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Ieri, 6 febbraio, a Radio anch’io su Radio 1 (qui il podcast della trasmissione) è stata dibattuta la questione “migranti” ed il loro numero, a detta di Berlusconi e di Salvini, tanto spropositato da mettere a rischio la pace sociale.

È intervenuta Emma Bonino che ha detto cose sacrosante, tanto sacrosante da meritarsi i rimbrotti di Antonio Polito, giornalista, che le ha rimproverato di fomentare così i rigurgiti xenofobi e antigovernativi.

Cosa ha detto di tanto trasgressivo Emma Bonino? Ha detto la sacrosanta verità: che le 600.000 espulsioni promesse da Berlusconi e “il via tutti e subito per tutti gli irregolari” promesso da Salvini sono emerite BUFALE, impossibili da realizzarsi.

Occorre qui fare un po’ di chiarezza e, pur senza dare i numeri, ricordare quali sono le norme che regolano la materia.

Innanzitutto il numero degli stranieri regolarmente presenti in Italia, di poco superiore ai cinque milioni, rimane stabile da un triennio. Le cause – secondo Franco Pittau – coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes, anch’egli presente alla trasmissione –  sono da ricercarsi in una stagnazione degli arrivi per lavoro (i decreti flussi annuali sono per pochissimi posti); il loro numero aumenta solo per i ricongiungimenti familiari e diminuisce per l’ottenimento della cittadinanza italiana (200.000 nel 2017).

A questi si aggiunge il numero degli irregolari e di chi ha avuto respinta la domanda di asilo.

Mi spiego. Per non andare troppo lontano, nel 2016 abbiamo subito lo sbarco di 181.436 “profughi”, nel 2017 di 119.369 (fonte: Ministero dell’interno)

Nel 2016, fra questi profughi, abbiamo avuto 123.600 domande di asilo (fonte: Ministero dell’Interno), nel 2017 un numero di poco inferiore. Orbene, per le norme europee, (le Direttiva 2013/32/UE, attuata con Decreto Leg.vo n. 142 del 2015 e Direttiva 2013/33/UE, attuata con il medesimo  Decreto leg.vo  142) ogni domanda di asilo (più correttamente “protezione internazionale”) va valutata dalle Commissioni territoriali competenti; al loro diniego è consentito ricorso e, fino al termine del ricorso giurisdizionale di primo grado, il richiedente asilo ha diritto all’accoglienza e NON può essere espulso.

I tempi, purtroppo, non sono brevi (sei mesi per l’esame da parte della Commissione territoriale e due anni per l’esame del ricorso giurisdizionale.)

A tale stato posto rimedio con il cd. Decreto legge Minniti (D.L. 17/2/2017 n. 13) che velocizza il sistema dell’esame della domanda di asilo immettendo 250 funzionari intervistatori nelle Commissioni territoriali (il concorso si sta concludendo in questi giorni), istituendo sezioni specializzate dei tribunali che devono esaminare il ricorso e abolendo un grado di giurisdizione per gli appellanti denegati.

Nel contempo sono stati stipulati accordi con i Paesi di origine dei migranti che, nel 2017, hanno visto diminuire di oltre il 25% gli sbarchi.

Questi i dati. Il “guaio” è che non tutti i profughi hanno diritto all’asilo. Anzi, le Commissioni territoriali rigettano oltre il 60% delle domande. Questo 60% costituisce l’esercito dei denegati; tutti propongono appello, in quanto ciò, fino ad ora, gli assicurava almeno altri 18/24 mesi di permanenza “legale” in Italia

Molti, nel frattempo, pur potendo lavorare, commettono reati, specialmente nello spaccio della droga, vera piaga in molte città dove gli spacciatori agiscono alla luce del sole nell’apparente inerzia delle forze dell’ordine.

Il fatto è che una riforma del codice penale del 2014 (svuotacarceri) ha disposto l’impossibilità della custodia cautelare dello spacciatore di modiche quantità di stupefacenti fino all’esito del processo. Quindi il Giudice, quando la polizia gli   porta davanti un “modico spacciatore” sia esso italico o straniero, altro non può fare che fissare la data del processo (al quale l’imputato mai si presenterà) e disporne la scarcerazione.

Il migrante che ha chiesto asilo, che è stato denegato e che ha perso il ricorso presso il tribunale deve lasciare il territorio italiano, volontariamente o tramite espulsione.

E qui cominciano i guai.

Espellere un irregolare è impresa difficilissima, e non solo per la nostra Italia.

I rimpatri sono la parte più difficile e gravosa del fenomeno migratorio. Non sempre la questione è compresa dai media e dalla gente.  I migranti non viaggiano con il passaporto e, come gli imputati in tribunale, cercano con ogni mezzo di sottrarsi alla pena dell’espulsione, celando le proprie vere generalità e paese di provenienza.

Ma anche se io conosco nome e nazionalità di uno straniero da rimpatriare, non posso rimpatriarlo effettivamente se non con il consenso espresso ed il “riconoscimento” dell’autorità consolare del Paese di provenienza. Ed è abbastanza agevole da comprendere che il grado di collaborazione delle autorità consolari di alcuni Paesi asiatici o africani non sia altissimo, anzi, spesso non c’è proprio per il manifesto interesse a conservare le rimesse che il migrante fornisce, anche lavorando in nero.

Poi, nel 2008, ci si è messa anche la citata Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri la quale fissa paletti molto precisi per l’uso coercitivo delle misure per il rimpatrio:

  • La decisione di rimpatrio fissa per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni, per il cittadino non comunitario il cui soggiorno è irregolare. I paesi dell’UE possono prevedere che tale periodo sia concesso unicamente su richiesta del cittadino interessato. In particolari circostanze, il periodo per la partenza volontaria può essere prorogato.
  • Qualora non sia stato concesso un periodo per la partenza volontaria o per mancato adempimento dell’obbligo di rimpatrio da parte del cittadino entro il periodo concesso per la partenza volontaria, i paesi dell’UE devono ordinare il suo allontanamento. Misure coercitive proporzionate, che non eccedono un uso ragionevole della forza, possono essere usate per allontanare un cittadino non comunitario solo in ultima istanza.
  • Solo In casi specifici, e quando misure meno coercitive (cauzione, ritiro del passaporto, obbligo di dimora) risultano insufficienti, i paesi dell’UE possono trattenere il cittadino non comunitario sottoposto a procedure di rimpatrio quando sussiste un rischio di fuga o il cittadino evita od ostacola la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento. Il trattenimento è disposto per iscritto dalle autorità amministrative o giudiziarie e deve essere regolarmente sottoposto a un riesame. Il trattenimento ha durata quanto più breve possibile e non può superare i sei mesi.

Con questo quadro normativo si comprende che le espulsioni siano anche molto costose.

Interessante, a questo riguardo, è un articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica.it del 18 gennaio 2017 che illustra la complessità e i costi (115.000 euro) di una espulsione di 49 migranti verso la Tunisia. Espulsione, oltretutto, facile perché con la Tunisia è in vigore un trattato che regola e semplifica le riammissioni.

Senza contare, poi, che le autorità dei Paesi di rimpatrio, quasi tutti a maggioranza musulmana, chiedono espressamente di limitare i rimpatri di più persone contemporaneamente in quanto ciò solleva le ire degli imam più integralisti che indicano ai loro fedeli queste espulsioni contemporanee come un oltraggio all’Islam con gravi conseguenze in termini di odio verso l’occidente.

Altro fattore da considerare sono gli interessi economici italiani con i Paesi di provenienza. Nessuno lo dimostrerà mai, ma chissà se un massiccio e ravvicinato numero di espulsioni verso la Nigeria influirebbe sulle ricche concessioni petrolifere italiane in quel Paese?

Comunque la difficoltà dei rimpatri non è un problema solo italiano. Ne è un lampante esempio la vicenda di Anis Amri, il terrorista tunisino responsabile del massacro di Berlino del 19 dicembre 2106. Anis Amri passò diversi anni in un carcere italiano perché, arrivato su un barcone nel 2011, durante una rivolta incendiò il centro che lo ospitava. Scontata la pena, nel maggio 2015, l’Italia cercò di espellerlo, ma la Tunisia, certamente non entusiasta di riprendersi una persona che, prima dei reati in Italia, aveva commesso reati nel proprio Paese, ritardò – forse scientemente – la consegna dei documenti necessari per il “riconoscimento” diplomatico e per l’espulsione. La conseguenza fu che ad Amri fu consegnata una espulsione cartacea che gli intimava di lasciare subito il nostro Paese. Amri si autoespelle, ma verso la Germania. Le autorità italiane segnalano a quelle tedesche la pericolosità di Amri. Comincia un balletto fra la Polizia del Land Nord Reno Vestfalia sulla competenza, ma nessun provvedimento viene preso: Amri presenta una domanda di protezione che viene respinta, ma anche la Germania, per gli stessi motivi dell’Italia, non riesce ad espellerlo, con le tragiche conseguenze che conosciamo.

Ciò dimostra che in tutti gli Stati europei esiste il problema del crescente numero di chi, non avendo diritto alla protezione, purtuttavia non è possibile allontanare. Il tasso medio di rimpatri in Europa si aggira sulla sconfortante cifra del 40%.

Questo, in sintesi ha detto a “Radio anch’io” Emma Bonino. Le espulsioni sono poche non perché non si vogliono fare, ma perché son difficili da mettere in pratica.

Probabilmente per questo la Merkel fece il beau geste  di prendersi un milione di profughi, quasi tutti siriani, quindi tutti eligibili per l’asilo con conseguente nessun rimpatrio.

Probabilmente per questo gli altri Paesi UE difendono cn le unghie il principio cardine del Regolamento di Dublino che impone al primo Stato di approdo di tenersi il richiedente asilo; principio contro il quale combatte disperatamente l’Italia e la Grecia, ma in UE si va a maggioranza, e siamo 27 contro 2.

Se la Destra di Berlusconi e Salvini sa fare di meglio, si accomodi. Certo, durante il periodo di governo della Destra, il numero di clandestini calò in modo impressionante, ma non certo per le espulsioni.

Con la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) furono sanati circa 200.000 irregolari. Nel 2009 la sanatoria varata sotto il Governo Berlusconi IV portò alla regolarizzazione circa 700.000 stranieri.

Ieri Matteo Salvini, intervistato a “Non è l’Arena”, ha irriso agli studi dell’Unione europea sul “migrante climatico” o “migrante ambientale”, schernendo tali persone definendole come chi non sopporta il freddo o il caldo. Giletti non ha fatto una piega a tale castroneria.

Capisco che siamo in campagna elettorale e Salvini da tempo ha scelto di parlare alla pancia della gente, ma sparandole così grosse, rischia non trovarle più le pance, perché la gente se ne è andata.

I migranti climatici sono già una dura realtà. Non parlo di chi si sposta per siccità o desertificazione che pure sono fenomeni attuali che portano carestia e fame.

Parlo proprio di terre che, con l’innalzamento del mare dovuto al riscaldamento globale, vengono sommerse e scompaiono.

Non è un fenomeno fantascientifico. Già da anni Venezia “va sotto” e nelle giornate di forte acqua alta il mare e la laguna si congiungono nella stretta striscia del Lido di Venezia. Fortunatamente questi fenomeni sono ancora transitori e quasi eccezionali, ma in alcune parti del mondo non è così: il fenomeno sta assumendo caratteristiche stabili.

In Bangladesh, ad esempio, le famose foreste di mangrovie Sundarbands sono sempre più isole che propaggini di terraferma e l’isola di Lohachara (piccola isola da sempre contesa fra India e Bangladesh) è stata sommersa dal Golfo del Bengala a partire dai primi anni ottanta e i suoi diecimila abitanti sono stati costretti a trovarsi un’altra patria, proprio in quelle nazioni che si contendevano il possesso dell’isola che ormai non c’è più.

Analogo discorso per gli abitanti dell’arcipelago di Kiribati, condannato ad essere presto sommerso sommerso o alle famose isole Marshall che, dopo aver sopportato i test nucleari degli anni ’50, adesso vedono il mare salire sempre di più.

E il fenomeno investe anche l’arcipelago delle Maldive, gioiello della natura, posto di vacanza per gli europei, ma dove gli abitanti stanno acquistando terreni in altri continenti dove trasferirsi.

Da parecchio tempo l’Unione europea studia il fenomeno, forse, però, solo sul piano della Sicurezza come testimonia questo Documento dell’Alto Rappresentante e della Commissione

europea per il Consiglio europeo del 2008: si stima che entro tre/quattro anni i migranti climatici, esseri umani che hanno la loro tterra, posta in isole o lungo le coste basse dell’India o della Cina saranno oltre 50 milioni.

Finanche Beppe Grillo, nel suo blog delle Stelle, nel 2012 si rendeva conto del problema.

Caro Matteo Salvini, so che non sei uno statista che guarda alla soluzione dei problemi, bensì solo un politico la cui ottica non va oltre i voti da accaparrarsi nelle prossime elezioni, ma ti rendi conto di quello che hai detto? E sarà, a breve, anche un problema nostro e non certo per l’aumento dei migranti provenienti dai paesi sommersi (Anche New York andrà “sotto”). Sarà un problema, fra pochi anni, per le popolazioni italiane che vivono a Venezia, sulle sponde dell’adriatico e in tante altre parti individuate dallo studio dell’ENEA. La cartina in fondo all’articolo è veramente un grido di allarme per le coste italiane.

Salvini, chiedi scusa.

l’Italia che verrà sommersa

Riporto un bell’articolo di Repubblica , con qualche mio commento, sulle roboanti promesse elettorali. La più costosa è la carta dell’abolizione della riforma pensionistica che porta la firma Monti-Fornero, capace di scatenare un ammanco sui conti pubblici a regime (nel 2025) di circa 80 miliardi. Ma anche l’introduzione di una “flat tax” – ovvero di un’aliquota unica sui redditi Irpef – ha un peso non da poco, che oscilla tra i 30 miliardi del “modello Berlusconi” ai 40 miliardi della proposta targata Lega. Al valzer delle promesse che sta caratterizzando questa campagna elettorale in vista del voto del 4 marzo non si è sottratto neppure il Pd di Matteo Renzi, che ha tentato la sortita a effetto con l’abolizione del canone Rai: vale 1,8 miliardi.

Da questa baraonda non si sono sottratti neppure i Cinquestelle, con il loro pallino del rddito di cittadinanza con copertura inesistente e con il rischio di scatenare una guerra fra chi ha una pensione alta (indipendentemente dagli anni di contributi) e chi ha una pensione bassa (indipendentamente dagli anni di contributi) Ecco la tabella, in continuo aggiornamento, delle promesse avanzate dai partiti in vista delle urne e del loro costo per il bilancio pubblico, qualora dovessero diventare leggi del nuovo Parlamento. Ricordo che lo Stato italiano, ogni anno, prima ancora di tirare furori un euro per finanziare qualsiasi cosa, deve trovare 80 miliardi di euro per finanziare gli interessi da pagare sul debito pubblico. Da qui l’evidente impossibilità del mantenimento delle promesse.

Addirittura, i vescovi italiani hanno definito «immorale» un tale modo di agire, il quadro si fa ancor più chiaro. E, meno male che l’ultimo sondaggio SWG ci dice che solo il 25% degli italiani crede a queste promesse.

Il rischio è che si allontani ancra di più la distanza fra i cittadini e i partiti con una colossale autodelegittimazione da parte di questi ultimi.

I PROGRAMMI A CONFRONTO: PROPOSTE E COSTI
Le promesse in campagna elettorale Chi avanza la proposta? Quanto costa alle casse dello Stato?
TASSE
Introduzione flat tax Berlusconi e Lega 40 miliardi nella versione Lega, circa 30 nel modello Berlusconi. Da Notare che sarebbe anche incostituzionale perché non informata a criteri di progressività, come detta la costituzione. La Flat tax significa che i poveri continano a pagare (fino al 20 %o 23% secondo le varie versoni) quello che pagavano prima. I ricchi, la cui aliquota è ore quasi del 50% pagherebbero la metà (sempre il 20 o il 23%). Secondo i promotori, i soldi liberati andrebbero a finanziare nuovi posti di lavoro. Secondo me prenderebbero la via delle isole Cayman.
Abolizione Irap Berlusconi 23 miliardi. Il gettito è sceso nettamente dopo il 2015, con gli sconti inseriti nella legge di Stabilità di allora (prima si era sui 30 miliardi)
Abolizione tasse su successioni e donazioni Berlusconi Oltre 720 milioni di gettito nel 2016, in crescita del 6% fino a novembre del 2017
No-Tax area elevata Cinque stelle Elevare l’esenzione dalle tasse da 8.100 a 10.000 euro (circa 2,7 milioni di contribuenti con oltre 20 miliardi di redditi). Il programma prevede anche la riduzione delle aliquote Irpef e abolizione di studi di settore, spesometro, split payment ed Equitalia
PENSIONI e WELFARE
Abolizione Fornero Lega e Berlusconi 80 miliardi a regime nel 2025. Le semplici correzioni degli “effetti deleteri” come da intesa di Arcore (esenzione precoci e congelamento a 67 anni), circa 12 miliardi
Pensione alzata fino a 1.000 euro per tutti, casalinghe incluse Berlusconi 7 miliardi
Pensione minima a 780 euro Cinque stelle Da finanziare con i tagli alle pensioni sopra 5mila euro (componente retributiva). Anche se molti, troppi economisti per non dar loro ascolto, hanno giurato e spergiurato che anche tagliando a zero le (poche) pensioni sopra i 5.000 euro non si riuscirebbe a coprire la spesa. Verrebbe poi in essere una guerra sociale fra chi ha la pensione bassa perché ha pochi anni di contributi versati (baby pensionati) o perché (quando si poteva) è andato in pensione con 20 anni di contributi e chi, lavorando per oltre 42 anni, ha un apensione alta perché se la è guadagnata (quando vigeva il il sistema retributivo) e non se la è rubata.
Quota 100 e 41 di contributi Cinque stelle (e Forza Italia in parte) Pensionamento bloccato: significa 59 anni di età e 41 di contributi. Spesa molto alta
Introduzione redditi anti-povertà Berlusconi
Cinque stelle
Il reddito di dignità di Berlusconi costerebbe 29 miliardi e investirebbe 2 milioni di famiglie. Stesso costo per il reddito di cittadinanza di M5S che tuttavia contesta le stime e si attesta a 15 miliardi
FAMIGLIA E FIGLI
Assegno universale Renzi Pd Assegno collegato ai figli: parte da 250 euro netti mensile fino a 2 anni e scende a 100 euro da 18 a 25 anni. L’assegno universale si riduce gradualmente dopo i 55 mila euro.

Verrebbero aboliti gli attuali assegni familiari e le detrazioni per i figli a carico, oltre ai vari bonus. Costo da finanziare: 9-10 miliardi

Quoziente familiare Cenni in Forza Italia, Cinque Stelle, Lorenzin Il sistema francese abbatte l’imponibile familiare in base ai componenti. Costo: 30 miliardi
Natalità Cinque Stelle Iva agevolata per i prodotti neonatali e più detrazioni per assumere colf e badanti (con 17 miliardi di risorse sul piatto)
Asili nido gratis Meloni, Grasso, Cinque stelle, Lorenzin 300 milioni
VARIE
Abolizione canone Rai Renzi Pd 1,8 miliardi per 20 milioni di utenti che pagano 90 euro l’anno
Abolizione tasse universitarie Grasso LeU 1,9 miliardi per 1,6 milioni di studenti
Abolizione bollo prima auto Berlusconi 3 miliardi per 20 milioni di proprietari auto

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha di nuovo bacchettato l’Italia sulle quote latte. Le “quote latte” erano state introdotte nel 1984 dall’Unione europea come un tributo che le imprese produttrici di latte avrebbero dovuto pagare in caso di sforamento della quota stabilita per non inflazionare il mercato con il latte prodotto e conseguente discesa dei prezzi.

Secondo la normativa europea, richiamata dalla Corte, sono i singoli produttori a dover pagare il tributo in proporzione al sovrappiù di latte prodotto.

L’Italia non si è adeguata e l’Unione europea chiese il conto. Negli anni della contesa, la Lega Nord, allora al Governo e “patrona” degli allevatori, si oppose con ogni mezzo (vi ricordate i blocchi e le marce dei trattori?) finché con un dubbio provvedimento l’Italia pagò, ma con i soldi dei contribuenti.

Ora la Corte ritiene inadempiente l’Italia perché non ha applicato il principio del “paga chi sbaglia”, nonostante siano passati tanti anni e non si sia dotata di un provvedimento normativo, richiesto dall’UE, per esigere il tributo dagli allevatori.
Ritorna quindi attuale la querelle che l’allora ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, esponente di spicco della Lega dichiarò chiusa nel 2009.

Cosa succederà ora? O l’Italia farà pagare agli allevatori quanto da loro dovuto, restituendo alla fiscalità generale quanto “anticipato” all’Unione europea, oppure, se il nostro Paese si ostinerà a non adempiere, l’Italia sarà condannata dalla Corte di Giustizia con conseguente grossa multa che, essendo comminata al nostro Paese, pagheremo noi tutti contribuenti con le nostre tasse. Due volte bastonati per non far pagare il tributo a chi doveva pagarlo.

Il 4 marzo si vota. Pensate che un Governo a forte componente leghista andrà dagli allevatori ad esigere il tributo?

 

Vi trascrivo – sull’argomento – un esauriente articolo pubblicato oggi da La Stampa a firma Emanuele Bonini:

“Adesso è ufficiale: sulle quote latte l’Italia ha violato le norme comunitarie. E’ inadempiente, e deve mettersi in regole. Le penalità per l’eccesso di produzione tra il 1995 e il 2009 sono state fatte pagare a tutti gli italiani e non ai singoli responsabili, come richiesto dalle normative dell’Unione europea. La Corte di giustizia dell’Ue ha accertato l’irregolarità italiana, e chiesto esplicitamente che il costo dello sforamento delle quote «sia effettivamente imputato ai produttori che hanno contribuito a ciascun superamento del livello consentito di produzione». Non sarà facile, perché dal 1995 a oggi molti allevatori sono usciti dal mercato, e rivalersi su di loro potrebbe risultare impossibile. Ma l’Italia deve sanare la situazione, o la Commissione nei prossimi mesi potrà avviare una nuova causa con cui chiedere multe.

All’Italia non si contesta il pagamento delle penalità, ma il modo in cui sono state versate all’Unione. La Commissione critica il mancato recupero di 1,3 miliardi di euro, cifra che le autorità nazionali hanno pagato all’Ue, ma senza procedere al successivo recupero a livello locale. I giudici di Lussemburgo riconoscono le ragioni dell’esecutivo comunitario: l’Italia non ha applicato il principio per cui «paga chi sbaglia». Ciò è frutto dell’assenza di un sistema che assicuri la riscossione. Dalla Corte di giustizia dell’Ue viene rimproverato «il non avere predisposto, in un lungo arco temporale (oltre 12 anni), i mezzi legislativi ed amministrativi idonei ad assicurare il regolare recupero del prelievo supplementare dai produttori responsabili della sovrapproduzione».

Non è vero quindi che l’Italia ha risolto la questione delle quote latte, come pure assicurò Luca Zaia nel 2009, quando ricopriva l’incarico di ministro per le Politiche agricole. E’ vero che a partire dall’1 gennaio di quell’anno l’Italia ottenne dall’Ue la fine del regime delle quote latte per l’Italia, ma non venne affrontato il nodo degli «splafonatori», come riconosciuto dai giudici di Lussemburgo”.

Stiamo assistendo, in questa prima fase della campagna elettorale a mirabolanti promesse dal costo talmente stratosferico che anche un bambino sa che non potranno mai esser realizzate.

Molte di queste promesse sono incentrate sulle pensioni e vanno dalla diminuzione dell’età pensionabile alla totale abolizione della cd. Legge Fornero, il D.L. 6 dicembre 2011, n. 201

Non potrà mai essere. La riforma delle pensioni è il principale caposaldo su cui si regge la residua fiducia che l’Unione europea, la nostra principale creditrice, ancora ripone nel nostro Paese. Torniamo allo stato pre-Fornero e la Troika ci piomberà addosso. E non sarà tenera. Nessuno ha fornito una copertura plausibile.

Quello che accumuna tutte le promesse strampalate fatte fin ora è una netta nuova spesa o una netta minore entrata. Lo scopo dichiarato di tutte queste promesse è aumentare la propensione al consumo, ora stagnante. Più soldi la gente ha in tasca, più spende, più aumenta la produzione, più aumenta il PIL. Quindi l’obbiettivo è anche quello di promettere soldi che non siano tesaurizzati, bensì spesi.

Mi permetto di entrare anche io nell’agone delle promesse con una proposta che ha il pregio di non essere una nuova spesa o una minore entrata, bensì solo l’anticipazione di una spesa già liquida e certa che lo Stato si rifiuta di erogare in tempi brevi. Il costo, quindi è solo dei minori interessi che lo Stato guadagna differendo la spesa.

Mi riferisco alla cd. liquidazione, che per i privati prende il nome di TFR (trattamento di fine rapporto) e per i dipendenti dello Stato prende il nome di TFS (Trattamento di fine servizio).

E’ un istituto tutto italiano, una retribuzione differita che il datore di lavoro tiene da parte per il dipendente e gliela eroga al termine del rapporto di lavoro. Per i dipendenti pubblici il TFS ha anche una natura previdenziale, in quanto il dipendente versa il 2,5% dei contributi, al contrario del dipendente privato i cui contributi sono versati per intero dal datore di lavoro.

Per tradizione, la liquidazione, visto che – in genere – arriva in tarda età, è spesa quasi subito, immettendo denaro liquido nel sistema economico. La spesa principe di chi riceve la liquidazione è l’acquisto, totale o parziale della abitazione per i figli, o la ristrutturazione della propria abitazione, o l’acquisto di un’auto nuova. Tutto denaro fresco che, speso, innesca una spirale virtuosa nella produzione.

Invece lo Stato che fa? Per i suoi dipendenti se la tiene stretta e la eroga con molto ritardo. Ritardo consentito da leggi dello Stato.

 

Per dimostrarlo devo raccontare una storia non breve e un po’ tecnica, ma se vi fidate, potete saltare tranquillamente alle conclusioni.

 

Si iniziò con il  D.L. 28/03/1997, n. 79   (1° Governo  Prodi) che dispose (art.3) che il trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici che avessero cessato il rapporto prima del raggiungimento dell’età massima (non c’era ancora la legge Fornero) , fosse erogato dopo 24 mesi dalla cessazione del servizio. Quindi chi rimaneva fino all’età massima riceveva tutta la liquidazione dopo 12 mesi, chi andava prima riceveva tutta la liquidazione dopo 24 mesi.

Ci si mise poi il D.L. 31/05/2010, n. 78 (Governo Berlusconi IV)  che intervenne (art. 7) stabilendo nuovi criteri, sempre per i dipendenti pubblici. La liquidazione viene corrisposta:

  1. in un unico importo annuale se l’ammontare complessivo della prestazione, al lordo delle relative trattenute fiscali, è complessivamente pari o inferiore a 90.000 euro;
  2. in due importi annuali se l’ammontare complessivo della prestazione, al lordo delle relative trattenute fiscali, è complessivamente superiore a 90.000 euro ma inferiore a 150.000 euro. In tal caso il primo importo annuale è pari a 90.000 euro e il secondo importo annuale è pari all’ammontare residuo;
  3. in tre importi annuali se l’ammontare complessivo della prestazione, al lordo delle relative trattenute fiscali, è complessivamente uguale o superiore a 150.000 euro, in tal caso il primo importo annuale è pari a 90.000 euro, il secondo importo annuale è pari a 60.000 euro e il terzo importo annuale è pari all’ammontare residuo.

Ovviamente restò fermo quanto previsto dalla normativa allora vigente in materia di determinazione della prima scadenza utile per la erogazione, ovvero del primo importo annuale, con conseguente riconoscimento del secondo e del terzo importo annuale, rispettivamente, dopo dodici mesi e ventiquattro mesi dal riconoscimento del primo importo annuale.

 

Infine, l’ultima norma, il Comma 484 della legge. 27/12/2013, n. 147, “legge di stabilità 2014” (Governo Letta I) che dispone la riduzione degli importi erogabili. Non più “subito” 90.000 euro, bensì solo 50.000.

 

Ora, indipendentemente dal giudizio su liquidazioni oltre i 150.000 euro che, comunque, devono essere corrisposte perché “guadagnate” seguendo le leggi attuali e non “rubate”, la situazione è questa: un Dirigente dello Stato che vuol andare via per lasciare il posto ad un giovane disoccupato usufruendo della possibilità concessa dall’articolo 24, comma 10, della già citata legge Fornero (ossia andare in pensione con 62 anni di età e avendo versato più di 42 anni e 10 mesi di contributi, ma dal 2019 saranno 43 anni e un mese di contributi) riceverà la sua liquidazione che, ricordo, non è un regalo, ma una retribuzione differita alla quale ha partecipato versando il 2,5%, secondo questo schema:

  1. dopo 24 mesi dal collocamento in pensione: 50.000 euro
  2. dopo 36 mesi dal collocamento in pensione il 50% del rimanente
  3. dopo 48 mesi dal collocamento in pensione il rimanente 50%.

Quindi i soldi messi in salvadanaio verranno riscossi interamente dopo 4 anni, a meno di non far guadagnare le banche cedendo il credito.

 

Visto che queste somme sono già contabilizzate come debiti certi ed inseriti nel bilancio dello Stato perché non erogarle subito? Non si tratta di nuove spese, ma solo di spese ritardate. Pensate quante case potrebbero essere compravendute, quante auto comprate e prodotte, quale impulso all’economia potrebbe essere fornito eliminando questo folle e colpevole ritardo nell’erogazione delle liquidazioni.

 

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