Archivio degli articoli con tag: sergio ferraiolo

Non ci facciamo fregare! Non diamo retta;

Non siamo nati ieri.

Né, tantomeno, siamo dei creduloni.

Vorrei sapere perché.

Vorrei sapere a che gioco stanno giocando.

Sì, i partiti che promettono, in cambio del voto, prestazioni mirabolanti in ogni campo.

Abolizione del bollo auto, abolizione della tassa di successione (fa molto comodo ai ricchi), via l’IRAP. E, ancora, l’abominio della flat tax, la tassa che piace ai ricchi, introdotta nei Paesi dell’Europa orientale che, ora, stanno facendo rapidamente marcia indietro man mano che diminuiscono i contributi UE, oppure la abolizione delle tasse universitarie.

E una promessa che arriva dritta dritta alla pancia della gente: manderemo via subito tutti i clandestini

Uno specchietto riassuntivo di tutte le balle sparate in vista delle prossime elezioni lo trovate qui.

La Repubblica  e La Stampa da giorni mettono sotto la lente i programmi dei partiti smontandone le false coperture.

Ma è forse un esercizio simpatico, ma non indispensabile.

Sapete tutti che chiunque vincerà (se qualcuno vincerà) non potrà spendere un euro. No, neppure uno.

Sono anni, ormai, che le leggi di bilancio di tutti i Paesi Ue sono passate al vaglio della Commissione europea che vi appone la sua certificazione e, senza la certificazione UE, si va in infrazione  e son dolori.

Già ora, prima delle elezioni, sappiamo che la Commissione europea non validerà la legge di stabilità 2018, imponendoci, a maggio, una manovra correttiva da 3-5 miliardi.

Figuriamoci per il futuro con le promesse elettorali da 200 miliardi e passa.

Usciamo dall’Europa, dirà qualcuno. A parte che ora ci siamo e anche se volessimo uscire, devono passare due anni di negoziati durante i quali rimaniamo dentro a pieno titolo. Ma dove andiamo? Uscire dall’Europa non è né facile, né conveniente. La Gran Bretagna sta faticando tanto e non ha il nostro spaventoso debito pubblico. Per Londra, solo il costo monetario dell’uscita si aggira sui 40/50 miliardi di Euro, senza contare che, una volta uscita i prezzi delle merci importate dall’UE saranno maggiorate da dazi vari.

Quindi, nessuna promessa che comporta una spesa sarà mantenuta, ne siamo certi.

Il mondo è grande! Dove andiamo? Quale parte del mondo visiteremo?

Dai, si parte!!!!

 

 

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha di nuovo bacchettato l’Italia sulle quote latte. Le “quote latte” erano state introdotte nel 1984 dall’Unione europea come un tributo che le imprese produttrici di latte avrebbero dovuto pagare in caso di sforamento della quota stabilita per non inflazionare il mercato con il latte prodotto e conseguente discesa dei prezzi.

Secondo la normativa europea, richiamata dalla Corte, sono i singoli produttori a dover pagare il tributo in proporzione al sovrappiù di latte prodotto.

L’Italia non si è adeguata e l’Unione europea chiese il conto. Negli anni della contesa, la Lega Nord, allora al Governo e “patrona” degli allevatori, si oppose con ogni mezzo (vi ricordate i blocchi e le marce dei trattori?) finché con un dubbio provvedimento l’Italia pagò, ma con i soldi dei contribuenti.

Ora la Corte ritiene inadempiente l’Italia perché non ha applicato il principio del “paga chi sbaglia”, nonostante siano passati tanti anni e non si sia dotata di un provvedimento normativo, richiesto dall’UE, per esigere il tributo dagli allevatori.
Ritorna quindi attuale la querelle che l’allora ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, esponente di spicco della Lega dichiarò chiusa nel 2009.

Cosa succederà ora? O l’Italia farà pagare agli allevatori quanto da loro dovuto, restituendo alla fiscalità generale quanto “anticipato” all’Unione europea, oppure, se il nostro Paese si ostinerà a non adempiere, l’Italia sarà condannata dalla Corte di Giustizia con conseguente grossa multa che, essendo comminata al nostro Paese, pagheremo noi tutti contribuenti con le nostre tasse. Due volte bastonati per non far pagare il tributo a chi doveva pagarlo.

Il 4 marzo si vota. Pensate che un Governo a forte componente leghista andrà dagli allevatori ad esigere il tributo?

 

Vi trascrivo – sull’argomento – un esauriente articolo pubblicato oggi da La Stampa a firma Emanuele Bonini:

“Adesso è ufficiale: sulle quote latte l’Italia ha violato le norme comunitarie. E’ inadempiente, e deve mettersi in regole. Le penalità per l’eccesso di produzione tra il 1995 e il 2009 sono state fatte pagare a tutti gli italiani e non ai singoli responsabili, come richiesto dalle normative dell’Unione europea. La Corte di giustizia dell’Ue ha accertato l’irregolarità italiana, e chiesto esplicitamente che il costo dello sforamento delle quote «sia effettivamente imputato ai produttori che hanno contribuito a ciascun superamento del livello consentito di produzione». Non sarà facile, perché dal 1995 a oggi molti allevatori sono usciti dal mercato, e rivalersi su di loro potrebbe risultare impossibile. Ma l’Italia deve sanare la situazione, o la Commissione nei prossimi mesi potrà avviare una nuova causa con cui chiedere multe.

All’Italia non si contesta il pagamento delle penalità, ma il modo in cui sono state versate all’Unione. La Commissione critica il mancato recupero di 1,3 miliardi di euro, cifra che le autorità nazionali hanno pagato all’Ue, ma senza procedere al successivo recupero a livello locale. I giudici di Lussemburgo riconoscono le ragioni dell’esecutivo comunitario: l’Italia non ha applicato il principio per cui «paga chi sbaglia». Ciò è frutto dell’assenza di un sistema che assicuri la riscossione. Dalla Corte di giustizia dell’Ue viene rimproverato «il non avere predisposto, in un lungo arco temporale (oltre 12 anni), i mezzi legislativi ed amministrativi idonei ad assicurare il regolare recupero del prelievo supplementare dai produttori responsabili della sovrapproduzione».

Non è vero quindi che l’Italia ha risolto la questione delle quote latte, come pure assicurò Luca Zaia nel 2009, quando ricopriva l’incarico di ministro per le Politiche agricole. E’ vero che a partire dall’1 gennaio di quell’anno l’Italia ottenne dall’Ue la fine del regime delle quote latte per l’Italia, ma non venne affrontato il nodo degli «splafonatori», come riconosciuto dai giudici di Lussemburgo”.

Fa discutere in questi giorni la proposta del nuovo governo austriaco di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini italiani di ceppo tedesco. Scandalo? Crisi internazionale?

Violazione della sovranità?

Niente di tutto questo. E’ che noi italiani, al solito, abbiamo la memoria corta. E’ indubitabile che, fino a 100 anni, fa l’alto Adige, o sud Tirolo, apparteneva all’Austria o, meglio, al disciolto impero Austro Ungarico. Sempre, quando uno Stato perde un territorio, cerca di fare qualcosa per i propri concittadini che sono rimasti al di là del confine.

L’ha fatto anche l’italia.

Lo ha fatto con l’art. 17-bis della legge  05/02/1992, n. 91 (legge sulla cittadinanza) che così recita: 

  1. Il diritto alla cittadinanza italiana è riconosciuto:
  2. a) ai soggetti che siano stati cittadini italiani, già residenti nei territori facenti parte dello Stato italiano successivamente ceduti alla Repubblica jugoslava in forza del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430, ratificato dalla legge 25 novembre 1952, n. 3054, ovvero in forza del Trattato di Osimo del 10 novembre 1975, reso esecutivo dalla legge 14 marzo 1977, n. 73, alle condizioni previste e in possesso dei requisiti per il diritto di opzione di cui all’articolo 19 del Trattato di pace di Parigi e all’articolo 3 del Trattato di Osimo;
  3. b) alle persone di lingua e cultura italiane che siano figli o discendenti in linea retta dei soggetti di cui alla lettera a).

E lo ha fatto anche  con l’articolo 1 della legge 14 dicembre 2000, n. 379 recante “Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti ” che così dispone:

. 1. La presente legge si applica alle persone di cui al comma 2, originarie dei territori che sono appartenuti all’Impero austro-ungarico prima del 16 luglio 1920, e ai loro discendenti. I territori di cui al presente comma comprendono:

a) i territori attualmente appartenenti allo Stato italiano;

b) i territori già italiani ceduti alla Jugoslavia in forza:

1) del trattato di pace fra l’Italia e le Potenze alleate ed associate, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 e reso esecutivo in Italia con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 28 novembre 1947, n. 1430;

2) del trattato tra la Repubblica italiana e la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia firmato ad Osimo il 10 novembre 1975, ratificato e reso esecutivo in Italia ai sensi della legge 14 marzo 1977, n. 73.

2. Alle persone nate e già residenti nei territori di cui al comma 1 ed emigrate all’estero, ad esclusione dell’attuale Repubblica austriaca, prima del 16 luglio 1920, nonché ai loro discendenti, è riconosciuta la cittadinanza italiana qualora rendano una dichiarazione in tal senso con le modalità di cui all’articolo 23 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge (2).

3. È abrogato l’articolo 18 della legge 5 febbraio 1992, n. 91.

 

Quindi…. di cosa stupirsi? Di cosa indignarsi?

Un solo commento: non sarebbe meglio per tutti avere un’unica cittadinanza, quella Europea?

Il titolo ai non romani dirà molto poco. Eppure, in questa fotografia, c’è tanta Roma, tanta vecchia Roma.

Nasone è il nome dato dai romani alle caratteristiche fontanelle col becco da cui sgorga l’acqua ed il buco dal quale zampilla (per berla) tappando il foro di uscita inferiore con il dito. I nasoni non svolgono solo la fuzione di dissetare i romani. Svolgono altre, pur importanti, incombenze. Roma è costruita sui sette colli, si sale e si scende, l’acquedotto è alimentato da fiumi, la cui pressione dipende dalla portata e dalle stagioni: le fontanelle servono anche per equilibrare la pressione. L’acqua che vi sgorga è in quantità infinitesimale ripetto a quella consumata in tutta Roma per bere, lavarsi, per atività industriali, ma contribuisce a mantenere in movimento l’acqua dei tubi evitando pericolosi e sgradevoli residui di terra o cloro.

Botticella, invece, è il nome dato alle caratteristiche carrozzelle a cavallo che una volta trasportavano merci, come le botti dell’amato nettare degli dei, molto gradito ai romani. Oggi sono nel mirino degli animalisti per le supposte condizioni di sfruttamento e inumano trattamento dell’animale.

Il fatto, poi, che la fotografia sia stata scattata a Piazza Navona contribuisce all’atmosfera, vero?

Nasone e botticella

 

sergioferraiolo

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