Ormai “ridurre i consumi di energia” è il mantra che si sente ogni giorno. Ridurre la dipendenza di gas dalla Russia. Consumare di meno per sfuggire alla speculazione, anche essa responsabile dell’impennata dei prezzi delle bollette, ormai poco sostenibili.

Mettere un tetto al prezzo del gas contraddicendo tutta la filosofia mercantilistica dell’Unione europea?

Razionare il gas o l’energia elettrica?

L’Unica “certezza” che trapela da Palazzo Chigi è la riduzione della temperatura a 19 gradi negli uffici pubblici e nelle abitazioni private, nonché la riduzione di un’ora sul massimo dell’accensione dei termosifoni e, anche negli appartamenti privati, la riduzione di uno – due gradi. Inoltre è ipotizzato una diminuzione della illuminazione pubblica (stradale, vetrine, insegne)

Secondo il Governo, attuando queste misure, l’impatto della carenza di gas (e, conseguentemente di elettricità) potrà essere mitigato a livelli più sostenibili.

Badate che la questione è più seria del solito. Non si tratta solo caro prezzi. Se così fosse chi ha soldi paga, chi non ha soldi non si riscalda o ha sussidi dal Governo.

In questo caso si tratta di carenza di materia prima. Non siamo più in un sistema a risorse infinite. Se l’anno scorso abbiamo consumato, poniamo, 100, quest’anno dobbiamo acconciarci a consumare 60. Consumare 61 non sarà possibile, perché la torta è finita: c’è solo il razionamento.

Ma queste misure saranno effettivamente applicate? Potranno esserci controlli? Secondo me, no.

Quali sono le norme attuali?

Come è noto, il territorio nazionale è suddiviso in sei zone in funzione delle temperature medie annue: si va dalla zona A, più mite, fino alla zona F, dove è possibile tenere accesi i riscaldamenti anche per tutto l’anno. Per conoscere date e fasce orarie in cui è possibile accendere gli impianti termici in relazione alla propria zona climatica di appartenenza, ci si riferisce ai dati della tabella A allegata al D.P.R. n. 412/’93. Una volta individuata la lettera di appartenenza, nel rispetto della legge vigente, ci si dovrà attenere alle relative date di messa in funzione degli impianti. In base alla propria zona climatica, si provvederà alla relativa manutenzione in tempo per l’accensione degli impianti termici.

orari di accensione per zone climatiche

Per sapere a quali località corrispondono le zone climatiche cliccare qui: https://www.pmi.it/pubblica-amministrazione/riforma-pa/181442/confedilizia-online-orari-per-riscaldamenti.html

E, all’interno di ogni fascia, non possono essere superati i 20 gradi centigradi.

Questa è la teoria. Passiamo ora alla pratica.

  La prima obiezione è che non esiste un termostato in ogni stanza per verificare la temperatura. Nella maggior parte dei casi la temperatura potrà essere rilevata all’origine, con parecchia diminuzione della temperatura stessa nelle ultime stanze servite.

termosifoni

Andiamo con ordine: uffici pubblici. Nella mia vita lavorativa ne ho frequentati parecchi. In situazioni normali la differenza di temperatura fra i vari ambienti è notevole e ben superiore ai due gradi. C’è sempre la stanza più fredda in cui nessuno vuol lavorare e quella troppo calda dove si suda e non si lavora.

Un impianto termico immette acqua calda in tubi di un edificio che può avere anche centinaia di elementi radianti. Ovviamente il primo elemento radiante riceverà acqua appena uscita da brucatore e, quindi, molto calda. Gli ultimi riceveranno acqua pressoché tiepida perché posti alla estremità opposta della colonna montante rispetto al bruciatore.

Quale temperatura rilevare? Obbligo di spegnimento preventivo dei radiatori posti più vicino al bruciatore? Estensione dell’orario per quelli posti più lontano? Qualcuno sarà addetto al controllo?

Nei condomini privati con impianto centralizzato la situazione è analoga. Ognuno di noi è testimone delle liti in assemblea perché il calore non arriva oppure ne arriva troppo.

Per esperienza personale, poso dire che i miei termosifoni (secondo piano) sono pienamente caldi quasi due ore dopo l’accensione del bruciatore posto sulla sommità del palazzo (cinque piani). Quindi io ho già due ore in meno di riscalamento giornaliero rispetto a chi abita al quinto piano, proprio sotto il bruciatore.

La situazione è mutata qualche anno fa con l’introduzione dei contabilizzatori di calore posti su ogni elemento radiante. I contabilizzatori di calore sono apparecchietti che registrano il reale consumo energetico, in questo modo consente a ogni unità immobiliare collegata all’impianto centralizzato di pagare soltanto la quantità di energia utilizzata. Le valvole termostatiche, invece, permettono di gestire la temperatura, usando un’apposita manopola per impostare un valore da 1 a 5 per aumentare o diminuire il calore trasmesso dal termosifone.

termometro

Ma non ci siamo con le direttive del Governo: anche i contabilizzatori di calore possono incidere in modo approssimativo sulla temperatura (cosa diversa dalla quantità di calore). Abito a Roma: vi assicuro che i 20 gradi  (visualizzati da un termometro mio estraneo all’impianto che non ne possiede di suo) vengono raggiunti  solo dopo ore di accensione  con la manopola a 5.

I numeri da 1 a 5 sulla manopola servono a poco: con 1 o 2 o 3 sono appena tiepidi e ben lontani dai 19 gradi previsti.

Per gli impianti autonomi negli appartamenti, ovviamente, il rispetto della temperatura e degli orari è rimessa solo al buon senso del proprietario. Non mi risulta che vengono fatti controlli con termometro negli appartamenti.

Passiamo all’illuminazione pubblica. Gli ultimi giorni sono stati pieni di investimenti di pedoni e ciclisti sulle strade per diminuire ulteriormente il livello dell’illuminazione pubblica.

Poi, non facciamo di ogni erba un fascio: ci sono città già risparmiose che hanno sostituito tutta l’illuminazione pubblica con lampade a LED, notoriamente pochissimo voraci di energia. E ci sono città che mantengono la vorace illuminazione con lampade al sodio o a addirittura a incandescenza, specialmente nei centri storici.

Il taglio orario e di intensità riguarderà tutti i sistemi indiscriminatamente?

Insegne pubbliche o vetrine: sì consumano, ma contribuiscono efficacemente alla carenza dell’illuminazione pubblica, spesso nascosta dalle fronde degli alberi e aumentano la sicurezza dei passanti.

L’unica norma con qualche efficacia sarebbe l’obbligo, per i negozi, di tenere la porta chiusa per evitare dispersioni di calore. Norma osteggiata dagli esercenti, sia per areazione anti-Covid sia per non far sembrare il negozio chiuso.

Con queste premesse ritengo, purtroppo, che le misure annunciate dal Governo siano la solita legge manifesto senza conseguenze pratiche.

Prepariamoci al gelido inverno che ci attende, senza dimenticare la crisi idrica.

La polemica sulla opportunità di rimuovere o meno i simboli di un passato negativo non è solo in America (ne ho scritto diverse volte: “La storia non può essere cancellata”, ”C’era una volta l’America”, “Non guardiamo ieri con gli occhi di oggi”) ma, complici le elezioni politiche del 25 settembre 2022 che – a dire di alcuni – potrebbero riportare il fascismo in Italia, è approdato  anche nel nostro Paese.

Crescono i fautori della cancellazione dei simboli di quel ventennio oscuro di dittatura, come se i simboli, da soli, potessero decidere l’orientamento politico italiano o la sopravvivenza o meno della nostra democrazia.

Ci pensavo ieri, durante una passeggiata in montagna, in Campania, fra Montella e Acerno c’è una cascata, una chiusa e un ponte che chiaramente riporta ancora le insegne dei fasci littori. Più precisamente si tratta del “Sentiero dello Scorzella a Montella” che parte dal Km.40,800 della S.S: 164 (sentiero CAI 141) e corre – dopo la chiusa – lungo un torrente che, in estate, si percorre con scarpette da fiume e costume da bagno. Ieri il tempo era pessimo, ma in una bella giornata estiva, piena di sole, il percorso in acqua, ombroso, è molto invitante.

Vicino alla chiusa si trova un ponte, costruito chiaramente durante il ventennio fascista, come si vede chiaramente dai fasci littori ai lati e dalla scritta A. XVII (ossia anno 17° dell’era fascista)

ponte di epoca fascista vicino Montella (AV)
Chiusa e ponte di epoca fascista

È un quadro magnifico di un’opera idraulica costruita in Italia fra il 28 ottobre 1938-e il 27 ottobre 1939. E’ datata secondo un calendario diverso da quello consueto (per noi) che parte dalla (presunta) nascita di Cristo. Ci sono tanti calendari sulla terra.

Ma, ovviamente, il punto non è questo. Il punto è che – secondo alcuni – quei simboli debbono essere rimossi.

Mi domando se quei simboli debbano scontare una colpa per il solo fatto di esser nati, ossia di esser stati scolpiti. Mi domando se quei simboli abbiano davvero il magico potere di influenzare il corso della politica italiana, di riportarci verso il fascismo o di favorirne la rinascita.

Per me è solo un ponte che, come il Colosseo o la Basilica di San Pietro porta su di sé i segni dell’epoca in cui fu edificato. Togliere quei simboli vorrebbe dire deturpare inutilmente un manufatto che ha un suo indubbio fascino del tutto indipendente dal periodo politico in cui fu costruito.

Scommetto che pochissimi fra i lettori di questo post ne conosce l’esistenza e che nessuno verrebbe influenzato da tale opera nell’espressione del voto.

Ma in Italia di simboli che richiamano quel periodo buio ce ne sono a bizzeffe e che solo le persone che ragionano per ideologia e non con razionalità vorrebbero abbattere.

Ne voglio citare due esempi, uno eclatante e famosissimo e un altro diffusissimo per quantità ma completamente sconosciuto nella specifica particolarità.

Partiamo da un obelisco. Roma è la città degli obelischi, moti trasportati dall’Egitto, altri edificati ai tempi dell’Impero. Uno, famosissimo, si trova al Foro Italico proprio vicinissimo allo Stadio Olimpico e per tutta la sua lunghezza, oltre 17 metri, porta incisa, in caratteri cubitali, la scritta “MUSSOLINI DUX”. È lì da 1932; talvolta qualcuno, da ultimo Laura Boldrini, quando era Presidente della Camera, propose di togliere via la “frase incriminata”. Non ci fu seguito dopo le giuste obiezioni di storici ed architetti. Posso citare lo storico Vittorio Vidotto che non può essere certo tacciato di vicinanza al Fascismo.

Vidotto, in una intervista al quotidiano “il Foglio”, spiega perché non bisogna abbatterei simboli della nostra Storia, buona o cattiva che sia, e che non sono i simboli a fare la storia, tanto che il Partito Comunista Italiano celebrò proprio al Foro italico, sotto quell’obelisco, la festa per il ritorno all’attività politica di Palmiro Togliatti dopo l’attentato, dimostrando che le scritte del ventennio, di cui Roma è piena, non smuovono voti.

obelisco del Foro italico

L’obelisco, poi, entra anche nel campo dell’esoterismo. Due studiosi, Bettina Reitz-Joosse dell’università di Groninga e Han Lamers dell’università di Lovanio hanno rivelato qualche anno fa, come riporta questo articolo di Repubblica, che hanno studiato e tradotto il cosiddetto “Codex Fori Mussolini” sepolto sotto la base dell’obelisco. Gli studiosi, prendendo dati e scritti da altre fonti, hanno rivelato un messaggio non diretto ai contemporanei, bensì una specie di “capsula del tempo” destinata a raccontare la Genesi del Foro italico e del fascismo una volta che l’obelisco, e quindi il Regime, fosse stato abbattuto.

obelisco al Foro italico

L’altro esempio è sotto i nostri occhi, da anni ed anni ed anni; ci camminiamo letteralmente sopra. Fateci caso, allora: quando mettete i piedi su una delle pesanti chiuse in ghisa dei tombini stradali:  quanti di essi hanno , sopra, simboli fascisti? Tanti, ve lo assicuro. Nessuno ha mai pensato di buttare via i soldi per sostituire quelle chiuse finché svolgono il loro dovere. Ma non solo tombini, anche fontane, come i celebri “nasoni” di Roma.

chiusa di tombino a Pomezia
“nasone” con fascio littorio
chiusa di tombino

Secondo voi la permanenza di queste chiuse o di queste fontane può spostare voti o indirizzare la nostra democrazia verso il ritorno del fascismo?

Ritengo proprio di no. La democrazia l’hanno riconquistata i nostri padri e i nostri nonni e tocca noi, a noi persone, difenderla. I simboli sono innocenti, a meno di non fare come nel celeberrimo romanzo di George Orwell, 1984, in cui la Storia veniva continuamente riscritta per adattarla alle contingenze del regime.

I simboli sono parte di noi, della storia della nazione, dell’umanità. Fungono da ricordi, perché il ricordo di quanto è accaduto serva da esempio se buono, da monito se cattivo.

Stiamo già assistendo ad una profonda manipolazione della Storia (sì, con la S maiuscola) e non ce ne accorgiamo. Quando non sappiamo qualcosa, ci rivolgiamo ad internet ed alla sua sterminata memoria e non ci accorgiamo che, se non sono copie e/o riproduzioni, su internet la grandissima massa di documenti non è più anziano del 1991, perché, prima, internet era appannaggio solo delle università e di un ristretto numero di professori, studenti e ricercatori.

Pochi sanno che il prefisso www. (= world wide web) che, ora, Google ha anche tolto di mezzo nelle ricerche perché si dà per scontato, era solo uno – ed il più recente – prefisso degli indirizzi di internet. Parole come Gopher, Archie, WAIS , Veronica e BBS sono nomi che agli attuali utilizzatori di internet dicono poco e nulla, eppure essi erano internet prima dell’avvento del web.

Se a questa carenza aggiungiamo anche l’abolizione di simboli che ci ricordano il nostro passato, allora avremo un eterno presente in cui una esperienza passata viene subito dimenticata e non potrà poi servire al progresso dell’umanità che proprio sulle esperienze si basa.

Se un simbolo ricorda una esperienza negativa (negativa per l’epoca attuale, per quella passata non lo era, per quella futura non si sa), basta citarla, basta contestualizzarla, come, per esempio ponendo una targa che ricordi quanti crimini furono allora commessi e come siamo orgogliosi di aver superato quell’epoca.

Vengono stravolte anche parole neutre che mai avremmo pensato avessero una connotazione negativa.

Fino a pochi anni fa, in corretto italiano, una persona dalla pelle scura era detto “negro” senza alcuna connotazione negativa. Parola neutra. Oggi, dall’altra parte dell’Atlantico, da quell’America impazzita ci vien detto che, da loro, la corrispondente parola inglese “nigger” è una parola vietata perché razzista e neppure noi dobbiamo usarla.

Si rischia il ridicolo come in quella partita internazionale in cui al “quarto uomo” dell’UEFA, un rumeno fu chiesto chi avesse commesso il fallo. Lui , innocentemente rispose, in rumeno rispose ,” quello lì col numero x, quello negro”, senza alcuna connotazione razzista. L’hanno sospeso.

Come dico spesso, cerchiamo di ragionale con la testa e non con la pancia, di pensare col nostro cervello prima di parlare e non scimmiottare i post interessati dei social.

Io la penso come Umberto Eco:

Umberto Eco e i social

I simboli non spostano voti.

Continuo nella mia opera di raccolta delle Balle Elettorali di questa Campagna elettorale 2022. Per un confronto con le Balle elettorali della Campagna elettorale 2018, per vedere quante (poche) e quali promesse siano state mantenute, c’è il mio libretto (Ebook o cartaceo) disponibile a questo indirizzo: https://www.amazon.it/dp/B0B9CHBCQ6 . La versione Ebook è gratis fino al 30 agosto 2022.

Nel precedente post – mi rendo conto – ho parlato di Balle Elettorali di tre esponenti della Destra. Per “par condicio” mi tocca parlare delle Balle del Centrosinistra.

Ebbene, Enrico Letta, il 23 agosto, al Meeting di Rimini – con gli altri contendenti – ha parlato di istruzione e ha promesso di estendere il Programma Erasmus anche alla scuola superiore. [vedi la notizia delle 13.41 – Letta: non usiamo l’Europa come capro espiatorio] Ovviamente dirà di essersi confuso, darà la colpa ai giornalisti, ma il programma Erasmus (rectius Erasmus+) per le scuole superiori esiste da anni e anni.

Riciccia il ponte sullo Stretto di Messina

Fra le promesse elettorali riciccia il ponte sullo stretto di Messina.  La storia va avanti dal 1650. Su Wikipedia ci sono pagine e pagine sui progetti, sulle speranze, sulle possibilità di realizzare il fantastico progetto.

Non ve le riassumo. E’ troppo lungo, ci vorrebbe un libro. Se volete, potete leggerle direttamente al link https://it.wikipedia.org/wiki/Ponte_sullo_stretto_di_Messina.

Vi riassumo solo le conclusioni: nell’ottobre 2005 l’Associazione Temporanea di Imprese Eurolink S.C.p.A. vinse l’appalto di contraente generale per la realizzazione dell’opera. L’Eurolink batté la cordata concorrente guidata dalla capogruppo Astaldi. L’offerta finale risultò essere pari a 3,88 miliardi di euro; prevedeva un tempo di realizzazione di 5 anni e 10 mesi. Il contratto di assegnazione fu firmato il 27 marzo 2006.

Il contratto prevedeva il diritto di recesso senza penali da parte della Stretto di Messina S.p.A. nel caso in cui il progetto definitivo o quello esecutivo risultassero sostanzialmente differenti rispetto all’offerta presentata.

Non se ne fece nulla e, nel 2012, il governo Monti stanziò 300 milioni per il pagamento delle penali, e quindi la definitiva chiusura del progetto del ponte sullo stretto di Messina. In conformità alla legge 221/2012, il 1º marzo del 2013 il contratto di appalto è decaduto.

Personalmente non sono affatto contrario, in astratto, alla realizzazione del ponte. In definitiva sono meno di tre chilometri.

Ma le difficoltà sono enormi: il territorio è sismico e montuoso. Un ponte a più campate o un tunnel si rivelano, già dai progetti, irrealizzabili. La campata unica, focus del progetto vincitore dell’appalto è di oltre 3.300 metri, di molto il più lungo del mondo. Il costo stimato (nel 2005) è di 3,88 miliardi di Euro. Nel 2021, per effetto dell’inflazione il costo lievita a 4,4 miliardi, senza contare l’inflazione a due cifre del 2022 e quella che verrà nei cinque anni e dieci mesi previsti per costruirlo. Ma si sa che i tempi previsti sono, appunto, previsti e valgono quanto le previsioni meteo.

Queste le difficoltà.

Ma c’è dell’altro. Il ponte risolverebbe i problemi di mobilità e ridurrebbe i tempi per raggiungere le varie località siciliane? Vediamo gli orari ferroviari e la guida Michelin.

Fra Napoli e Reggio Calabria il tempo di percorrenza in treno varia da 5 a 7 ore con una distanza di 491 KM (in auto ci vogliono quasi 5 ore).

Bene, facciamo finta che ci sia già il ponte. In 20 minuti si passa (ci sono kilometri di svincoli e controsvincoli) e si ci trova a Messina.

Ipotizziamo che il nostro viaggiatore voglia andare all’estremità dell’isola, a Trapani. Sono poco più di 320 kilometri: in treno ci vogliono circa otto ore, in auto poco più di quattro ore.

Lo stesso se volesse andare a Siracusa: 160 Km. In treno ci vogliono dalle due ore e cinquanta alle tre ore e venti. In Auto poco più di di due ore.

E se volesse andare ad Agrigento? (264 Km?) in treno dalle 4 alle 5 ore. In auto circa 3 ore e mezzo.

Vista l’imponderabilità attuale della fattibilità del ponte sullo stretto, non sarebbe meglio spendere quei soldi (oltre 6 miliardi di Euro) per velocizzare il raggiungimento da Messina delle altre destinazioni siciliane?

Rifare soprattutto le linee ferroviarie e rifare anche le strade? Sono soldi che cadrebbero sempre sul territorio e soprattutto di sicuro effetto. Rifare una linea ferroviaria, rifare una strada sono progetti che danno vantaggi ad ogni chilometro di realizzazione: se finiscono i soldi a metà della realizzazione del progetto, comunque metà strada o metà linea ferroviaria sono pronti e fruibili.

Se finiscono i soldi a metà della realizzazione del Ponte, nessuna utilità ne può conseguire.

Non sarebbe meglio lasciare la realizzazione del ponte come la ciliegina sulla torta di un sistema stradale e ferroviario finalmente efficiente?

Per oggi ci fermiamo qui. Se venite a conoscenza di altre Balle colossali, segnalatemelo.

Continuate a seguirmi, anche se #VaTuttoBene

Il 25 settembre si vota. Elezioni difficili con una coalizione che già pregusta una larga vittoria e le altre forze in campo che ne cercano disperatamente i punti deboli.

Come votare, chi votare? Forse un modo l’ho trovato, certo e facile, e ve lo offro. Un modo per votare informati.

Piero Angela, dettando il suo epitaffio, fece scrivere di avere fiducia di aver fatto la sua parte e incitava noi a fare la nostra in questo “difficile Paese”.

Una frase che riecheggia quella di John F. Kennedy “non chiedere cosa il tuo Paese abbia fatto per te, chiediti cosa hai fatto tu per il tuo Paese.”.

Insomma è un inno contro l’apatia e contro l’auto commiserazione, un incitamento a rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Anche Papa Wojtila – imitando il romanesco – disse una volta “Damose da fa’!”.

Non c’è dubbio che il nostro Paese stia attraversando un momento difficile. Si stava appena riprendendo dalla pandemia (che non è ancora finita) e subito la guerra in Ucraina, la siccità, l’inflazione a due cifre, il pazzesco rincaro delle bollette e…..la follia delle elezioni anticipate di qualche mese, proprio quando il governo Draghi stava chiudendo le stringenti condizioni (altro che MES), per ottenere da Bruxelles i soldi del Recovery Fund e PNRR.

Ci attendono mesi cruciali, a partire dalla legge di bilancio che non si sa quale Governo stenderà e non si sa quale governo terrà la barra de timone del nostro Paese nel prossimo gelido inverno, che sarà segnato da restrizioni non solo energetiche.

Diventa a questo punto essenziale – alle politiche del 25 settembre – votare con il cervello e non con la pancia.

Vi assicuro che anche io non ho le idee chiare: vedo una massa di partiti completamente avulsi dai problemi quotidiani delle famiglie e impegnati solo a promettere, a promettere il mondo di bengodi offerto a Pinocchio: abbassamento dell’età pensionabile, aumento delle pensioni e degli stipendi, drastica diminuzione delle tasse. Di coperture, ovviamente non se ne fa cenno. Il Paese di Bengodi che Collodi fa raccontare a Pinocchio dal Gatto e la Volpe.

Una sola cosa è certa, anche se la voglia di dare un segnale disertando le urne è forte. Quel segnale del non voto è del tutto inutile. Non lo dico io, lo dice la legge elettorale: i seggi si assegnano non sul numero dei potenziali elettori, bensì sul numero dei votanti. Che un partito prenda il 35% dei voti che corrispondono ad un 10% degli elettori non solo sarà presto dimenticato, ma, nell’economia del Governo e del Parlamento, conta meno di zero. Anzi il voto non dato, rafforza chi vince perché aumenta la sua percentuale relativa.

Chi votare? Come essere coscienti che il proprio voto nell’urna corrisponda ai propri desideri? Bisogna informarsi. Ma non certo leggendo i programmi stilati dai partiti, è come chiedere all’oste se il vino è buono. Tutti i programmi presentati sono meravigliosi degni del racconto fatto a Pinocchio dal Gatto e dalla Volpe. E io non voglio fare la fine di Pinocchio.

Come fare allora? Come votare informati?

Un modo l’ho trovato. Da anni curo un blog (https://sergioferraiolo.com) dove annoto i fatti più importanti, specialmente nel mondo politico e di Governo. Deformazione professionale, visti i 35 anni passati a stretto contatto con esponenti politici di primo piano e di frequentazione della cd. “stanza dei bottoni”.

Mi sono andato a riprendere tutti i post pubblicati sul mio blog durante la campagna elettorale del 2018 perché I temi sono sempre quelli: reddito di cittadinanza, immigrazione, flat tax, tasse, pensioni. Anche allora tutti i partiti promettevano a desta e a manca, tanto, passata la festa (il voto), gabbato lo santo (cioè noi).

A rileggere quei post di 4 anni fa sono saltato sulla sedia: le promesse sono uguali a quelle odierne, ma ora possiamo toccare con mano quali siano state mantenute e quali no. La lettura di quei post è un formidabile antidoto contro la “memoria corta” e una cartina di tornasole verso le promesse di questa campagna elettorale.

Ho raccolto tutti questi post in un libretto dal titolo “Tutto per Tutti” disponibile su Amazon all’indirizzo: https://www.amazon.it/dp/B0B9CHBCQ6/

 Il libretto è disponibile sia in formato Ebook, sia in formato cartaceo al minimo prezzo consentitomi da Amazon (0,99 Euro per l’Ebook e 3,38 Euro per il cartaceo).

Leggendo quello che è successo nella campagna elettorale del 2018 possiamo farci una idea molto concreta dell’affidabilità dei partiti. Ci sono le promesse fatte allora e sappiamo, ora, quante e quali siano state mantenute. È il mio modo di darmi da fare: fornire una informazione, la più completa possibile a chi deve votare, qualsiasi partito si scelga.

Visto che Amazon me lo consente, da domani (26 agosto 2022) e per 5 giorni consecutivi, il download dell’Ebook all’indirizzo https://www.amazon.it/dp/B0B9CHBCQ6/  è gratuito.

Se quanto ho scritto vi è piaciuto, diffondetelo.

Mi raccomando, #VotareInformati!!!.

Comincio oggi una serie di post dove voglio raccontare le più esilaranti  balle elettorali, ossia le mirabolanti promesse che i leader e candidati alle elezioni politiche del 25 settembre 2022 cominciano a diffondere agli elettori pensando che questi siano come Pinocchio davanti al Gatto e la Volpe che gli promettono il Paese di Bengodi. Cercherò di pubblicare un nuovo post, ogni volta che leggerò una di queste colossali fandonie. Continuate a seguirmi.

Tanto, Va tutto bene.

Per doveri di età cominciamo da Berlusconi. Ieri 22 agosto 2022, il vecchio leader di Forza Italia ha promesso che in caso di vittoria – per abbassare il carico fiscale e per permettere a tutti l’acquisto di una casa –  abbatterà al 2% l’aliquota dell’imposta di registro per l’acquisto della prima casa. Illusione? NO!!! Il fatto è che l’aliquota al 2% per l’acquisto della prima casa esiste, ed è legge, ormai da decenni. Non solo, ma l’aliquota del 2% non è calcolata sul prezzo reale della compravendita, ma sul valore catastale, notevolmente più basso. Promessa facile, anzi, già realizzata!!!.

Continuiamo con Salvini. Ieri sera, 22 agosto, nella trasmissione di Paolo Celata su La7, ha tentato di spiegare l’arcano della Flat Tax che non è Flat, ma progressiva. Salvini, controllate il video che ho linkato, afferma che già oggi alle partite IVA con introiti inferiori  a 65.000 auro annui si applica una tassa fissa del 15%. La prima fase dell’introduzione della nuova Flat Tax consisterà nell’alzare questo limite a100.000 euro. Così le partite IVA che hanno introiti fino a 100.000 euro annui pagheranno, al massimo 15.000 euro invece dell’aliquota marginale del 43% secondo la tabella progressiva valida per tutti noi comuni mortali e che riporto qui sotto:

Visto che anche ad occhio, con tale proposta si provoca una diminuzione di entrate fiscali per lo Stato, i giornalisti presenti hanno chiesto a Salvini con quali risorse intendesse coprire il “buco”.

La risposta è stata esilarante. Potete sentirla nel video che ho linkato, ma, nella sostanza è questa e degna del festival della barzelletta: “Non c’è alcun bisogno di coperture ,si paga da sola, perché gli interessati, che pagheranno meno tasse saranno invogliati a lavorare e produrre di più e quindi il gettito fiscale si alzerà da solo!!”.

Lascio a voi i commenti.

E finiamo con la Meloni: sempre ieri, si è detta favorevole agli “aiuti di Stato” vietati, in via di principio dall’Unione europea. Ha poi promesso di imporre un tetto agli stipendi ai manager delle aziende di Stato, specialmente quelle in perdita, perché li paghiamo noi con le nostre tasse.

Ineccepibile la proposta del tetto agli stipendi dei manager di Stato pagati con le nostre tasse. Peccato, che, come la tassa del 2% di Berlusconi, questo tetto c’è già. Il Governo Renzi, anni fa, ne stabilì il massimo ammontare in 240.000 euro lordi annui. Quest’anno, il ministro dell’Economia, Daniele Franco ha dato un’altra sforbiciata, imponendo non solo che nei 240.000 euro annui debbano rientrare tutti gli extra e altre prebende non comprese nello stipendi, ma stabilendo anche diverse fasce di fatturato cui commisurare gli stipendi.

Io posso capire che i Leader politici non siano addentro alle questioni tecniche (e perché no?), ma queste uscite denotano soprattutto una scarsissima competenza a scegliersi i collaboratori e consulenti, competenza principe di chi vuol governare.

Mah, ne vedremo delle belle. Continuate al leggermi sul blog e io continuerò ad informarvi. E, se vi piace diffondete. Non vogliamo essere come Pinocchio con il Gatto e la Volpe.

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