Ehi, state attenti!!!! Per la burocrazia italiana è più importante la forma che la sostanza!!! Motociclo  non è la stessa cosa di motoveicolo!! Mi raccomando, non sbagliate.

No ho un’auto, solo un “due ruote” di 150cc, un Honda SH 150 vecchio di 12 anni per il quale pago ogni anno la tassa di circolazione. Anche quest’anno, entro il 28 febbraio, ho pagato – presso una ricevitoria SISAL abilitata – la somma di Euro 22,89, esattamete identica a quella dello scorso anno.

Oggi, 10 luglio 2018, mi arriva una lettera dalla Regione Lazio con la quale mi si contesta il mancato pagamento della tassa di circolazione per l’anno 2018 per il mio “due ruote”. La lettera è di una cortesia infinita. Dopo aver enunciato il supposto mancato pagamento, elenca una infinità di casi per cui ricorrere.

Il primo è un numero di telefono. Lo compongo subito. Neppure 30 secondi di attesa e una gentilissima operatrice mi chiede, dopo il solito “cosa posso fare per lei?” il numero di targa ed il nome. 30 secondi e mi descrive, sempre in modo squisitamente gentile, la mia situazione: sì, risulta anche a loro il mio pagamento; la cifra di 22,89 euro è esatta e….. qui trasecolo e mi cadono le braccia: la lettera di messa in mora, la predisposizione del call center, tutto l’ambaradan perché…. perché, udite udite, sulla ricevuta computerizzata c’è scritto “motociclo” e non “motoveicolo”, come in quella dello scorso anno per la quale nessuan contestazione è mai pervenuta.

Certo, dopo questa notizia rispondo un po’ balbettante per l’emozione che, quando si va a pagare presso una ricevitoria SISAL autorizzata si dà solo il numero di targa e la regione di residenza del proprietario. Ci pensa il sistema ad accoppiare la targa al tipo di veicolo e a calcolare la tassa di circolazione.

Niente, la gentile operatrice mi avverte di provvedere ad una contestazione formale, inviando una Email con il file riproducente la ricevuta (che loro hanno già) e …. Ad attendere la risposta. Oddio, a quale pena sarò sottoposto? Sono scosso da brividi di paura….. vi terrò informati….

Dunque, ricapitoliamo. Salvini, si sa, sta facendo una guerra alle navi che sbarcano migranti nei porti italiani e vorrebbe chiuderli. Peccato che la competenza sia del suo collega Toninelli che gli tiene bordone non chiudendo i porti, ma convincendo le navi ONG ad andare altrove.

Ora, una nave militare irlandese, facente parte della missione europea Sophia, attracca in un porto italiano e sbarca 106 migranti. Salvini va su tutte le furie e dice che bloccherà i porti anche alle navi militari, invadendo la competenza del ministro della Difesa Trenta, del Ministro delle infrastrutture Toninelli del ministro delle politiche europee Savona e del ministro degli esteri Moavero.

Ma ormai è fatto, Salvini si infuria sempre di più e annuncia che al prossimo Consiglio GAI (o JHA) di Innsbruck pretenderà la modifica della missione Sophia e l’inibizione dei porti italiani anche alle navi militari. E così si scontra anche con la competenza della Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Ieri, poi, che succede? Una nave italiana, il Vos Thalassa rimorchiatore d’altura a protezione di piattaforme petrolifere, ma secondo Toninelli, un incrociatore recupera 60 migranti in area SAR libica. La nave è italiana, Salvini sbraita, non la vuole, come si fa? Il concentrato Toninelli ha una idea: manda una sua nave (della Capitaneria di Porto, nave Diciotti) a prendere i migranti dalla Vos Thalassa. Perché? Ragioni di ordine pubblico (ma l’ordine pubblico non è di competenza di Salvini?): i migranti avevano minacciato una rivolta.

Ma Salvini non ci sta, e al momento, la nave Diciotti vaga per il Mediterraneo.

Salvini vorrà fare la voce grossa al prossimo consiglio JAI (o JHA) di Innsbruck di giovedì prossimo pretendendo di cambiare (1 contro 27) le regole di ingaggio della missione Sophia impedendo anche alle navi militari l’approdo in Italia e pretendendo che nessun migrante entrato irregolarmente in Austria e Germania dall’Italia venga ricondotto nel Bel Paese. Chissà se qualcuno gli ha spiegato che la Riunione dei ministri dell’interno (comunque incompetente sulla missione Sophia) di Innsbruck è un vertice informale in cui ministri dell’interno parleranno di ogni cosa, ma non potranno decidere nulla: non ci sarà, infatti un comunicato finale delle decisioni assunte. Così, almeno, Salvini potrà dire al nostro Minculpop che ha battuto i pugni, esposto le sue tesi e che i colleghi dell’Unione europea non le hanno respinte.

Ah, in tutto questo che ruolo ha avuto il Presidente del Consiglio dei ministri Conte a cui l’art 95 della Costituzione assegna la Direzione della politica generale del Governo, il mantenimento dell’unità dell’indirizzo politico e il coordinamento del governo? MISSING, DESAPARECIDO, NON PERVENUTO.

Ieri, il Ministro del lavoro Luigi Di Maio al Congresso della UIL, ha rilanciato un argomento caro ai Cinquestelle, la Democrazia diretta. Bisogna riformare l’istituto del referendum abolendo il quorum sotto il quale il referendum non passa. «Per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento, con l’abolizione del quorum» nel referendum abrogativo, «di fare in modo per cui chi va a votare conta e chi sta a casa si prende le sue responsabilità», ha detto il vicepremier.

In effetti al punto 20 del Contratto per il Governo del cambiamento [a proposito non sono riuscito più a trovarlo sul sito del blog delle stelle, dove è finito?] i partiti di governo affermano: “È inoltre  fondamentale  potenziare  un  imprescindibile  istituto  di  democrazia diretta già previsto dal nostro ordinamento costituzionale: il referendum abrogativo. Per incentivare forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica nazionale occorre cancellare il quorum strutturale – ovvero la necessità della partecipazione alla votazione della maggioranza degli aventi diritto – al fine di rendere efficace e cogente l’istituto referendario. Ulteriore obiettivo di questa proposta, nel solco dello spirito che anima l’articolo 75 della Costituzione, è quello di scoraggiare, in ogni forma, l’astensionismo elettorale, spesso strumentalizzato per incentivare il non voto, al fine di sabotare le consultazioni referendarie.”.

 

Secondo me, l’intento, pur apprezzabile, sortisce effetti contrari al dominio della Democrazia sulla Politica e, oltretutto si scontra con quanto affermato al punto 1 dello stesso Contratto: “intendiamo incrementare il processo decisionale in Parlamento”. E, se passa, l’abolizione dle quorum, sarà proprio il Parlamento ad esser messo fuori gioco.

 

Il Referendum abrogativo è previsto dall’articolo 75 della Costituzione: “E` indetto referendum popolare [cfr. art. 87 c. 6] per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge [cfr. artt. 76, 77], quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.”

 

Quindi per eliminare il quorum c’è bisogno del procedimento di revisione costituzionale con doppia lettura.

 

Ma vediamo la sostanza della questione. La nostra è una democrazia rappresentativa e non una democrazia diretta. Il modo principale di “fare le leggi” è quello della discussione in seno al Parlamento. Lì siedono 630 deputati e 315 senatori, quindi circa un parlamentare ogni 47.000 elettori.

La Costituzione si preoccupa proprio di questo. Per sbugiardare il Parlamento abrogandone una legge, occorre una spinta molto forte da parte dell’elettorato: prima la raccolta di 500.000 firme, poi mobilitare al voto la maggioranza degli elettori (il quorum), infine che, in detta maggioranza, far prevalere i all’abrogazione. La Costituzione, rendendo difficile l’abrogazione di una legge con il referendum ha inteso privilegiare il ruolo del Parlamento rendendo le sue leggi difficili da abrogare.

Immaginate dove andrebbe la centralità del Parlamento se bastassero 30.000 o 20.000 o 10.000 persone che si presentassero alle urne per votare ad un referendum per segnare la vita o la morte di una legge votata in Parlamento.

Anche assegnare una connotazione negativa a chi a votare per il referendum non ci va, è sbagliato. Chi non va a votare, al pari di chi vota no, si fida dell’operato del Parlamento che ha liberamente contribuito ad eleggere

Secondo me, abrogare il quorum è andare contro la Costituzione: 10.000 sì non possono oscurare l’operato del Parlamento.

 

Ma in una cosa Di Maio ha ragione: la “strumentalizzazione del non voto per sabotare l’istituto del referendum”.

Per limitare la portata di questa strumentalizzazione, però, non c’è bisogno di abrogare il quorum.

 

Il quorum pari al 50% +1 degli elettori fu previsto e mantenuto nella Costituzione perché dal 1948 agli anni ’90 l’Italia era fra le prime nazioni al mondo per affluenza alle urne. Percentuali dell’85% non erano rare. Quindi il quorum doveva esser alto.

 

Oggi, invece,  specialmente alle elezioni amministrative, la percentuale si è pressoché dimezzata e questo rende – effettivamente – molto più difficile il raggiungimento del quorum stabilito dall’articolo 75 della Costituzione.

 

Una proposta, non mia, ma che appoggio pienamente, è quella di stabilire un quorum variabile ossia pari al 50% +1 non dell’intero corpo elettorale, bensì degli elettori che si sono recati alle urne nelle elezioni politiche immediatamente precedenti alle votazioni per il referendum di cui trattasi.

Mi sembra un ragionevole compromesso.

 

Che i più tirano i meno è verità,
Posto che sia nei più senno e virtù;
Ma i meno, caro mio, tirano i più,
Se i più trattiene inerzia o asinità.
Quando un intero popolo ti dà
Sostegno di parole e nulla più,
Non impedisce che ti butti giù
Di pochi impronti la temerità.
Fingi che quattro mi bastonin qui,
E lì ci sien dugento a dire: ohibò!
Senza scrollarsi o muoversi di lì;
E poi sappimi dir come starò
Con quattro indiavolati a far di sì,
Con dugento citrulli a dir di no.

Così scriveva Giuseppe Giusti nel 1848. E mi sembra che questo sonetto sia più che mai attuale in questa Italia del 2018 che si muove come nave in gran tempesta, non senza nocchiero, ma con due nocchieri che giocano a chi le spara più grosse.

Il bello è che queste promesse sono chiaramente delle balle, impossibili da realizzare, buone per una campagna elettorale per grulli.

Ci ha detto Salvini come intende espellere 500.000 stranieri? Ci ha detto Di Maio come attuare insieme la flat tax e il reddito di cittadinanza? Assolutamente no!

Per adesso, come ampiamente previsto, i due si dedicano – per nascondere le loro incapacità – a indicare un nemico comune, l’Europa, oppure a fare la voce grossa con le ONG che raccolgono migranti, in una percentuale molto inferiore a quelli che raccolgono le nostre navi militari.

Minacciano l’Unione europea, prendono a parolacce i leader di Francia e Germania osannano quelli del gruppo di Viesegrad che hanno interessi opposti ai nostri, minacciano di sospendere la libera circolazione delle persone, commettendo un clamoroso autogol.

Risultati, per ora, solo aver dirottato una nave con 600 migranti in Spagna, con notevoli costi (due navi italiane di scorta), proprio mentre una nave italiana sbarcava in Sicilia più di mille profughi.

Minacciano, minacciano chi li critica. Ieri è toccato a Saviano, domani potrebbe toccare a noi.

Il bello è che gli italiani abboccano e credono alle favole: i sondaggi danno la Lega in forte crescita e i Cinquestelle in piccolo arretramento. Tutti con Salvini e Di Maio, compatti. Ma perché?

Bisogna riconoscere che i due partiti al governo ci sanno fare, sanno perfettamente, come ha fatto Trump, andare alla pancia della gente.

Ormai il consenso – cioè i voti – si conquista non più con gli ideali, con i programmi strutturati, con progetti definiti, bensì con gli slogan, con le minacce, con l’indicazione di un nemico che, sconfitto il quale, tutti i problemi saranno risolti. Vedi Trump con i messicani. Tanto la memoria collettiva non è mai stata così corta. Chi si ricorda ormai più delle promesse fatte solo qualche mese fa?

I due “gemelli divisi” sono onnipresenti sui social: lì, ormai, si fonda l’informazione di una gran parte del popolo. Una volta si diceva: è vero perché l’ha detto la radio. Oggi si dice: è vero perché l’ho letto su Facebook.

E’ molto triste, ma è così. Se vuoi i voti, li devi cercare con un super attivismo sui social. Anche mediante programmi informatici automatici, come i bot, che amplificano i “like” ricevuti.

Più di un’idea, più di un ideale, vale un “like”.

Provate a postare un commento sgradito ai “leoni della tastiera” chissà perché tutti favorevoli al Governo in carica. Vedrete quanti insulti riceverete.

Ovviamente, e qui è il punto del discorso, questi superattivi su internet sono una minoranza della popolazione ma, col loro attivismo, appaiono come la maggioranza.

E le persone che ragionano? Dove sono? Che fanno? Mangiano pop corn con Renzi? Non lo so. Probabilmente pensano ancora con la mentalità del politico di trenta anni fa. Quando era disdicevole lo slogan, quando era obbligatorio lavorare su grandi temi, quando era d’obbligo dire: “Sì, va bene, ma è solo una parte del problema, bisogna guardare il complesso.” E tutto rimaneva fermo.

Se il governo attuale fa pensare al sonno della ragione, la sinistra fa pensare al sonno e basta.

Probabilmente chi la pensa in modo diverso dai due coinquilini al Governo è ancora la maggioranza, ma sta zitta, forse perché non ha nulla da proporre in alternativa.

Gente, svegliamoci! Almeno – se non abbiamo proposte alternative – proviamo a ribattere colpo su colpo, proviamo a smontare le fake news, proviamo a spiegare gli errori degli annunci, proviamo a controbattere! Ognuno con i propri mezzi ognuno nel proprio campo.

Siamo – forse – ancora i più. Non facciamoci tirare dai meno.

Pare che la bozza di conclusioni del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno 2018 non soddisfi le richieste di Salvini sui migranti e lui minaccia di sospendere la libera circolazione prevista dall’Aquis di Schengen.

Mi chiedo cosa c’entri Schengen, se Salvini lo conosca e, in caso affermativo se il nostro ministro dell’interno, nonché vicepremier non sia masochista.

Cosa sia l’aquis di Schengen è noto a tutti: è quel complesso di norme europee, generate dalla vecchia Convenzione di Schengen per le quali se andiamo dall’Italia alla Francia in auto o in terno non abbiamo bisogno di fare il controllo di documenti in frontiera. In pratica non ci accorgiamo di aver passato la frontiera interna. Lo stesso succede con gli aerei: non c’è controllo di frontiera, ma solo – all’imbarco – il controllo che il nome stampato sul biglietto sia lo stesso del documento di identità. Comunque, chi voglia approfondire, clicchi qui e qui.

Ora, se Salvini sospende l’efficacia dell’aquis di Shengen cosa succede? Succede che chiunque voglia entrare in Italia da un valico stradale, ferroviario o aeroportuale, dovrà sottoporsi al controllo passaporti, come quando si va in un Paese extraeuropeo.

Ovviamente Gli altri Stati europei, per ritorsione, sospenderanno anche essi l’acquis di Shengen per gli italiani. Quindi anche noi, per andare in Francia, Svizzera, Germania, Austria o qualsiasi alto Paese Shengen dovremo fare la fila per il controllo passaporti.

Questo, secondo Salvini renderà più sicuro il nostro Paese rispetto ai migranti.

Ma, ripeto, questo che cosa ci azzecca, come diceva Di Pietro?

Come Salvini e ognuno di noi ben sa, il flusso dei migranti (i tanti o pochi che siano) sbarcati sulle nostre coste sud è diretto a nord.

Praticamente il 90% del flusso dei migranti, sbarcati in Italia, dal nostro Paese si dirige verso nord. Alla frontiera francese (ci ricordiamo di Ventimiglia o di Bardonecchia?) chi deve controllare sono i francesi, visto che i migranti irregolari vengono dall’Italia. Stessa storia per la frontiera con la Svizzera e Austria.

Riattivando i controlli alle frontiere, Salvini fa un favore proprio ai francesi e agli austriaci che non vedono l’ora di ripristinare una frontiera vecchio stile con tanto di controllo passaporti e polizia dispiegata pe rfermare l’onda dei migranti che viene dall’Italia.

Chi ci perde è proprio l’Italia: se cominciamo ad alzare barriere e vincoli burocratici i turisti che vengono da noi potrebbero ripensarci. Noi italiani avremmo una seccatura in più una perdita di tempo in più nel passaggio delle frontiere.

Nulla di tutto ciò toccherà i migranti che, anzi, sarà più facile trattenere in Italia.

Forse Salvini dovrebbe studiare meglio

sergioferraiolo

Uno sguardo sul mondo

Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

photohonua

constantly trying to capture reality

European Area of Freedom Security & Justice

"Europa", "Fundamental rights","Europe","Emilio De Capitani","Freedom,Security and Justice"

Nomfup

Only connect

B as Blonde

Fashion enthusiast,Music addicted,tireless Traveler,Arts lover

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il Blog si sbriciola facilmente

Occhi da orientale

sono occhi d'ambra lucida tra palpebre di viole, sguardo limpido di aprile come quando esce il sole

ARTFreelance

Photo the day

simonaforte.wordpress.com/

Simona Forte photographer

Edoardo Gobattoni photographer

artistic photography

ALESSANDRA BARSOTTI - FOTOGRAFIE

L'essentiel est invisible pour les yeux

TIRIORDINO

Uno sguardo sul mondo

WordPress.com Blog

News, Tips & Website Tutorials