia ha votato in una coalizione di destra guidata da un partito discendente direttamente dal regime fascista di Benito Mussolini.

Questo è, per usare un eufemismo, preoccupante. Eppure la preoccupazione più pervasiva non è che il partito Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ripristinerà il fascismo in Italia, qualunque cosa significhi. È che un governo da lei guidato trasformerà l’Italia in una “autocrazia elettorale”, sulla falsariga dell’Ungheria di Viktor Orban. Durante la campagna elettorale, il Partito Democratico di centrosinistra – principale oppositore di Fratelli d’Italia – ha invocato ossessivamente l’Ungheria come destino dell’Italia sotto la sig. La regola di Meloni. La gara, hanno ripetuto, era tra democrazia e autoritarismo.

Alla fine, l’angosciato “allarme per la democrazia” dei Democratici non è riuscito a convincere gli elettori: in una prima resa dei conti, il partito ha preso il 19 per cento contro il 26 per cento dei Fratelli d’Italia. Ci sono molte ragioni per questo. Uno è sicuramente che l’immagine che hanno disegnato della sig. Meloni, da aspirante tiranno che prendeva con l’ascia la democrazia italiana e inaugurava un’era di illiberalismo, non era convincente. Nonostante tutto il radicalismo retorico e l’estremismo storico del suo partito, resta il fatto che non opererà in circostanze di sua scelta. Legata all’Unione Europea e vincolata dal sistema politico italiano, la Sig. Meloni non avrà molto spazio di manovra. Non potrebbe trasformare Roma in Budapest nemmeno volendo.

Il maggior baluardo contro l’autocrazia in Italia si può riassumere in una parola: Europa. La nostra fragile economia – destinata a crescere, nel migliore dei casi delineato dal Fondo monetario internazionale, solo dello 0,7 per cento nel 2023 – dipende fortemente dalle istituzioni europee. Al di là della solita rete di legami economici, il Paese è il più grande beneficiario di un fondo di risanamento guidato dalla Commissione europea destinato a disperdere nei prossimi quattro anni oltre 200 miliardi di euro, o 195 miliardi di dollari, in sovvenzioni e prestiti. Fondamentalmente, questo aiuto per salvare l’economia, senza il quale il paese potrebbe finire in recessione, è condizionato al rispetto delle norme democratiche. Qualsiasi passo lungo un percorso simile a quello di Orban metterebbe in pericolo l’intera economia italiana, sicuramente un divieto per il nuovo governo.

Giocare secondo le regole europee non sarebbe una grande concessione come potrebbe sembrare. Del resto Brothers of Italy negli anni ha progressivamente temperato i suoi istinti euroscettici. Nel 2014 la sig. Meloni ha annunciato che “è giunto il momento di dire all’Europa che l’Italia deve lasciare l’eurozona”. Il partito, ha promesso, avrebbe perseguito “un ritiro unilaterale” dall’unione monetaria e nel 2018 ha sponsorizzato un disegno di legge per rimuovere i riferimenti al blocco dalla Costituzione italiana. Tuttavia, man mano che la prospettiva del potere si avvicinava, quegli obiettivi caddero dall’agenda del partito. “Non credo che l’Italia abbia bisogno di lasciare l’eurozona e credo che l’euro rimarrà”, ha detto la sig. Meloni ha concesso l’anno scorso.

Giorgia Meloni potrebbe essere il prossimo primo ministro italiano.

Anche sulla politica estera, la sig.a Meloni è allineato con la vista dominante sul continente. Precedentemente amica del presidente russo Vladimir Putin – ha chiesto al governo italiano di ritirare il suo sostegno alle sanzioni sulla scia dell’annessione russa della Crimea nel 2014 e si è congratulata con il sig. Putin sulla sua indubbia rielezione fraudolenta nel 2018: dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, si è reinventata come tedoforo dell’atlantismo e convinta sostenitrice della NATO. Ora è una delle principali sostenitrici di un tetto massimo di prezzo del gas a livello europeo, l’arma economica più potente del continente contro Mr. Putin (e un provvedimento, per inciso, finora osteggiato dall’Ungheria). Che siano opportunistiche o sincere, queste mosse segnalano quanto sia pronta la signora. Meloni deve occupare una posizione convenzionale, favorevole all’Europa, placando allo stesso modo partner internazionali e investitori.

Poi c’è il paese stesso. Tanto per cominciare, la coalizione di destra – che comprende anche Lega e Forza Italia – non ha raggiunto la maggioranza di due terzi in Parlamento che le avrebbe consentito di modificare la Costituzione senza ricorrere al voto popolare. Sig.ra. Il sogno di Meloni di trasformare la democrazia parlamentare italiana in un sistema presidenziale, che i critici hanno visto come il primo passo verso una pericolosa estensione del potere esecutivo, è già escluso.

Anche per noi italiani Giorgia Meloni non è un personaggio chiaro.

Basta confrontare l’ormai celebre discorso della Meloni del 13 giugno 2022 al raduno per supportare il partito spagnolo di destra VOX dove la nostra Meloni ha parlato contro la cd. teoria gender, contro i matrimoni omosessuali, contro le famiglie arcobaleno (Qui il link,  e anche qui) con la Meloni istituzionale, moderata e propositiva dell’intervista a Mentana di venerdì 23 settembre 2022 (qui il link) In quest’ultima intervista, e non solo io, se non conoscessi il passato della Meloni, l’avrei votata subito, tanto le sue parole mi son sembrate misurate ed adatte all’attuale quadro politico. Senza alcun dubbio è stata la migliore fra i leader politici che ho ascoltato nella stessa “maratonamentana” come Letta (fatuo e inconcludente), Calenda (focalizzato solo sul ritorno di Draghi), Conte (pieno di bugie)

Insomma è un bel rebus. Forse la cosa più importante sono le persone di cui si circonderà, tecnici come Crosetto o balordi nostalgici di un partito fascista che gli stessi non hanno mai conosciuto.

Chi vivrà vedrà

(continua)

Vi siete accorti che lo slogan di questa campagna elettorale è GRATIS?
Sì, tutto è gratis. La diminuzione delle tasse è gratis perché si autofinanzia da sola. Se vi volete rifare la casa è gratis perché noi non vi diamo il 100%, bensì il 110%. Vi facciamo andare in pensione prima ed è gratis perché i costi saranno sostenuti dalla maggiore (?) occupazione. Le pensioni minime saranno aumentate a 1000 euro ed è gratis perché i maggiori costi saranno compensati dalle maggiori spese che i pensionati faranno con questo maggiore introito.

E, poi, c’è la madre di tutte le coperture: il maggiore introito derivante dalla strenua lotta all’evasione fiscale!
Tutto gratis. I soldi basta sotterrarli che cresceranno sugli alberi, come in Pinocchio.
Il reddito di cittadinanza non costa nulla perché i percettori di tale reddito lo spendono e così il PIL aumenta.
Ci crediamo tutti, vero?
Direi di sì. Ormai è dalla discesa in campo dell’uomo di Arcore che, come babbei, abbocchiamo all’amo.

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Caro amico, ti scrivo, così mi distraggo un po’
E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò
Da quando sei partito c’è una grande novità
L’anno vecchio è finito, ormai
Ma qualcosa ancora qui non va
C’era o, meglio, in qualche modo c’è ancora, il Presidente del consiglio più serio, competente e stimato che avessimo mai avuto. E non poteva dare fastidio a lungo, visto che a marzo od aprile 2023 si sarebbe votato comunque.
Tutti i partiti (salvo uno) insieme. L’unione fa la forza e, quando la forza è guidata dall’,intelligenza, i risultati si vedono: centri vaccinali efficienti manco fossimo in Svizzera, fondi europei a profusione, l’,imbarazzo della scelta di come spenderli. L’economia tirava, eh! Una crescita del PIL mai vista. Una guerra a poche centinaia di chilometri da noi e il Governo prende una decisione univoca!
Tutto bene amico mio? Eh no.
I vecchi capetti sentivano montare l’invidia e diminuire i voti prossimi venturi e, allora, che si fa?
Il solito giochetto. Una scusa e il governo cade. Cade ma non troppo, lo costringono a dimettersi senza togliergli la fiducia (i media stranieri hanno unninfarto) in modo che fino ad novembre, quando il nuovo governo si sarà formato, il vecchio/attuale avrà tolto un po’ di castagne dal fuoco per permettere ai “nuovi” di sedersi al banchetto senza noiose incombenze.
E, caro amico, mi piange la penna, ma quello che sto per raccontarti è ancora peggio.
Comincia la campagna elettorale.
Le coalizioni si formano e si sfasciato. C’è chi bacia come Giuda il compagno per poi subito andarsene a fare comunella con chi, solo qualche mese prima, non sarebbe mai andato.
Due partiti che parevano fondersi a “sinistra” ora si guardano in cagnesco.
Non è che a destra vada meglio. Quello che era il maggior partito ha una emorragia di ministri ed esponenti di primo piano, nei sondaggi dimezza i consensi e si tiene a galla solo con o soldi del capo.
Quello che era il frontman, l’acchiappavoti col mohjto in mano è in caduta libera e “si diverte” a portar sfiga.
Ora, caro amico, veleggia in alto una biondina della Garbatella che, per farsi conoscere, dice di sè di essere una donna (sì vedeva già, ma con questa storia del sesso liquido non si può mai sapere), una mamma (vabbè, fatti suoi) e di chiamarsi come si chiama (temeva giochetti dell’anagrafe?).
Ma, caro amico, la penna piange ancora di più ora che devo raccontarti i programmi di questa gente.
C’era una canzone che diceva parole, parole, parole. Ecco, aggiungiamoci promesse, promesse, promesse ed avrai il quadro completo.
Promesse nuove?
Macché, le ho confrontate con quelle del 2018, mai realizzate (se le avessero realizzate ora dovrebbero scervellarsi per trovarne di nuove).
La flat tax (promessa già dal Caimano 30 anni fa), il ponte sullo stretto (promessa di 50 anni fa e che, senza nemmeno iniziare l’opera ci è già costata 280 milioni di progetti e penali).
Via la legge Fornero che,ad onta della stessa promessa di 4 anni fa, è ancora viva. In pensione a 60 anni con 20 anni di contributi. Via il green pass (che già non c’è più).
Si vince facendo gli occhi di tigre! (Qui la stampa estera è stata ricoverata per un secondo infarto) .

Basta, non voglio affliggere, smetto.
No, una ultima cosa, te la voglio raccontare: uno dei partiti politici se l’è presa con un fumetto per bambini (e qui la stampa estera è defunta definitivamente). Peccato, non ha potuto leggere il profluvio di tweet di un candidato (che nel precedente tentativo di corsa a sindaco di un’isola non ha ricevuto nemmeno un voto) che, lui divorziato, indefessamente professa la indissolubilità del matrimonio.
Eh, sì caro amico, finisco di scriverti perché volevo seguire il discorso di un ex giornalista che ha raccolto attorno a sè, formando un partito tutti i novax, nopass, notass, gilet arancioni e, forse, ma non sono sicuro, ex generali.
Ma tu sta tranquillo che qui vatuttobene.
https://sergioferraiolo.com/2022/08/09/va-tutto-bene/


Siamo in campagna elettorale. E, si sa ogni pretesto è buono, per l’opposizione, di mettere in cattiva luce quello che ha fatto il Governo. Lo scopo è di creare scontento e il malcontento, si sa anche questo, attira voti per l’opposizione.

Solo che, vedendo i temi trattati, scopro che sono sempre quelli. Si ripetono stancamente come la musica andina di una canzone di Dalla.

Uno dei temi è quello dell’immigrazione o, meglio, degli sbarchi incontrollati. La Destra, specialmente Salvini, ha ricominciato a criticare la politica dei rimpatri del Governo (di cui, peraltro, la Lega fa ancora parte), sbruffando che se sarà ancora al Governo espellerà tutti i clandestini.

Mi son cadute le braccia. La medesima rodomontata l’aveva pronunciata nel corso della campagna elettorale del 2018 (vedi qui un articolo di giornale dell’epoca) in cui prevedeva di espellere 500.000 clandestini..

Poi Salvini aveva effettivamente ottenuto la carica di Ministro dell’interno (dal 1° giugno 2018 al 20 agosto 2019), ma i risultati furono, come dimostrano questi articoli di giornale (Pagella politica, Sole24ore, Corriere della Sera – Gabanelli, il Post) di molto, ma tanto di molto, inferiori a quanto promesso.

Tanto inferiori che Salvini, con una bella inversione a 360° gradi, cominciò ad affermare che i clandestini in Italia erano solo 90.000 (La Stampa, Italia Oggi, il Manifesto).

Non pago di questa ennesima pessima figura, Salvini riciccia ancora oggi sulle espulsioni. E’ sintomatico dell’opposizione indicare un nemico per instillare la paura nell’elettore che lo voterà perché ha la promessa che questa paura verrà rimossa..

La situazione mi ricorda un mio vecchio post del 2018, proprio durante la vecchia campagna elettorale in cui raccontavo di una puntata di Radio anch’io del 6 febbraio 2018 (non so se è ancora reperibile su Rai Play o Rai Play sound)

In questa puntata di Radio anch’io fu dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

Intervenne Emma Bonino che ha disse cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le rimproverò di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa disse di tanto trasgressivo Emma Bonino? Disse la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, dando un po’ di noiosi ma utili numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. (vedi qui pagina ISTAT) Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (oltre 200.000 l’anno).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369, nel 2020 il numero è sceso a 34.154, nel 2021 a 67.477 e, nel 2022 (fino a 7 settembre) a 61.869 (fonte: Ministero dell’interno).

barcone con migranti

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 poco più di 130.000, nel 2018 sono state presentate 53.596 domande, nel 2019 il numero continua a decrescere e sono 43.783, nel 2020 sono state poco più di 26.000 e nel 2021 sono state 53.609. (Fonte: Ministero dell’interno.).

Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato fu posto (parziale) rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali, istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, hanno permesso un più facile trasferimento e con i Paesi europei per in ricollocamento solidale.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano quasi il 60% delle domande (Fonte: ministero dell’interno). Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti i denegati propongono appello, in quanto ciò assicura loro almeno altri 18/20 mesi di permanenza “legale” in Italia, non potendo essere espulsi perché in attesa di esito del ricorso.

E’ chiaro che sono migranti economici e non richiedenti protezione da torture o soprusi. In massima parte sono persone che cercano in Europa, di cui l’Italia è una delle porte, una vita migliore; migliore degli stenti subiti nei Paesi di origine. Purtroppo in Europa la “protezione per fame” non esiste e chi vuole garantire un futuro ai figli è costretto all’ingresso illegale.

Molti di questi migranti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza”.

Ma anche se la polizia conoscesse nome e nazionalità di ogni straniero da rimpatriare, non possono rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero oppure per il disinteresse a riprendersi un delinquente.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

migranti

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro di allora) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese specialmente in questo periodo di carenza di Gas e Petrolio?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi Emma Bonino disse in quella puntata di “Radio anch’io”. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica. Sono passati quattro ani ma la situazione non è cambiata.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono con le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

Con queste premesse è chiaro che le promesse di azzerare la platea di irregolari per il nuovo Governo sono scritte sulla sabbia. Gli altri Paesi hanno gli stessi problemi, ma – più furbescamente – non ne fanno cenno nelle tenzoni politiche.

L’unica soluzione è creare un valido (ed ampio) sistema di ingressi legali per lavoro, vista anche la carenza di mano d’opera recentemente denunciata dagli imprenditori.

immigrata inserita nel lavoro

P.S. Spesso la Destra si vanta che con i Governi Berlusconi il numero dei clandestini si sia fortemente ridotto. E’ vero, ma c’è una ragione che non riguarda certo le espulsioni. Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri.

sergioferraiolo

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