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10 anni fa, su una chiatta, ore sul fiume per arrivare al monastero di Samye, in Tibet.

Una pellegrina si copriva il volto e pregava

pellegrina a Samye

Quante volte avete sentito dire – per avvalorare una tesi – “l’ho visto in una fotografia!!!”.

Spesso. però, le fotografie ingannano. Lo stesso soggetto, fotografato da un diverso punto di vista, o con una angolazione diversa e più ampia appare diversissimo.

Quella qui sotto, ad esempio, è una classica fotografia del Potala, il Palazzo del Dalai Lama, a Lhasa, in Tibet, in Cina.

classica immagine del Potala

L’immagine ispira solennità e rimanda all’isolamento tipico dell’idea che ci siamo fatti dell’Himalaya.

Beh, la realtà è molto diversa. Le fotografie qui sotto sono state scattate 10 anni fa e rendono una immagine ben diversa del luogo.

E, sinceramente, ho paura a pensare come è – ora – quel luogo.


E guardate questa:

Potala 2002

In Tibet, che esso sia politicamente in India, Nepal o Cina, la maggior parte degli abitanti pratica il buddismo.

Più che una religione, uno stile di vita. Le famiglie, anche per assicurar loro condizioni migliori ed un migliore avvenire spingono i figli ancorché bambini ad entrare nei monasteri. Non che diventino monaci-bambini, ma sono obbligati a seguire le regole dei monasteri, a servire i monaci, a pulire, a fare i lavori più umili. In cambio ricevono una istruzione ed i pasti quotidiani.

Non è difficile vedere gruppi di bambini in tonaca rossa che girano per le strade, curiosi come sono tutti i bambini.

La foto qui sotto è stata scattata a Kathmandu.

Il culto e l’onore reso ai propri cari defunti esiste in ogni parte del mondo. Fa parte dell’innato bisogno degli uomini di ricordare e di essere ricordati. Achille ai Mirmidoni, Foscolo a Pindemonte sono solo due esempi.

Ben diverso però è il sistema usato nei vari tempi e nelle diverse culture per “smaltire” il corpo del defunto.

La nostra cultura tradizionalmente preferisce l’inumazione, anche se in diverse forme fra le tre religioni monoteiste, l’induismo la cremazione, altre praticano ancora l’imbalsamazione.

Esistono altri modi, anche i più strani, specialmente nelle zone di confine fra diverse culture e diverse religioni.

Nell’alto Nepal, ad esempio, il corpo del defunto è considerato alla stregua di una lampadina fulminata. Serve ed è rispettato e amato finché dà la luce e funziona. Quando la luce (=l’anima, l’essenza dell’essere umano) non c’è più l’involucro che conteneva la vita si getta alla stregua di un vestito usato e rotto.

Il corpo dopo tre giorni dalla morte vien preso in consegna dai becchini che lo fanno a pezzi, lo impastano con la farina e lo pongono, a disposizione dei cani, dei corvi e degli avvoltoi in apposite spianate dove in urna bruciano odorose bacche. Scritte beneauguranti sono formate con sassi lungo i costoni o incise nella roccia. Sono luoghi nascosti, inaccessibili ai locali ed ai turisti, luoghi ove si consuma il “ritorno” della carne al ciclo della natura.

Questo per chi può permettersi questo rito. I cadaveri dei poveri vengono gettati direttamente nei fiumi.

Siamo abituati ad associare ad una idea, ad un concetto una immagine. Questo semplifica il corso del pensiero. Ma bisogna stare attenti: le immagini che noi associamo alle idee sono frutto della nostra cultura. Per esempio al concetto “biblioteca” lunghi corridoi di scaffali pieni di libri. E, nella nostra concezione, il libro ha una connotazione grafica ben definita (dorso, copertina, pagine, rilegatura etc.).

Beh, se andiamo in un monastero tibetano, potremo passare di fronte alla loro fornitissima biblioteca senza rendercene conto.

Infatti i libri lì sono fettucce di carta pergamena, non rilegate, consevate fra due tavole di legno e avvolte in drappi multicolori. Eppure contengono una antichissima cultura.

sergioferraiolo

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