Alle 15 arrivo a Gernika (sì, Guernica, quella del quadro di Picasso. Giornata stupenda di sole, non afosa. 24 km di saliscendi nei boschi fra Markina e Gernika. Tanti saliscendi. Tanto sali, tanto scendi. Ma se sommi tutte le salite, il percorso è impegnativo. Circa 3km/ora di media con una sosta per uno spuntino a metà percorso. Però percorso stupendo, bucolico, fra fattorie, mucche, pecore, colline, abetaie, ruscelli, sempre accompagnati dalla ormai familiare freccia gialla che ti guida.
Ma quella della velocità media è un argomento da affrontare. La ricettività degli alberghi del pellegrino (dove si paga ad offerta, fra i 5 e 10 euro), è un po’ limitata. La mattina alle 5.30/6 (è ancora buio pesto, in Spagna albeggia un’ora più tardi rispetto alla Italia) la gente si alza e comincia a correre. (È un po’ come la storia del leone e della gazzella in Africa). Deve partire prima degli altri, correre più degli altri per arrivare all’albergo del pellegrino prima degli altri, per prendere prima degli altri il numeretto di prenotazione, per essere in fila prima degli altri quando (verso le 15-apre lo ostello) per fare la doccia prima degli altri, per occupare un posto alle lavatrici prima degli altri.
Fortunatamente a Gernika la ricettività è molto ampia. Quasi 140 posti fra albergo del pellegrino (a donativo) e un altro albergo a 15 euro compresa la prima colazione. Il prezzo non deve illudere. I due auberge sono riservati a chi può esibire la “credenziale del pellegrino” con i timbri (sellos) giusti di tutte le tappe precedenti. No turisti, quindi.
Ho preferito quello a pagamento. È, comunque, una fabbrica a catena di montaggio. Entri, presenti la credenziale del pellegrino, paghi, ti danno un foglio con tutte le indicazioni (dalla password wifi agli orari della prima colazione) e in sacco tipo spazzatura, devi lasciare scarpe e bastoncini nello ingresso, lo zaino in un armadietto con chiave a pian terreno. Devi mettere la roba che ti serve nel sacchetto tipo spazzatura. Poi puoi salire al primo piano. Grandi stanzoni con 6 letti a castello ognuno (dodici persone), una sola presa per caricare le nostre diavolerie elettroniche (meno male che ho una multipla). Doccia. Mi cambio.Ora al bar a scrivere queste note. Poi cercherò di infilarmi in un turno di lavatrice ed essiccatrice. Poi finalmente cena (ho visto un ristorante con menù del pellegrino per 9,50 euro) poi qualche saluto alle persone che incontri da una settimana lungo il Cammino, poi a dormire….perché domani ricomincia il leone e la gazzella!
In questi giorni agostani tiene banco la disputa fra Trump ed Erdogan. Gli Usa hanno aumentato i dazi sulle merci provenienti dalla Turchia. . La lira turca crolla (un capro espiatorio ogni estate deve esserci per far guadagnare gli speculatori che godono nei periodi di scambi ridotti come qullo estivo) ed Erdogan si appella ad Allah.
Cose serie o baruffe chiozzotte di goldoniana memoria?
Non lo so, ma so che Trump non può tirare troppo la corda perché Erdogan ha da sempre un asso nella manica verso gli USA.
Se la situazione dovesse precipitare, Erdogan potrebbe chiudere la base aerea di Incirlik, la più grande base aerea di attacco USA in Europa con ben 100 testate nucleari. Base strategica per gli interessi americani in Europe ed in medio oriente. E’ servita per la Guerra del Golfo, è la più vicina ai nemici Putin ed Iran ed all’alleato di ferro Israele. Gli USA semplicemente non ne possono fare a meno.
Fino a che nella quereel fra USA e Turchia non verrà pronunciata la parola “Incirlik”, possiamo stare tranquilli che nulla di veramente grosso verrà a capitare…
Spulciando fra i disegni di legge presentati in questa nuova legislatura, mi è balzato agli occhi quello numero 364 (testo e scheda qui) presentato al Senato da tutto il Gruppo dei Cinquestelle.
Il disegno di legge reca: “Disposizioni in materia di incompatibilità con la partecipazione ad associazioni che comportano vincolo di obbedienza come richiesto da logge massoniche o ad associazioni fondate su giuramenti o vincoli di appartenenza”
E’ un testo breve, già proposto nella scorsa legislatura, volto a sancire l’incompatibilità con cariche e funzioni pubbliche non solo a chi è iscritto alla massoneria, ma anche ad “associazioni che richiedano, per l’adesione, la prestazione di un giuramento o di una promessa con contenuto contrastante con i doveri di ufficio, ovvero impongano vincoli di subordinazione gerarchica in opposizione con il loro dovere di assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane”.
Importante è anche l’art.1 che considera associazioni segrete anche quelle che “all’interno di associazioni palesi, occultano la loro esistenza o tengono segrete congiuntamente finalità e attività sociali o rendono sconosciuti, in tutto o in parte e anche reciprocamente, i soci”. Quindi non solo le associazioni segrete, ma anche quelle palesi che, però, nascondono ai soci alcune attività o finalità.
MI sembra una proposta davvero condivisibile: i magistrati devono essere al servizio della legge. I prefetti al servizio dello Stato, gli amministratori locali al servizio della collettività e non possono prendere ordini od essere legati ad “altri vertici”. Se fossi un parlamentare non avrei esitazioni a votarla. La trasparenza è tutto.
Mi domando, però, perché – al loro interno – i Cinquestelle si comportano in modo diverso?
Voglio tralasciare il rapporto di assoluta dipendenza con la “Casaleggio associati” (leggi qui l’articolo e qui lo statuto). Se i Cinquestelle si obbligano a finanziare una associazione privata son fatti loro. Non ci siamo mai scandalizzati quando i parlamentari versavano obbligatoriamente una parte dello stipendio al partito. Son soldi loro. Ed anche se lo statuto della Casaleggio associati è molto fumoso e per nulla democratico, fino a che il rapporto fra i Cinquestelle e questa associazione si ferma ad un ambito privato, ognuno è libero di farsi impiccare come vuole.
Quello che invece contrasta molto con il totale spirito di servizio alle istituzioni che pervade la proposta di legge che ho sopra richiamato è la volontà più volte richiamata dal vertice pentastellato e inserita nel Contratto per il Governo del Cambiamento (punto 20, pag.35) di voler inserire in costituzione il vincolo di mandato per i parlamentari eletti nel “movimento” per evitare il trasformismo. Già ne ho parlato nel mio blog e mi sembra la negazione della democrazia.
I Cinquestelle, sul loro blog, cercano – arrampicandosi sugli specchi – di argomentarlo, ma –giudicate anche voi leggendo qui – non mi convincono e non riesco a capirli. Per me è sempre meglio la nostra Costituzione.
L’articolo 67 della Costituzione spiega che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato“. La Costituzione ha voluto favorire i “voltagabbana”? Sicuramente no. Ha privilegiato il bene supremo in una democrazia, ossia la libertà di coscienza, la possibilità – magari in votazioni su argomenti non previsti dal programma – dal votare in dissenso dal partito di appartenenza. Perché – nel caso di mutamenti nella politica di partito – il singolo parlamentare deve essere obbligato a seguire i vertici?
I Cinquestelle dicono che il parlamentare è solo un portavoce del cittadino elettore. E, allora, perché deve esistere una casta sacerdotale con il compito di interpretare il volere dei cittadini elettori e di imporlo ai parlamentari, pena la decadenza?
Già in questa legislatura è cambiato il programma dei Cinquestelle rispetto a quello annunciato PRIMA delle elezioni. Il Contratto per il Governo del Cambiamento è stato scritto DOPO le elezioni ed è abbastanza diverso dal programma pre-elettorale. Perché il parlamentare Cinquestelle deve sentirsi obbligato a votate per la flat-tax che non era nel programma elettorale ed , anzi, era avversata? L’elettore Cinquestelle ha votato il proprio candidato proprio per non introdurre la flat tax. Perché dovrebbe votarla? Solo perché la nuova casta (sorta di vertice massonico a cui si DEVE rispondere in dispregio alle regole democratiche?) ha così deciso? Si sa… passata la festa, gabbato lo santo.
Pertanto, più che assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane come recita la proposta di legge di cui ho parlato prima, si tratta di assoluta fedeltà ad un partito politico che, a sua volta (e qui sì che importa), è totalmente nelle mani di una associazione esterna privata.
Ma le motivazioni di cui sopra non sono le sole. Introducendo il “vincolo di mandato”, ossia l’obbligo per ogni parlamentare di conformarsi sempre e comunque alla volontà del partito e del suo Capo, si uccide il Parlamento che, a parole, il “contratto di governo” vuole privilegiare. Se ogni parlamentare deve votare come stabilisce il responsabile del partito, a che serve il parlamentare? A che serve il suo voto? Basterebbe che, ogni qual volta bisogna decidere su un provvedimento, si attribuisca alla volontà del responsabile di ogni partito il numero di voti corrispondenti a numero dei suoi parlamentari. I parlamentari potrebbero anche andare a casa.
Introdurre il vincolo di mandato significa solo rafforzare la partitocrazia che Lega e Cinquestelle oggi – a parole – vogliono combattere.
Argomenti alla moda sono il sovranismo, prima gli italiani, fuori lo straniero e speriamo di non arrivare di nuovo – dopo l’incubo nazista – a temi come la superiorità della nostra civiltà o, addirittura, della nostra razza.
C’è davvero chi crede a queste stupidaggini che vanno contro tutte le conquiste dei diritti dell’uomo dopo l’immenso bagno di sangue delle guerre del secolo scorso.
Ma non voglio parlare di temi etici, quanto di fatti di base, oggettivi: non solo nella vecchia Europa, ma anche nel mondo, anche se ci sono etnie diverse, ormai c’è una sola cultura, frutto dei continui rimescolamenti ed è impossibile ripristinare l’originaria cultura di un dato Paese.
Meglio di me può spiegarlo Yuval Noah Harari con il suo libro “Sapiens. Da animali a Dèi: breve storia dell’umanità.” Spero non se ne abbia a male se cito alcuni passi di un libro che mi sembra indispensabile leggere per capire un po’ come siamo fatti.

All’alba dei tempi, in effetti:
“I Sapiens dividono istintivamente l’umanità in due parti, “noi” e “loro”. “Noi” siamo persone come te e me, che abbiamo in comune la lingua, la religione, i costumi. Ci sentiamo tutti responsabili gli uni degli altri, ma non responsabili di quanto accade a “loro”. Da “loro” siamo sempre stati distinti, a “loro” non dobbiamo niente. Non vogliamo vederli nel nostro territorio, e non ci importa un bel niente di ciò che può accadere nel loro territorio. Si può dire che “loro” sono a malapena degli esseri umani.”
Ma gli uomini – prima divisi in tribù isolate – cominciarono ad interagire, accumunate dai fattori di aggregazione come il danaro, il commercio, la religione. Alcune tribù – per i motivi più diversi – non si accontentarono di scambi, ma sopraffecero e conquistarono le altre. Da più di 6.000 anni assistiamo alle alterne e caduche vicende del vincitore sul vinto che – a sua volta – viene sconfitto da altra “tribù”. Le tribù si trasformarono in clan, i clan in regni, i regni in Stati, gli Stati in Imperi. Ma la vicenda non cambia. Dagli Ittiti che nel II millennio avanti Cristo conquistarono rapidamente tutta l’Anatolia ma che, altrettanto rapidamente scomparvero, all’impero romano che, dai fasti di Traiano (nato in Spagna) o di Settimio Severo (nato nell’Africa da cui partono oggi i barconi), rapidamente collassò sotto la spinta di quelli sprezzantemente chiamati “barbari” e che oggi guidano l’economia dell’Europa. Dall’immenso impero britannico, che ora sopravvive solo nella memoria e nel Commonwealth, alla rapida e illusoria espansione del Terzo Reich.
Nel corso della storia – pensiamo al nostro Paese – le stesse regioni furono invase da più invasori, stratificando gli usi, i costumi, le leggi, le merci “importate con la forza”.
Continua Harari: “Nell’era moderna gli europei conquistarono gran parte del globo con la scusa di diffondere la superiore cultura occidentale. Ebbero un tale successo che gradualmente miliardi di persone adottarono molti aspetti importanti di quella cultura. Indiani, africani, arabi, cinesi e Maori impararono il francese, l’inglese e lo spagnolo. Cominciarono poi a credere nei diritti umani e nel principio di autodeterminazione e ad adottare ideologie occidentali quali il liberalismo, il capitalismo, il comunismo, il femminismo e il nazionalismo.
Durante il XX secolo, gruppi locali che avevano fatto propri certi valori occidentali cominciarono a rivendicare l’eguaglianza con i conquistatori europei, proprio in nome di quegli stessi valori. Molte lotte anticoloniali furono combattute sotto i vessilli dell’autodeterminazione, del socialismo e dei diritti umani, che erano tutti retaggi occidentali. Come gli Egizi, gli Iraniani e i Turchi avevano adottato la cultura imperiale ereditata dagli originari conquistatori arabi, così oggi indiani, africani e cinesi hanno accettato di mantenere molti aspetti della cultura imperiale propagata dai loro signori di un tempo, cercando di modellarla in armonia con le proprie necessità e tradizioni”.
“Pensate – continua Harari – al rapporto di amore-odio tra la Repubblica dell’India contemporanea e il Raj britannico (cioè il subcontinente indiano prima dell’indipendenza). La conquista e l’occupazione britannica dell’India costarono la vita di milioni di persone e determinarono l’umiliazione e lo sfruttamento continuativo di altre centinaia di milioni di indiani. Eppure tanti indiani adottarono, con lo zelo dei convertiti, idee occidentali come l’autodeterminazione e i diritti umani, e rimasero costernati quando i britannici si rifiutarono di essere coerenti con i propri valori e di concedere ai nativi indiani o eguali diritti, in quanto sudditi britannici, o l’indipendenza. Ciò nonostante, lo stato indiano moderno è figlio dell’impero britannico. I britannici uccisero, offesero e perseguitarono gli abitanti del subcontinente, però unificarono un incredibile mosaico di regni, principati e tribù in lotta fra loro, creando una coscienza nazionale condivisa e un paese che cominciò a funzionare più o meno come una singola unità politica. Gettarono le fondamenta di un sistema giudiziario indiano, crearono la sua struttura amministrativa e costruirono una rete ferroviaria che fu cruciale per l’integrazione economica. L’India indipendente adottò, come forma di governo, la democrazia occidentale nella sua incarnazione britannica. L’inglese è tuttora la lingua franca del subcontinente: una lingua neutrale che può essere usata per comunicare tra chi parla hindi, tamil e malayalam. Gli indiani sono appassionati giocatori di cricket e bevitori di tè: due tradizioni inglesi. La coltivazione commerciale del tè non esisteva in India fino alla metà del XIX secolo, quando venne introdotta dalla British East India Company. Furono i ricercati sahib britannici a diffondere il costume di bere il tè in tutto il subcontinente.
A quanti indiani di oggi passerebbe per la mente di indire un referendum per privarsi della democrazia, dell’inglese, della rete ferroviaria, del sistema giudiziario, del cricket e del tè, sulla base del fatto che tutte queste cose sono un lascito dell’impero britannico? E se pure lo facessero, il fatto stesso di indire una consultazione elettorale per decidere sulla questione non dimostrerebbe forse il loro debito nei confronti degli ex dominatori?”
Yuval Noah Harari fa, poi, una considerazione che lascia sbalorditi. Se un sovranista indiano – insediatosi al potere – volesse raschiare via tutti i lasciti dell’impero indiano per ripristinare lo status quo ante avrebbe una sorpresa:
“Anche se volessimo disconoscere l’eredità lasciataci da un impero brutale, sperando con ciò di ricostruire e salvaguardare la cultura “autentica” precedente, con tutta probabilità non staremmo difendendo null’altro che il retaggio di un impero più antico e forse non meno brutale. Coloro che si dolgono della mutilazione subita dalla cultura indiana da parte del Raj britannico santificano inconsapevolmente il retaggio dell’impero Moghul e del sultanato islamico di Delhi. E chi cercasse di recuperare la “genuina cultura indiana” purgandola dalle influenze straniere di questi imperi musulmani, a sua volta non farebbe che santificare i retaggi dell’impero Gupta, dell’impero Kushan e di quello Maurya. Se un estremista del nazionalismo indù intendesse distruggere tutti gli edifici lasciati dai conquistatori britannici, come la stazione ferroviaria di Mumbai, che cosa dovrebbe fare delle strutture lasciate dai conquistatori musulmani dell’India, come il Taj Mahal?”
L’esempio, contenuto nel libro di Harari non è valido – ovviamente – solo per l’India, ma per tutte quelle nazioni che, ripetutamente, come la nostra, sono state oggetto di conquista.
Nella cultura italiana sono inscindibilmente fuse caratteristiche germaniche, francesi, spagnole, arabe. Se vogliamo fare uno fra i tantissimi esempi, quali superfetazioni dovremmo togliere alla Cattedrale di Palermo per farla tornare completamente “italica”? Quelle bizantine? Quelle arabe?, Quelle normanne? Quelle spagnole? Quelle asburgico-borboniche?
Per non parlar di Roma, dove stupendi monumenti del ‘600 sono edificati su altrettanti splendidi monumenti dell’impero romano.
Superfetazioni e contaminazioni, non solo nell’architettura, ma nella lingua, nella musica (le splendide opere liriche scritte da autori tedeschi, ma pensando all’Italia). Soprattutto nella scienza: ormai il Nobel per medicina, fisica etc, non viene più dato ad un sola persona, non tanto per premiare più gente, ma perché la ricerca è ormai globale, frutto di team operanti in Paesi diversi, collegati per raggiungere un determinato fine.
Penso che, a questo punto, sia evidente che parlare di sovranismo non è solo sbagliato, ma è del tutto inutile, per mancanza del presupposto di base: sovranismo di chi, se siamo tutti meticci?

